giovedì, Agosto 22, 2019
AMBIENTEIN EVIDENZA

Abbattere lo spreco alimentare con la circular economy

La rete Ricibo in poco più di un anno ha recuperato e ridistribuito a Genova 180 tonnellate di cibo, per un valore di circa 300mila euro.

Il processo per recuperare e ridistribuire il cibo in eccesso è ancora parziale: per migliorarlo, bisogna creare reti capillari sul territorio.

Si stima che lo spreco di cibo a monte nella grande distribuzione in Italia, cioè già da mettere in conto nel momento stesso in cui un prodotto sale su un camion per essere distribuito, vari dal 40% al 60%. Come dire che su dieci mele appena raccolte, sappiamo già che mediamente la metà non sarà venduta. In filiere di altro tipo, come le cosiddette filiere corte o acquistando direttamente dai produttori senza intermediari, lo spreco si riduce al 5% al 10%. Un bel salto. Ampliando lo sguardo, la FAO stima che oltre un terzo del cibo prodotto al mondo vada perso.

Il grosso problema dello spreco alimentare

Le parole usate anche in questo ambito hanno il loro peso. Finalmente nel 2017 è stata varata la Legge 166 sullo spreco alimentare che ha sostituito la Legge 155/2003 detta “del buon samaritano”, regolamentando per la prima volta la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici non più commerciabili, a fini di solidarietà sociale. La nuova legge ha sostituito soprattutto il termine rifiuto, passando a parlare di eccedenza come valore, in linea con le logiche della Circular Economy.

Eppure ancora oggi fatichiamo a percepire lo spreco alimentare come un problema, anche sociale. C’è cibo per tutti, il problema è che fra chi produce troppo e chi non ha le risorse per comprare ciò che gli serve c’è ancora un dirupo. Dal di fuori la logica sembra semplice: prelevare il cibo invenduto dai supermercati e ridistribuirlo a chi non può permetterselo. Ma non è così facile, perché senza un lavoro preliminare di mappatura capillare delle forze presenti in città e una rete che le metta in contatto, quartiere per quartiere, vicolo per vicolo, realtà religiose e non, pubbliche e private, grandi e piccole che siano, il processo di recupero e ridistribuzione rimane parziale.

Per questo motivo raccontare l’esperienza della rete Ricibo del Comune di Genova è importante, per i risultati notevoli in termini di abbattimento dello spreco alimentare, ma soprattutto perché può essere un esempio scalabile per altre città. La rete, operativa da appena poco più di un anno, è riuscita a recuperare e ridistribuire in città 180 tonnellate di cibo, per un valore stimato di circa 300.000 euro. In una realtà come Genova sono numeri per nulla trascurabili.

Il progetto ha  come obiettivo valorizzare tutte le esperienze cittadine mettendole in rete; ha scelto di affrontare la lotta allo spreco e alle povertà attraverso politiche di sharing in cui strumenti, persone e mezzi possono essere condivisi e utilizzati da tutte le associazioni cittadine. Tutto questo, unito al fatto che Genova è la seconda città italiana ad aver introdotto una riduzione della TARI per soggetti donatori (secondo quanto suggerito dalla legge 166/2016), ha reso questo modello piuttosto innovativo al punto che Compagnia San Paolo e Fondazione Carige hanno deciso di sostenerlo interamente per il biennio 2018/2019.

Un lavoro certosino

Ricibo conta attualmente190 associazioni presenti, 45 delle quali molto attive nella rete. Mappare la presenza di tutti gli attori presenti sul territorio è stato un lavoro immenso, certosino, racconta a OggiScienza Roberta Massa, mente e cuore del progetto. Tutto è partito nel 2015 quando il Comune aderendo alla Rete Città Sane, ha deciso di aprire un tavolo di lavoro sul cibo per capire quale fosse davvero la portata della rete dell’associazionismo sul territorio.

Il tavolo di lavoro ha messo subito in luce le vulnerabilità sul territorio e da lì, dalla presa di coscienza di quali fossero i punti di non contatto fra domanda e offerta, è nata l’idea di mettere in piedi la rete, anzitutto attraverso un accordo di collaborazione tra i soggetti pubblici e privati che si occupano di recupero e ridistribuzione di beni alimentari (che attualmente è coordinato dall’Ass. Comunità San Benedetto al Porto), poi aprendo un Gruppo Facebook nel 2017, per diffondere le buone pratiche esistenti e intercettare altri soggetti attivi sul territorio; tutto questo ha permesso di iniziare a conoscersi.

