giovedì, Agosto 6, 2020
LIBRI

Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui

A pensar male degli altri si fa peccato, ma a ridere delle loro disavventure forse no… Tiffany Watt Smith ci parla di questo sentimento dal nome complicato, riuscendo a farci sentire un po’ meno colpevoli e più consapevoli.

Un libro dal titolo un po’ complicato, magari per alcuni quasi impronunciabile, eppure si tratta del saggio più divertente che abbia mai letto. E, tutto sommato, dopo essere arrivata alla fine, non mi sento nemmeno molto una brutta persona ad aver sogghignato così tanto… Si parla di disgrazie altrui, un tema che dovrebbe lasciarci tristi, o almeno un po’ contriti, eppure in moltissime pagine, leggendo diversi esempi, si sorride, o si sghignazza proprio. Perché succede? È sbagliato? Dobbiamo sentirci in colpa per questo?

I greci utilizzavano il termine epichairekakia, da epi “sopra”, chairein “gioire” e kakia “disgrazia”, per i romani, più di duemila anni fa, si trattava di malevolentia. Molte altre culture avevano un termine per definirla, in tedesco è stata battezzata Schadenfreude, da Schaden (danno) e Freude (piacere): il piacere del danno. “I sorrisi provocati dalla Schadenfreude e quelli provocati dalla gioia sono indistinguibili, tranne che per un dettaglio fondamentale: sorridiamo di più per il fallimento dei nostri nemici che non per un nostro successo.
Non è una prerogativa contemporanea o solo tedesca: quando si è trattato di ottenere appagamento, noi umani ci siamo sempre affidati all’umiliazione e al fallimento degli altri.”

Nessuno ama indugiare troppo sui propri difetti, eppure è proprio da quelli che si capisce chi siamo e cosa ci rende umani. C’è l’esaltazione davanti all’incompetenza, la soddisfazione un po’ moralistica di quando vengono smascherati comportamenti scorretti o ipocriti, e l’innegabile trionfo (che cerchiamo sempre di nascondere con molta cura) per uno sbaglio commesso da un rivale. Queste piccole e grandi gioie interiori si trasformano però in disagio e vergogna quando si tratta di situazioni molto più difficili da ammettere, come quel leggero sollievo che si prova quando a un amico o a un familiare, al quale sembra filare sempre tutto troppo liscio, sperimenta finalmente qualche accenno di sfortuna come tutti i comuni mortali. Questi sentimenti ci preoccupano, ci fanno pensare di essere privi di compassione, di avere un carattere orribile, di essere invidiosi e sentirci inferiori. Eppure, se cerchiamo di comprendere meglio quest’emozione che invece tentiamo di ignorare o di nascondere, possiamo capire di più su come siamo fatti.

Si possono riscontrare cinque aspetti ricorrenti della Schadenfreude: innanzitutto, viene considerata un’attività da puri osservatori, le sfortune che ci provocano ilarità o piacere non sono da noi causate. Si tratta poi di un’emozione furtiva, che tendiamo a tenere nascosta, e pensiamo di averne diritto quando si tratta di una giusta rivalsa morale verso chi trasgredisce le leggi, si comporta da ipocrita o in maniera arrogante. Si tratta di qualcosa in grado di lenire invidie e senso di inadeguatezza, facendoci sentire superiori per un po’, vale in genere per figuracce e piccoli imbarazzi, non per morti e tragedie (ma quest’ultima regola non è sempre immediata, conta anche il contesto).

Ogni capitolo tratta un diverso aspetto della Schadenfreude, dall’euforia per i video con le brutte figure o le cadute di sconosciuti, alla soddisfazione per i colpevoli che vengono pizzicati e finiscono nelle mani della giustizia, dal sollievo per la piccola cantonata di un amico di successo, all’esaltazione per un candidato politico avversario che implode. Per fortuna questo libro non ci dice cosa dobbiamo o non dobbiamo provare, né se e quanto dobbiamo vergognarcene, ma ci fa capire perché proviamo questo piacere colpevole.

Se per alcuni viviamo in una vera e propria “Era” della Schadenfreude, forse oggi rimane semplicemente più impresso in like e condivisioni quella che una volta era una fugace risatina. Online, poi, sembra che farsi beffe degli altri sia molto meno rischioso – e socialmente accettabile – che di persona. L’empatia, la capacità di sintonizzarci con la sofferenza altrui, viene molto apprezzata oggi, ma più aumenta la sua importanza, più diventa consapevole di sé la Schadenfreude. Essa può arrivare in qualche modo a diventare una celebrazione della nostra flessibilità emotiva, contro una rigidità morale che ci imbriglia in maniera troppo forte, una capacità di far coesistere pensieri e sentimenti apparentemente contraddittori. Forse, invece che l’indizio di un cuore cattivo, come vorrebbe Schopenhauer, si tratta di una ricchezza di cui essere consapevoli.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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