mercoledì, Dicembre 19, 2018
CULTURAULISSE

Conoscenza ibrida e sapere scientifico

CULTURA – Come e perché circola il sapere scientifico, e quali trasformazioni subisce nel passaggio da un luogo all’altro? John Krige, storico della scienza del Georgia Institute of Technology di Atlanta, Stati Uniti, autore nel 2006 di un lavoro cardinale nell’ambito della storia della scienza contemporanea, è stato tra i primi a cercare una risposta, applicando il concetto di conoscenza ibrida alla produzione di sapere scientifico.

In uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista della British Society for the History of Science, Krige ha analizzato l’incontro avvenuto tra scienziati nucleari britannici e americani negli anni Sessanta, volto allo sviluppo di una centrifuga a gas per arricchire l’uranio da usare nelle centrali. Inserendo l’episodio nell’ambito della politica internazionale dell’epoca, lo storico è arrivato alla conclusione che le modalità di circolazione coinvolgono un’ampia varietà di scambi, che non si limitano alla trasmissione di conoscenze scritte ma coinvolgono tipi d’interazioni che lasciano meno tracce, come i faccia a faccia o i colloqui informali tra membri di due diverse comunità scientifiche.

Il perché la conoscenza circoli sarebbe invece da ricercare nel desiderio delle due comunità scientifiche nazionali di migliorare il rendimento della centrifuga, benché questo motivo sia da inquadrare nella situazione di egemonia degli Stati Uniti sugli altri paesi alleati. Il risultato dell’incontro è una conoscenza co-prodotta e ibrida, in cui la provenienza nazionale dei contributi dai due lati dell’Atlantico viene da un lato diluita, mentre dall’altro diventa un luogo di scontro per l’affermazione della potenza nazionale.

Infatti, se da un lato, durante la Guerra fredda, si moltiplicavano i contatti tra stati di uno stesso orientamento politico – leggi: sotto l’ombrello di una stessa superpotenza -, dall’altro entravano anche in gioco nello scambio d’informazioni scientifiche fattori tendenti a limitarne la diffusione, e a segretare il maggior numero d’informazioni sensibili: interessi di sicurezza nazionale, soprattutto, particolarmente delicati in campi come quello delle tecnologie nucleari. Secondo Krige, gli Stati Uniti, potenza scientifica e tecnologica dominante nel mondo almeno fino agli anni Settanta, furono in misura di usare la loro influenza e il loro potere politico per regolare i flussi di conoscenze tecnologiche a loro vantaggio.

L’episodio della centrifuga a gas ne sarebbe una dimostrazione: riassumendo il resoconto dello studio, nella prima metà degli anni Sessanta esperti nucleari britannici collaborarono con gli americani a un progetto di centrifuga a gas per arricchire l’uranio. Questo progetto, basato su un’invenzione di un austriaco emigrato negli Stati Uniti, fu subito dichiarato riservato dal governo americano agli esterni alla collaborazione: questa terminò nel 1965, ma successivamente industriali tedeschi e olandesi chiesero ai britannici di collaborare allo sviluppo della centrifuga a gas. C’era però una clausola, negli accordi anglo-americani, che vietava di trasmettere a terzi dati segreti senza l’approvazione degli Stati Uniti. Si aprì così nel ’69 un’accesa disputa sulla misura in cui i britannici avessero usato, nelle evoluzioni della centrifuga nata grazie al progetto americano, dati riservati.

Gli americani chiesero di visitare gli impianti britannici ed esaminare accuratamente i prototipi di centrifuga, ma i britannici in un primo momento rifiutarono, poi tentarono di moderare la proposta americana, infine capitolarono. Solo l’ispezione americana e il riconoscimento dell’evoluzione indipendente delle ricerche britanniche permise di ottenere il nulla osta alla collaborazione con tedeschi e olandesi: gli americani ottennero però di avere accesso, per i successivi dieci anni, ai progetti di centrifughe britannici, in modo da evitare – questo almeno si sostenne – ulteriori dispute riguardanti il passaggio di dati americani a terzi.

Krige identifica, nelle interazioni faccia a faccia tra i due gruppi durante la disputa, un momento della produzione della conoscenza, in cui i valori di verità delle singole affermazioni vengono negoziati, modificati e, in effetti, co-costruiti. Se i britannici poterono dar luogo a una collaborazione commerciale con tedeschi e olandesi, in realtà furono gli americani a trarre il maggior giovamento dall’episodio, potendo farsi un’idea del livello di avanzamento della tecnologia dei loro alleati, oltre a controllarne gli sviluppi futuri. Il nulla osta dato ai britannici fu motivato, all’interno delle sfere nucleari americane, con la previsione che i modelli usati dai britannici non avrebbero fatto molta strada, e che conveniva perciò evitare frizioni eccessive sull’argomento, tanto più che ora era chiaro agli esperti del Regno Unito che, in tema di nucleare, anche loro avrebbero dovuto fare i conti con l’egemonia scientifico-politica statunitense.

La controversia anglo-americana del 69 fu un conflitto sull’identità nazionale della conoscenza. I britannici cercarono di ‘denazionalizzare’ quanto avevano imparato dagli Stati Uniti fino al ’65, e di nazionalizzare solo gli elementi che avevano intenzione di passare a tedeschi e olandesi. Gli statunitensi tentarono di ‘rinazionalizzare’ ogni singola informazione condivisa coi britannici prima del ’65, insistendo sull’identità americana di quelle informazioni, un’identità che – secondo gli americani – sarebbe sopravvissuta per un altro decennio. Mentre i britannici sostenevano che la centrifuga sviluppata nel ’69 non dovesse nulla in particolare a quella costruita con la collaborazione nordamericana, gli americani rifiutavano ogni idea di discontinuità nell’accumulazione storica delle conoscenze britanniche rispetto a quelle dei primi anni ’50. Nella conoscenza ibrida, conclude quindi Krige, il concetto di ‘nazionale’ viene dissolto durante la produzione stessa della conoscenza.

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