SALUTE

Curarsi con le larve

All’Università di Bradford, in Inghilterra, si studia una nuova terapia per la cura delle ferite utilizzando gli enzimi prodotti dalle larve. In Africa quest’innovazione potrebbe salvare migliaia di vite umane e creare posti di lavoro.

Osservare un animale in decomposizione non è sicuramente un passatempo piacevole e nemmeno tanto diffuso. Eppure è uno dei momenti in cui la natura dà il meglio di sé per mantenere l’igiene nell’ambiente. Quando un animale muore e inizia a decomporsi, arrivano sciami di mosche pronte al banchetto e a deporre le uova. Le larve che nascono consumano velocemente la carne in putrefazione e in questo modo i batteri non possono svilupparsi.

Di animali in decomposizione ne ha visti tanti il professor Stephen Britland dell’Università di Bradford impegnato in una ricerca pionieristica sul potere curativo delle larve, dalla quale potrebbe nascere una nuova tecnica per la cura delle ferite, utile in particolare nei paesi in via di sviluppo.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Africa la mancata cura delle ferite miete tante vittime quante la malaria. Il mancato trattamento delle ferite è causa di infezioni, cancrene, amputazioni e comporta emarginazione sociale e una riduzione dell’aspettativa di vita.

Il lavoro di Britland potrebbe così fornire un trattamento di base ampiamente disponibile ed efficace soprattutto nei villaggi rurali, dove l’assistenza sanitaria scarseggia. Dalle sue ricerche risulta che le larve non solo ripuliscono la ferita ma producono degli enzimi che stimolano la crescita cellulare generando piccole cariche elettriche.

L’innovazione di Britland è stata l’invenzione di un metodo per estrarre i principi attivi prodotti dalle larve che permettono la guarigione senza dover “allevare” e raccogliere le larve stesse. Come? Facile, basta farle rigurgitare, un po’ come succede quando nuotando al mare beviamo qualche sorso d’acqua salata. Le larve vengono così raccolte e immerse in acqua salata per stimolare il rigurgito. Il procedimento è facile, veloce ed economico.

A livello globale, in seguito alla scoperta dei pericoli causati dalla resistenza batterica agli antibiotici, sono più di quattromila medici in venti paesi che utilizzano questa terapia.

Al di là del benificio della guarigione con basso rischio d’infezione, un altro vantaggio da non sottovalutare, è il risparmio in spese ospedaliere per pazienti che hanno bisogno di assistenza infermieristica per evitare le infezioni. L’equipe di Britland ha dimostrato che la terapia con le larve potrebbe accorciare la degenza ospedaliera da 72 a 14 giorni, in passato spesso prolungata dalla necessità di amputare l’arto a causa dell’impossibilità di guarire le ferite.

Un problema concreto è però il costo ancora troppo alto per distribuire i principi attivi delle larve in zone remote e la soluzione migliore sembra essere quella di produrre le larve in loco con quello che c’è a disposizione.

Un esempio viene dal Benin, una piccola ex colonia francese al confine della Nigeria, dove nel 1985, a Porto Novo, Padre Godfrey Nzamujo fondò il Centro Songhai e iniziò un progetto per la creazione di un sistema integrato di coltivazione e allevamento per garantire la sicurezza alimentare per gli abitanti della regione. Uno dei problemi da risolvere, come per ogni attività che include l’allevamento del bestiame e il macello, era come mantenere una buona igiene. Cosa farne delle frattaglie e delle carcasse? Padre Nzamujo ha deciso di darle in pasto alle mosche ma in ambiente controllato. Così una parte del Centro Songhai è stata destinata all’accumulo dei rifiuti del mattatoio sistemati in contenitori quadrati  coperti da reti anti avvoltoi. Le mosche depongono le uova e nascono la larve che fanno prontamente il loro lavoro. I contenitori vengono riempiti d’acqua, le larve per respirare vengono in superficie e possono essere così raccolte. A questo punto una parte viene utilizzata come alimento per i pesci mentre un’altra viene data in pasto alle quaglie le cui uova vengono esportate in Francia.

E adesso Padre Nzamujo pensa al metodo Britland per la produzione degli enzimi curativi dalle larve. Al Centro Songhai potrebbero essere prodotti 27 chili di enzimi al mese e potrebbe diventare un modello da imitare per produrre, in un sistema integrato, una nuova terapia per la cura delle ferite.

Nel continente africano la maggior parte dei medicinali per la cura di ulcere vengono importati e la possibilità di utilizzare risorse in loco rappresenta un risparmio enorme. In Africa ci sono più di 15 mila mattatoi e 200 mila villaggi trasformano localmente gli animali macellati. Secondo le ricerche del Rapporto al Club di Roma del 2010, se venisse applicato il metodo delle larve, si potrebbero creare fino a 500mila posti di lavoro nell’itticoltura e nell’avicoltura per produrre mangimi ad alto valore proteico, senza dimenticare l’enorme beneficio per la cura delle ferite che potrebbe salvare migliaia di vite umane.

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