AMBIENTE

Aree protette, un terzo è fortemente degradato

Kendall Jones e i colleghi dell’Università del Queensland, in Australia, mostrano che solo i più remoti territori al Nord sono davvero “intonsi”, mentre la pressione umana si fa sentire su tutti gli altri

aree protette degradate
Gran Paradiso, Italia. Fotografia di Dominicus Johannes Bergsma, CC BY-SA 4.0

AMBIENTE – Oltre 200 000 aree protette su cinque continenti, per un totale di quasi 20 milioni di chilometri quadrati tutelati. È l’estensione delle zone destinate, sulla carta, alla tutela dell’ambiente e alla conservazione delle specie. Eppure la realtà è molto diversa, come mostra uno studio appena uscito su Science. Secondo gli scienziati, un terzo di queste aree protette è fortemente degradato e subisce gli effetti delle attività antropiche.

Gli scienziati concordano sul fatto che le aree protette sono la chiave per tutelare la biodiversità e la loro estensione è aumentata di recente dal 9 al 15%, con l’obiettivo per il 2020 di raggiungere il 17%. A partire dal 1992, anno della Convention on Biological Diversity, i territori tutelati come aree protette sono letteralmente raddoppiati. Eppure Kendall Jones e i colleghi dell’Università del Queensland, in Australia, hanno mostrato che solamente i più remoti territori al Nord sono davvero “intonsi”, mentre la pressione umana si fa sentire in qualche modo su tutti gli altri. Per un terzo delle aree protette, circa sei milioni di chilometri quadrati, questo avviene in modo importante.

Se non cambiamo rotta rapidamente, avvisano gli autori, gli obiettivi del CBD saranno compromessi e perderemo il vantaggio sulla conservazione che abbiamo in queste aree.

Le eccezioni

Le aree protette più degradate si trovano in Asia, Europa e Africa, laddove la pressione antropica sull’ambiente è più estrema, lo sfruttamento è meno regolato e gli ambienti vengono frammentati dalla costruzione di strade e varie infrastrutture. Ma ci sono eccezioni, aree nelle quali gli obiettivi di conservazione sono molto rigidi e ambiziosi, la presenza umana viene ridotta il più possibile e la Wildlife Conservation Society ha fatto importanti investimenti. Tra queste:

Keo Seima Wildlife Sanctuary, Cambogia: la foresta protetta di Seima si trova alle pendici della catena montuosa Annamita, che si estende tra Laos e Vietnam toccando una piccola area della Cambogia Nord-orientale. Ospita più di 60 specie il cui status di conservazione secondo la Lista Rossa IUCN è minacciata a livello globale, quasi minacciata o data deficient (non ci sono dati a sufficienza per classificarla). Nel santuario vivono 25 specie di carnivori, comprese tigri e gatti selvatici, insieme a elefanti asiatici, varie specie di uccelli e primati. La foresta è il cuore dell’economia e della vita quotidiana locale, ma l’aumento della popolazione e lo sfruttamento economico delle risorse hanno messo a dura prova anche questo paradiso. Una grossa porzione della foresta è stata rasa al suolo per far spazio a piantagioni di caucciù.

Fotografia Widlife Conservation Society

Madidi National Park, Bolivia: è un parco nazionale giovane, istituito nel 1995 sul bacino settentrionale del Rio delle Amazzoni, in Bolivia. È una delle aree protette più grandi del paese e, con le numerose specie che ospita (100 solo gli uccelli), viene considerato un hotspot di biodiversità. Copre quasi 20 000 chilometri quadrati dalla catena montuosa delle Ande fino al cuore della foresta amazzonica, con una varietà di ambienti che vanno dalla giungla tropicale alla foresta nebulosa. L’approccio turistico è quello di offrire ai visitatori una reale esperienza della giungla, avvistando gli animali nel loro ambiente naturale e scoprendo le proprietà delle piante nel parco.

aree protette degradate
Fotografia di Paul B. Wikimedia Commons CC BY 2.0

Yasuni Biosphere Reserve, Ecuador: Con i suoi quasi tre milioni di ettari la riserva si trova sull’intersezione tra Amazzonia, Ande ed equatore e comprende lo  Yasuní National Park, che rappresenta circa un terzo della sua estensione. Nel 1989 è stata nominata Biosphere Reserve dall’UNESCO ed è considerato uno dei punti più ricchi di biodiversità dell’intero pianeta. È anche uno degli ultimi territori coperti da foresta tropicale continua e non frammentata nell’Ecuador orientale. Ospita 1 300 specie di alberi, più di 600 uccelli e quasi 270 pesci, oltre a 200 mammiferi come il tapiro del Sudamerica, il pecari labiato, il giaguaro, lo speoto e l’atelocino, oltre a 13 specie di primati.

Fotografia di Geoff Gallice, Wikimedia Commons CC BY 2.0

Per la valutazione gli autori hanno analizzato l’impronta umana globale e concludono che i governi sopravvalutano lo spazio davvero a disposizione della natura all’interno delle aree protette. Ma non suggeriscono ovviamente di eliminarle, bensì di puntare a migliorarne la gestione.

“Sappiamo che le aree protette funzionano. Quando sono ben finanziate, gestite e nel posto giusto sono estremamente efficaci contro le minacce che provocano perdita di biodiversità e permettono di far sopravvivere specie sull’orlo dell’estinzione. Ci sono anche molte aree protette che tuttora versano in buone condizioni e proteggono quelle ultime fortezze di specie a rischio in tutto il mondo. La sfida è migliorare la gestione di quelle aree protette che sono più preziose per la conservazione della natura, per essere certi che la tutelino davvero”, conclude James Watson dell’Università del Queensland, membro di WSC.

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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