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Nel Neolitico l’odontoiatra curava con la cera d’api

COSTUME E SOCIETÀ – Capita che un pezzetto d’osso possa raccontare aspetti rimasti ignoti della storia dell’essere umano. Basta poco qualche volta, come in questo caso. È stata sufficiente una sola porzione di mandibola, per scoprire che un dente dell’Uomo di Lonche era stato curato utilizzando cera d’api.
I pochissimi resti dell’Uomo di Lonche, rinvenuti in una grotta in Slovenia e risalenti a circa 6.500 anni fa, sono conservati nel Museo di Storia Naturale di Trieste e sono stati recentemente analizzati da un team composto da ricercatori del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Trieste e delle università di Trieste, Napoli e Roma. Sono loro ad aver rivelato sulla rivista PloS One che nel Neolitico esistevano già i primissimi “dentisti” che utilizzavano materiali naturali per eseguire otturazioni, riparare denti scheggiati o tappare fessure che rendevano i denti sensibili.
Data la preziosità della porzione di mandibola dell’Uomo di Lonche, i ricercatori hanno scelto di ricorrere alla tecnologia più avanzata per analizzarlo: la microtomografia con la luce di sincrotrone,  coadiuvata dalla datazione al carbonio 14 e dalla spettroscopia a infrarossi.

“Senza prelevare alcun campione – spiega Federico Bernardini, primo autore dello studio – il reperto è stato analizzato tramite microtomografia a raggi X, presso la linea Syrmep di Elettra-Sincrotrone a Trieste e presso il Laboratorio Multidisciplinare dell’Ictp Si tratta di una tecnica non distruttiva che consente, come la tac ospedaliera ma con una risoluzione molto più alta, di riprodurre un volume identico all’oggetto studiato, che  può poi essere sezionato virtualmente in ogni direzione per ottenere tutte le informazioni strutturali necessarie, senza arrecare alcun tipo di danno”. E ciò che hanno visto i ricercatori li ha lasciati sorpresi: “Quando abbiamo visto per la prima volta i risultati della microtomogrfia del canino siamo rimasti molto colpiti – prosegue l’archeologo – perché una depressione nella superficie occlusale del dente e  la parte alta di una frattura nello stesso erano riempite perfettamente da una sostanza di cui ancora non conoscevamo la natura. Sembrava veramente un’otturazione moderna!”
È stata la spettroscopia all’infrarosso a dire, poi, ai ricercatori che la sostanza misteriosa era proprio cera d’api e la datazione al carbonio 14 a permetterne, infine, la datazione. “Un campione prelevato dalla mandibola  – precisa Bernardini –è stato datato in un laboratorio italiano mentre un piccolissimo campione di cera è stato datato in Australia. Le date ottenute su due materiali diversi, osso e cera d’api, e da due laboratori diversi, si sovrappongono perfettamente! Questa è la prova che la cera è stata messa sul dente già nel Neolitico”.

Nonostante gli autori abbiano preso in considerazione tre scenari differenti del perché si sia trovata della cera d’api nella crepa del canino e del quando sia avvenuto l’intervento – si è pensato che la cera potesse essere stata applicata in vita per ridurre il fastidio dato dalla dentina scoperta e dalla frattura, oppure che fosse stata usata per lenire il dolore della dentina scoperta mentre la crepa potrebbe essersi formata post mortem e in quel caso la cera si sarebbe infiltrata solo nel tempo, oppure ancora si è ipotizzato che la cera potesse essere stata applicata post mortem come pratica di sepoltura, facente parte di tradizioni che, per quel che riguarda l’Istria del Neolitico, sono quasi completamente sconosciute – la spiegazione più accreditata dagli autori stessi è che si tratti proprio di un intervento odontoiatrico: “La cera – conclude l’archeologo – è stata applicata solo sulla superficie occlusale del canino, che presenta un’usura molto accentuata tanto da aver prodotto una depressione nella dentina. Inoltre lo stesso dente è il solo a presentare una frattura verticale nella corona. Il canino quindi doveva causare un notevole fastidio, tanto da richiedere un trattamento particolare. L’ipotesi di un’applicazione post mortem è, dunque, davvero improbabile”, anche perché, se si trattasse davvero di una pratica di sepoltura, allora resterebbe da spiegare il motivo della presenza della cera solo sul canino fratturato e non su tutti i denti o almeno su entrambi i canini.

In conclusione, anche se i prodotti derivati dalle api erano largamente utilizzati nelle comunità preistoriche, questo studio suggerisce per la prima volta in assoluto la concreta possibilità di un loro uso terapeutico-dentistico.

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