STRANIMONDI

Il favoloso mondo di Elisa. The Shape of Water

Ha vinto 4 premi Oscar e si è aggiudicato il Leone d’Oro a Venezia nel 2017. "La forma dell'acqua" è l'ultimo film del cineasta messicano Guillermo Del Toro, che sembra aver messo d’accordo pubblico e critica

STRANIMONDI – Quella di Del Toro è una favola fantasy che rilegge in chiave urbana la storia della Bella e la Bestia, celebre film Disney del 1991 tratto dal racconto della scrittrice francese Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. All’immaginario francese, poi, si ispira anche la figura della protagonista: Elisa Esposito, interpretata dalla bravissima Sally Hawkins, si rifà in modo quasi ostentato alla ormai iconica Amélie interpretata da Audrey Tautou.

La trama

Elisa Esposito vive in un appartamento di Baltimora, è affetta da mutismo a seguito di un incidente e lavora in un laboratorio di ricerca militare come addetta alle pulizie. Le sue uniche frequentazioni sono l’amica e collega afroamericana Zelda e il suo vicino Giles, artista omosessuale che vive un periodo difficile con scarse soddisfazioni professionali. La quotidianità ripetitiva e ordinaria di Elisa cambia quando nel laboratorio arriva una creatura marina di aspetto antropomorfo, una sorta di mostro marino umano, che viene studiato e sottoposto ad atroci torture da parte della squadra scientifico-militare guidata dal colonnello Richard Strickland, un uomo freddamente metodico, sadico e senza scrupoli. Ben presto, fra Elisa e la creatura si stabilisce un rapporto di affetto e amicizia, che evolverà in una travolgente storia d’amore.

Una favola sulla diversità

Il film è ambientato negli anni Sessanta, in piena guerra fredda e con la società americana scossa da pesanti tensioni razziali. La lotta alla discriminazione è il tema portante del film. Nella trama principale l’amore oltre ogni convenzione di Elisa e della creatura – amore tutt’altro che platonico: le umane esigenze di Elisa sono rese note, a più riprese, sin dall’inizio del film – è la costruzione di un mondo perfetto ma irreale, favoloso, sfuggente e metafisico come la forma dell’acqua, che si iscrive nel secondo livello narrativo, quello del mondo reale, tutt’altro che fiabesco. Qui, Giles viene allontanato da una tavola calda perché omosessuale mentre a una giovane coppia di colore viene impedito di sedersi. La stessa Elisa deve subire pesanti molestie sul posto di lavoro da parte di Strickland, che la apostrofa volgarmente riferendosi anche alla sua disabilità. Quest’ultimo è l’esatto contrario del mostro, poiché porta in dote la “normalità” che però disprezza e reprime ciò che non ritiene a lei affine. Strickland è bianco, di bell’aspetto, con una bella moglie (a lui soggiogata) e due figli, di successo, forte fisicamente, in condizione di potere: egli utilizza questa sua ostentata normalità per dominare e controllare ciò che al contrario “normale” non è. L’amore di Elisa per il mostro è una straordinaria affermazione di libertà contro gli schemi di pensiero reazionari costituiti da ciò che è ritenuto “normale”.

La scienza come strumento di potere

Il potere costituito che funge da elemento torturatore e repressivo è un altro pilastro tematico del film, e qui entra in gioco la scienza. Gli scienziati che studiano la creatura e lavorano nel laboratorio sono parte integrante di quel sistema di potere che umilia i deboli. Del resto, sapere è potere. Conoscere la creatura può dare forza militare e politica agli Stati Uniti in piena Guerra Fredda contro i rivali sovietici. Perciò, sul piano morale ciò basta a giustificare le orrende atrocità commesse sulla creatura – la quale man mano che il film avanza mostra tratti umani sempre più marcati, linguaggio a parte – perché, essendo diversa, essendo non del tutto umana, o essendolo solo in parte o in modo alternativo, non è detentrice di quei diritti che si riconoscono solo a chi si riconosce come proprio simile. E per Strickland, emblema dell’America più retrograda e razzista, questa categoria non è particolarmente ampia: basti ascoltare come si rivolge a Elisa quando cerca di sedurla, trattandola più come un fenomeno da circo che come essere umano. In questo dipinto così critico sul potere di cui la conoscenza scientifica è ancella vigliacca e compiacente si distacca, in parte, il personaggio dello scienziato-spia Robert Hoffstetler, che viene sfruttato da Del Toro per mostrare una scienza più riflessiva, etica e umana.

Favola consolatoria. O no? 

Il film è molto bello sul piano estetico, forte di una fotografia curata nel dettaglio, di una recitazione ottima e di una colonna sonora letteralmente da Oscar. Tuttavia, una possibile critica al film è che tutti i temi e i personaggi siano caratterizzati da una certa banalità. O, quantomeno, una certa schematicità. Guardiamo alla scienza: forse la figura debolmente inquieta del dottor Hoffstetler è un po’ troppo poco per problematizzare il lato dell’eticità della ricerca. Allo stesso modo il personaggio di Giles, artista e gay, amante dei gatti e perennemente solo, colleziona un po’ troppi luoghi comuni, che è possibile rivedere anche nelle dinamiche familiari di Zelda e del marito. E come non ritenere un po’ artefatto anche lo stesso antagonista principale, il colonnello, troppo cattivo per essere vero, davvero l’alter-ego yankee e in doppiopetto di Gaston della versione disneyana della Bella e la Bestia? I personaggi sicuramente sono schematici e portano con sé fin dai nomi un bagaglio di valori sottointesi. Ma è anche vero che Del Toro sceglie consapevolmente una narrazione fiabesca, non il realismo crudo, ad esempio, di serie come The Wire o I Soprano.

Il contesto conta eccome: in questo senso, la scelta di Del Toro di dare vita ad archetipi funzionali alla sua fiaba in uno schema da manuale, tipico per esempio nei classici Disney, è ponderata e voluta e probabilmente avrebbe stonato il contrario. Le fiabe solitamente finiscono bene – e questa non fa eccezione – ma la consolazione, se c’è, può essere parziale. Nel Re Leone, ad esempio, l’incoronazione a re non restituisce a Simba l’adorato padre Mufasa. Anche qui, l’idilliaco finale che si perde negli abissi di una Sirenetta al contrario non riabilita di certo un mondo che fuori dall’acqua rimane gravato da tutti i lati oscuri che Del Toro ha mostrato nel corso del film e coi quali, anche ben oltre la Guerra Fredda, abbiamo ancora a che fare.

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Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta

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