martedì, Settembre 28, 2021
AMBIENTE

Il Rapporto Direttive Natura: misurare il declino

Secondo l’ultimo rapporto sulla biodiversità coordinato da ISPRA, solo l’8% degli habitat in Italia è in buono stato di conservazione, e metà delle specie vegetali rare e vulnerabili protette a livello europeo e presenti nel nostro territorio rischia l’estinzione. Ne abbiamo parlato con l’ecologa e botanica Stefania Ercole coautrice del rapporto

Abbarbicati sulle pendici più aspre dei monti delle Madonie (Sicilia), gli abeti dei Nebrodi hanno radici capaci di scavare nelle pietraie più povere e un abito di aghi scuri che li avvolge perennemente.
Sono rimasti in pochi, una trentina circa, quasi tutti nel Vallone Madonna degli Angeli. Il numero esiguo, unito all’areale ridotto, li espone a un alto rischio di estinzione; perché svaniscano basta un incendio, una malattia, una tempesta più forte del solito.

Questa fragilità li ha resi un emblema della biodiversità endemica del nostro paese il cui destino pare appeso a un filo. Ma gli abeti dei Nebrodi non sono certo l’unica specie vegetale che, con l’avanzare della crisi climatica e delle attività umane, rischia di trasformarsi in un ricordo.

Tra le tante possiamo citare il Ribes sardoum: ottanta individui che ancora abitano sul Supramonte di Oliena (Sardegna). O l’Astragalus maritimus che, nell’Isola di San Pietro (Sardegna), conta circa trecento anime. Oppure la Kosteletzkya pentacarpos, una presenza puntiforme che a fatica resiste nelle lagune salmastre del Veneto e dell’Emilia-Romagna, dopo essere scomparsa da Toscana, Lazio, Campania e Puglia.

Dal 1992, anno in cui ha approvato la Direttiva Habitat, l’Unione Europea ha messo sotto osservazione un buon numero di queste specie, portabandiera di quella rigogliosa diversità che è caratteristica fondamentale della vita.
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha da poco pubblicato il Rapporto che ne descrive lo stato di conservazione. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Stefania Ercole, ecologa e botanica presso ISPRA, che da molti anni segue le attività relative all’attuazione delle Direttive Natura anche in ambito europeo.

Il Rapporto Direttive Natura

Il lavoro in questione è la sintesi di tre relazioni diverse: quella che il nostro paese redige ai sensi della Direttiva Habitat, quella dovuta alla Direttiva Uccelli e lultima in base al Regolamento UE 1143/2014 sulle specie aliene invasive.
Le tre relazioni vengono consegnate alla Commissione Europea con cadenza esennale; l’ultima è avvenuta nel 2019 e l’ISPRA, che ne coordina la realizzazione insieme al Ministero della Transizione ecologica, ha voluto fare una sintesi di quanto emerso.

Si tratta di una mastodontica opera di monitoraggio delle condizioni in cui versano alcune tra le specie e gli habitat più vulnerabili, rari e caratteristici del nostro paese. Un lavoro prezioso che va avanti ormai da molti anni e che oltre a regioni, province autonome e ministero, che ne sono responsabili, ha finito per coinvolgere enti di ricerca, università, società scientifiche  e associazioni di tutta Italia.
Il suo merito non è solamente quello di restituirci una fotografia dello stato di conservazione della biodiversità nel nostro paese, ma anche di contribuire alla creazione di un sistema di conoscenze comuni su scala europea, sulla base delle quali impostare strategie e azioni di conservazione efficaci.

Si tratta di un’impresa non semplice, spiega la dottoressa Ercole, perché «l’Europa chiede dati sempre più precisi e dettagliati sulle specie da tutelare» e perché se si vuole impostare una linea d’azione comune è necessario prima parlare tutti la stessa lingua.

Griglie di piante

Per valutare lo stato di salute di ciascuna specie è necessario avere molte informazioni, da fornire secondo i criteri stabiliti dalle diverse Direttive: area di distribuzione, popolazioni, pressioni e minacce del domani, azioni messe in atto per proteggere le specie e le aree in cui vivono, prospettive future. Ma come si ottengono questi dati?