“Ci sono altre reti di valore simili anche in alcune altre città d’Italia, ma mi sento di dire che la forza di Ricibo è che stiamo mettendo insieme realtà che normalmente non collaborano, che faticano a dialogare perché ognuno ha da sempre la sua rete e lavora per conto proprio” continua Roberta. “A chiunque di noi pensando al tema dello spreco alimentare viene in mente per esempio il Banco Alimentare e la colletta che viene proposta fuori dei supermercati almeno una volta l’anno. Questa però è solo una delle tante iniziative per recuperare cibo, seppure importantissima. Per quanto riguarda la raccolta delle eccedenze alimentari ovvero del cibo che è buono ma non più in vendita perché in scadenza o “rovinato”, oltre al Banco Alimentare, esiste un universo di piccole e piccolissime associazioni che recuperano direttamente il cibo in scadenza nei negozi e supermercati di prossimità. Per capire di cosa parliamo, nell’ultimo anno queste associazioni hanno recuperato almeno 100 tonnellate di cibo e 35 mila pasti completi ridistribuiti nelle mense solidali”.

Ridistribuire l’eccesso

Sul versante della ridistribuzione “ci sono le già citate mense solidali, le attività di ridistribuzione di panini, di pacchi per le famiglie e i servizi per i senzatetto che vengono effettuati di notte. A questi si aggiungono i social market, strutturati come dei supermercati, con scaffali e via dicendo, a cui accedono gli utenti dei servizi sociali che possono acquistare tramite delle tessere punti, dove a ogni prodotto corrisponde a un costo in termini di punti. Un’esperienza, quest’ultima, di grande valore anche simbolico, perché si basa sull’idea che la persona seppure bisognosa sia soggetto attivo e non passivo nella donazione”.

Attraverso la rete Ricibo, è stato possibile creare nuovi servizi e fornire alle associazioni del territorio nuovi strumenti; così facendo tutti gli attori sono in contatto e lo spreco alimentare si abbatte. Per facilitare gli scambi è nato per esempio il gruppo WhatsApp, dove le associazioni posso segnalare eventuale cibo che nonostante le previsioni non sono riuscite a ridistribuire nella loro zona di competenza e rimetterlo in circolo. Grazie al gruppo sono stati ridistribuiti in un anno ulteriori 25 mila euro di valore: 1,5 tonnellate di cibo, 1000 coperte di lana, 600 pacchi di pannolini biodegradabili e 300 quaderni.

Se si vuole puntare allo spreco zero in città, bisogna conoscere bene ciò che esiste e poi intervenire dove necessario; per questo Ricibo ha attivato di recente una collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università di Genova per una valutazione dell’impatto integrato della rete sulla città dal punto di vista ambientale, sociale e economico, sia in termini di persone coinvolte che di prevenzione dello spreco. “Oltre a recuperare le eccedenze alimentari, quello che a noi interessa è far in modo che attraverso lo studio del sistema esistente, si capisca come prevenire lo spreco su ogni filiera di distribuzione creando un sistema che sia sostenibile e durevole. Allo stesso tempo alla rete interessa creare anche opportunità di lavoro, magari proprio per quelle persone che sono entrate nella rete come beneficiarie”.

Una rete interamente volontaria

Sarà banale, ma resta enorme il problema delle braccia, che dove ci sono, sono piuttosto anziane, per quanto piene di energia e competenza. “Tutto il sistema per il momento si basa sul volontariato e la maggior parte dei volontari sono pensionati con più di 70 anni; questo rende il sistema molto fragile. Speriamo con Ricibo di creare nuove prospettive di sviluppo, di immaginare e realizzare un sistema che possa stare in piedi diversamente secondo i principi dell’economia circolare. In questo modo il cambio di prospettiva è radicale: la ridistribuzione delle eccedenze alimentari non è più considerata solo come un atto di carità verso le persone in stato di bisogno (legge del buon samaritano) bensì come una necessità che va a beneficio dell’intera società.

Infine cosa non meno importante ci interessa aumentare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza di non sprecare per primi il cibo, non acquistando oltre il necessario. Da qui le attività di comunicazione su cui investiamo molto -conclude Roberta – e i progetti con le scuole che abbiamo attivato”.


Leggi anche: Ridurre l’impatto del cibo sull’ambiente

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

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