sabato, Settembre 19, 2020
AMBIENTE

Nei mari sempre più caldi, gli scenari peggiori sono già realtà

Il riscaldamento globale ha ormai impatti evidenti anche sugli oceani, mettendo a rischio gli ecosistemi marini, la pesca e l’abitabilità di molte regioni costiere

Quando si tratta di cambiamenti climatici, siamo più attenti a quel che accade sulla terraferma, dove viviamo, tuttavia oltre il 90% del calore prodotto dal riscaldamento globale è assorbito dagli oceani, da cui dipende il destino di molte specie viventi e la sicurezza di milioni di persone. L’innalzamento del livello dei mari minaccia già molte isole e regioni costiere, dove fenomeni di erosione, mareggiate e inondazioni sono in aumento, mentre il riscaldamento e l’acidificazione delle acque rischiano di sconvolgere gli ecosistemi marini e di impoverire gli stock ittici da cui dipende il nostro sostentamento.

Crediti: NASA/JPL-Caltech

Se in Groenlandia si squaglia la calotta

I segnali di un’accelerazione del riscaldamento globale si moltiplicano e diverse ricerche hanno evidenziato quanto rapidamente anche gli oceani e la criosfera stiano mutando. L’ultimo campanello d’allarme è suonato la scorsa settimana: una ricerca condotta da un team internazionale di 96 scienziati è riuscita a dimostrare che i ghiacci della Groenlandia scompaiono sempre più in fretta. Hanno così trovato conferma i timori di quest’estate, quando in Groenlandia si registravano temperature di 10 °C sopra la media stagionale e nel solo mese di luglio andarono perse quasi 200 miliardi di tonnellate di ghiaccio: abbastanza per alzare il livello medio dei mari di oltre mezzo millimetro.

Nonostante la fusione estiva dei ghiacci artici sia un fenomeno normale, con l’aumento delle temperature l’equilibrio fra il ghiaccio che si forma d’inverno e la massa che si scioglie d’estate sembra essersi spezzato. Rispetto agli anni Novanta, quando si registrava una perdita media di 33 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, oggi la fusione avviene a un ritmo sette volte maggiore, cosicché nell’ultimo decennio la perdita media annua è salita a 254 miliardi di tonnellate. Il fenomeno è alimentato sia dall’aria più calda, sia dall’aumento della temperatura oceanica, che accelera lo scorrimento dei ghiacciai verso il mare e il successivo distacco degli iceberg.

Tra il 1992 e il 2018 la calotta della Groenlandia ha perso 3.800 miliardi di tonnellate di ghiaccio, contribuendo a un innalzamento del livello medio dei mari di circa un centimetro. Se la fusione continuerà ai ritmi attuali, la fusione dei ghiacci della Groenlandia farà salire i mari del pianeta di 7-13 centimetri entro fine secolo. Può sembrare un incremento modesto ma, come sottolinea Andrew Shepherd dell’Università di Leads (Regno Unito), coordinatore dello studio: «Per ogni centimetro in più del livello medio dei mari, altre 6 milioni di persone subiranno gli effetti delle inondazioni costiere».

Lo studio condotto in Groenlandia è puramente osservativo e dunque non fa che descrivere una realtà già in atto: si basa infatti su numerosi monitoraggi ambientali e sull’analisi dei dati satellitari raccolti dalla NASA e dall’Agenzia spaziale europea (ESA). Come ha sottolineato Erik Ivins, ricercatore della NASA e coautore dello studio: «È una prova inconfutabile che si stanno realizzando gli scenari peggiori sull’innalzamento dei mari». In altre parole, quel che accade in Groenlandia mostra che già oggi, nelle regioni artiche, tra le più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale, le più pessimistiche previsioni dei modelli climatici hanno trovato una drammatica conferma.

Acqua sempre più alta

I ghiacci della Groenlandia, peraltro, non sono gli unici a soffrire per effetto del riscaldamento globale. La banchisa artica è da tempo in ritirata, mentre dal 2016 si osservano inquietanti segnali di instabilità anche nelle regioni dell’Antartide occidentale. Nel complesso, la fusione delle calotte in Groenlandia e in Antartide, sommata a quella dei ghiacciai montani (che rischiano di sparire quasi completamente prima della fine del secolo), costituiscono la causa principale dell’innalzamento dei mari. Il resto è dovuto alla dilatazione termica degli oceani: più l’acqua si scalda, infatti, più aumenta di volume.

Oggi il livello medio dei mari cresce di oltre 3,5 mm all’anno, ovvero 2,5 volte più in fretta di quanto non accadesse negli anni Novanta. Lo attesta il rapporto speciale sullo stato degli oceani e della criosfera pubblicato a settembre dall’IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Nelle pagine del rapporto si legge che, se le emissioni continueranno ai ritmi attuali, entro fine secolo il livello medio dei mari salirà di almeno 60 centimetri, ma potrebbe arrivare anche a 1,1 metri. Considerando che ogni centimetro conta, ce n’è abbastanza per essere allarmati.

