ATTUALITÀCRONACA

Orion: un volo da manuale

È partita la capsula spaziale Orion, in un viaggio proposto dalla NASA come il primo passo verso Marte

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ATTUALITÀ – In perfetto orario sulla tabella di marcia, alle 7:05 del mattino sulla Florida (le 13:05 in Italia), il potente ruggito dell’unità di lancio Delta IV Heavy, la capsula spaziale Orion ha lasciato terra per iniziare il suo viaggio nello spazio. È il primo test di volo per la navicella sviluppa dalla NASA con il preciso intento di far tornare in prima persona gli esseri umani a esplorare il nostro Sistema Solare. Grande enfasi, infatti, è stata posta dall’agenzia americana su questo test come il primo passo verso Marte, come mostra l’immagine-poster qui sotto.

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Il volo era originariamente previsto per ieri, 4 dicembre, e poi posticipata ad oggi per diversi problemi di troppo vento e una valvola del sistema di alimentazione del carburante che non si chiudeva correttamente. Con una scenografia naturale spettacolare, grazie alle luci dell’alba su Cape Canaveral, questa volta tutto è filato liscio: dal giro di ok dato al responsabile del lancio da tutti i vari tecnici che stavano monitorando i sensori fino al distacco da terra e l’incamminarsi verso l’orbita bassa in una traiettoria verso est seguita tante volte dalle missioni dello Space Shuttle americano.

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L’ok definitivo per questa missione è arrivato pochi giorni fa, ma il lavoro della NASA è cominciato oltre due anni fa. Come ha dichiarato Charles Bolden, ex astronauta e l’attuale amministratore della NASA durante la diretta del lancio, la strada è ancora lunga e il prossimo lancio – ancora senza equipaggio – “è previsto per il 2018”. Tutta la sequenza a partire da un minuto prima del lancio si può vedere nel video della NASA:

Dopo aver raggiungo una bassa orbita terrestre, il primo momento critico per Orion nel suo viaggio verso quota 4500 chilometri si è verificato attorno alla seconda ora di missione, quando si è attivato il secondo momento di accelerazione, chiamato in gergo SECO-2. In pochi minuti, 4 e mezzo circa, Orion ha accelerato e ha puntato il muso verso la seconda orbita terrestre, molto più ellittica della prima, per la parte più importante del proprio viaggio:

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Uno dei grandi punti interrogativi che si sono posti alla NASA è l’effetto dell’attraversamento della fascia di Van Allen, una regione delle spazio a forma toroidale che circonda la Terra. La fascia di Van Allen è caratterizzata da particelle cariche che possono danneggiare o comunque interferire sugli strumenti e sui futuri viaggiatori umani. Uno degli obiettivi di questo primo lancio oltre questa regione era proprio raccogliere dati per meglio comprendere quello che vi avviene. Per quanto si è visto durante la diretta, tutto è filato liscio, ma sarà l’analisi post-missione a dare maggior informazioni.

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Dopo circa tre ore, ha raggiunto la quota massima, circa 4500 chilometri (per la precisione 3604,2 miglia), equivalente alla quasi totalità della lunghezza della costa orientale degli Stati Uniti, dalla Florida al Maine. Percorrendo questa orbita, Orion è diventata il primo veicolo a lasciare la bassa orbita terrestre dai tempi dell’Apollo 17 oramai 42 anni fa. Una volta raggiunta la quota massima e iniziata la parabola discendente del viaggio, il modulo passeggeri dell’Orion si è distaccato dal secondo stadio del modulo Delta IV, volando così libera per la prima volta, dopo essersi girata di 180° su se stessa, per mettere lo scudo termico tra sé e la Terra. Anche questa delicata fase è stata superata senza problemi, tanto che – parole del commentatore della NASA TV – “non c’è stato tanto modo di discutere in mission control”.

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Nel suo ritorno verso l’appuntamento con l’Oceano Pacifico, Orion ha attraversato nuovamente la Fascia di Van Allen nella sua zona più attiva dal punto di vista delle radiazioni. Anche in questo caso, nessun problema da registrare. Gli occhi di mission control a Houston, a questo punto, si sono concentrati sull’incontro tra Orion e l’atmosfera, avvenuto circa alle 17:20 ora italiana, alla ragguardevole velocità di 32000 chilometro l’ora. In quel momento lo scudo termico, quello che era fallito durante il disastro dello shuttle Columbia il 1° febbraio 2003, ha potuto sperimentare picchi di temperatura massima attorno ai 2200 °C. Nessun problema anche durante il black out telemetrico al contatto con l’atmosfera.

La discesa finale e l’ammaraggio 600 chilometri a ovest della Baja California, dove le navi della marina militare americana stavano aspettandola, è l’ultima fase critica, quella in cui i paracaduti (due diverse serie) per una diminuzione progressiva della velocità fino ai 32 km/ora previsti per il contatto con l’acqua. Tutto è filato liscio, completando in 4 ore e 24 minuti, alle 17:29 ora italiana, il primo viaggio del nuovo veicolo per l’esplorazione umana dello spazio.

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@ogdabaum

Immagini: NASA

 

Marco Boscolo
Science writer, datajournalist, music lover e divoratore di libri e fumetti - @ogdabaum - marcoboscolo.org - datajournalism.it

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