L’IPCC stima che 680 milioni di persone (circa il 9% della popolazione mondiale) risiedano in aree costiere che si ergono a non più di 10 metri sopra il livello del mare, dove si sono sviluppate anche megalopoli come Tokyo, New York, Shanghai, Mumbai o Giacarta. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, persino limitando l’aumento della temperatura globale a 2°C, l’innalzamento dei mari costringerà 30-80 milioni di persone a migrare verso l’interno, abbandonando città costiere e pianure coltivabili.

Cosa accade sotto il mare

Sebbene quel che avviene sotto la superficie del mare sia più difficile da studiare, dai primi anni Duemila gli scienziati dispongono di una rete globale di sensori in grado di raccogliere misure sistematiche di salinità e temperatura fino a 2.000 metri di profondità. Si è così compreso che l’afflusso di acqua dolce prodotta dalla fusione dei ghiacci continentali, oltre a contribuire all’innalzamento dei mari, riduce la densità e la salinità dell’acqua, con effetti importanti sia sugli organismi viventi sia sulle correnti oceaniche, che a loro volta possono avere complesse ripercussioni sul clima a livello regionale e globale. Si è inoltre scoperto che gli oceani si scaldano a una velocità del 40% più elevata di quel che si pensava appena cinque anni fa.

Come se non bastasse, in modo simile a quanto si osserva sulla terraferma, l’aumento della temperatura globale rende più frequenti le cosiddette ondate di calore marine. Si tratta di periodi prolungati di tempo (almeno cinque giorni) in cui l’acqua raggiunge valori di temperatura estremi, con impatti devastanti sigli ecosistemi, paragonabili a quelli di un incendio in una foresta. Una ricerca pubblicata in marzo su Nature Climate Change racconta che gli habitat più colpiti sono le barriere coralline caraibiche, le erbe di mare che crescono sui fondali australiani e le foreste di kelp, la cui perdita è un doppio danno perché pregiudica anche l’assorbimento di CO2.

La maggiore concentrazione di CO2 disciolto in acqua ha inoltre innescato un processo di acidificazione degli oceani che costituisce un’ulteriore minaccia per molti organismi alla base della catena alimentare. Un ambiente più acido ostacola infatti la sintesi di carbonato di calcio con cui molluschi e crostacei costruiscono i loro gusci e i loro rivestimenti calcarei. L’acidificazione può inoltre indebolire gli scheletri dei coralli e compromettere la sopravvivenza del fitoplancton, con ripercussioni su interi ecosistemi. A differenza dell’aumento delle temperature, inoltre, da cui alcune specie di pesci possono cercare di sfuggire migrando verso zone più fredde, non c’è modo di trovare riparo dall’acidificazione degli oceani.

Gli effetti per la pesca

Considerati i molteplici impatti sugli ecosistemi marini, con la perdita di habitat fondamentali come le barriere coralline – che secondo l’IPCC scompariranno anche con un aumento delle temperature di appena 2°C – non dovrebbe sorprendere che il riscaldamento globale minacci anche il settore della pesca, da cui dipende la sicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone.

L’impatto dei cambiamenti climatici sugli stock ittici è stato misurato da una ricerca pubblicata su Science in marzo. Indagando gli effetti del riscaldamento globale nel periodo 1930-2010 su un campione di 124 specie di pesci, molluschi e crostacei in 38 regioni del mondo, è stato riscontrato un declino pari al 4,1% del cosiddetto rendimento massimo sostenibile, ovvero la quantità di pescato che si può catturare senza impoverire gli stock. Si tratta di una quantità equivalente alla perdita di ben 1,4 milioni di tonnellate di pescato, ma in alcune regioni, come il Mar del Giappone o il Mare del Nord, il declino ha raggiunto punte del 35%.

Secondo un rapporto dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), infine, il riscaldamento dei mari, insieme all’eutrofizzazione, è causa di una preoccupante diminuzione dei livelli di ossigeno. Gli scienziati dell’IUCN stimano che tra il 1960 e il 2010 l’ossigeno disciolto nell’acqua marina sia calato in media del 2%, ma in alcune zone tropicali si è avuto un crollo del 40%. La perdita di ossigeno è quadruplicata in appena 50 anni e la situazione è destinata a peggiorare. Alcune specie di tonni, marlin e squali, già in sofferenza per la pesca eccessiva, sono stati costretti a modificare abitudini, migrando verso gli strati marini più superficiali, dove trovano più ossigeno, ma dove li attendono anche le reti dei pescherecci.  A riprova che oggi le principali minacce da cui guardarsi, per loro e per noi, sopra e sotto i mari, sono dovute alle azioni umane.


Leggi anche: Innalzamento dei mari, triplicata la stima delle persone a rischio

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Giancarlo Sturloni
Sono un giornalista scientifico esperto di comunicazione del rischio. Svolgo attività di comunicazione, formazione e consulenza in campo sanitario e ambientale. Sono co-fondatore del collettivo NatCom - Communicating nature, science & environment. Insegno Comunicazione del rischio alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e all’Università degli Studi di Trieste. Sono autore di diversi libri tra cui "La comunicazione del rischio per la salute e per l'ambiente" (Mondadori Università, 2018) e "Il pianeta tossico" (Piano B, 2014). Con Daniela Minerva ha curato il volume "Di cosa parliamo quando parliamo di medicina" (Codice, 2007).
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