Nel caso dell’area di distribuzione delle specie vegetali, su di una griglia in cui ogni cella corrisponde a un quadrato di 10x10km e che possiamo interpretare come la risoluzione dell’immagine da scattare. Di questa, i ricercatori coloreranno solo le maglie in cui la specie è presente.
Per le popolazioni animali invece va conteggiato, o stimato, il numero di individui presenti nel paese, valutando poi come questo cambia nel tempo.

Live Photo di una specie

Il tempo, in realtà, è una dimensione importante per tutte le forme viventi: per capire come evolvono le popolazioni e le specie richiede, infatti, non è sufficiente scattarne un’istantanea; serve una Live Photo.
Ecco allora che il monitoraggio deve permettere di individuare anche i trend, confrontando i dati attuali con i rilievi realizzati in passato, per stabilire se il numero di individui è effettivamente in contrazione o in espansione.

Va inoltre capito quanti individui sono in grado di riprodursi con successo (dove possibile contando fiori, frutti e semi) e se l’habitat è sufficientemente ampio ed integro a sostenerli in futuro.

Pressioni, minacce e misure di tutela

Una volta ricavate queste informazioni si passa ad analizzare i fattori che disturbano le specie: se sono attuali vengono chiamati pressioni, se riguardano il futuro sono minacce.
Segue una valutazione dei provvedimenti intrapresi. «Sapendo quali sono le pressioni e le minacce, cosa ha fatto lo stato membro per mitigarle o contrastarle? Le misure riguardano direttamente quella specie oppure no?».

Le corpose linee guida fornite dalla Commissione Europea orientano questo insieme di valutazioni quantitative e qualitative, che viene poi elaborato dai ricercatori per ottenere una sintesi finale. La specie o l’habitat sono in stato di conservazione favorevole, inadeguato o cattivo? I risultati che sono emersi da quest’ultima sono decisamente preoccupanti.

Luci e ombre

«I risultati dei report consegnati alla Commissione Europea nel 2019 mostrano un miglioramento delle nostre conoscenze sulle specie e sugli habitat italiani tutelati a livello comunitario. Questo è importantissimo, perché senza solide conoscenze di base non si possono adottare misure di tutela efficaci».

Ma è una bolla di luce in un panorama altrimenti fosco. «Per quanto riguarda la conservazione delle specie vegetali e animali, dall’ultimo report del 2013 le cose sono rimaste pressoché invariate. Non così per gli habitat, dove il numero di ambienti in uno stato di conservazione favorevole si è drasticamente ridotto».

«Eppure la conservazione degli habitat dovrebbe essere prioritaria, perché proteggendo un’intero habitat, si protegge tutta la biodiversità che in esso ha rifugio, non solo quelle  specie che so essere particolarmente rare,  preziose o a rischio».

Minacce comuni a tutta Europa

A mettere in pericolo la sopravvivenza di queste forme di vita è una somma di fattori diversi tra loro.

Ci sono le attività umane, che divorano suolo per trasformarlo in terreno agricolo, aree urbane e infrastrutture. C’è l’arrivo di nuove specie estranee che, trovando un ambiente ospitale, in alcuni casi finiscono per riprodursi eccessivamente, togliendo spazio e risorse a quelle già presenti.

Infine, vi sono i problemi che tendono a colpire le popolazioni troppo esigue: maggiore insorgenza di malattie ereditarie, ridotta fertilità, condivisione delle vulnerabilità. Prima o poi, gli individui di una popolazione molto piccola finiranno per assomigliarsi geneticamente. Saranno allora tutti vulnerabili allo stesso tipo di minaccia, che sia una malattia, la siccità, il gelo, o altro ancora. Se questa dovesse concretizzarsi, nessun individuo si salverebbe e l’intera specie scomparirebbe.

Non si tratta di una situazione esclusiva dell’Italia. Dal confronto con i risultati dei report realizzati negli altri paesi infatti è «emerso che i dati italiani sono, purtroppo, in linea con quelli del resto d’Europa».

Un sistema comune di conoscenze sottende allora la necessità di affrontare un problema comune: uno sforzo che, secondo la dottoressa Ercole, «richiederà maggior impegno nelle azioni di monitoraggio e conoscenze ancora più approfondite e dettagliate. Infatti senza un sapere di base solido, è difficile adottare strategie efficaci, per migliorare lo stato di conservazione di specie e habitat».

Post Scriptum

Nelle più antiche foreste della Terra di Mezzo, giganti delle sembianze di alberi si aggirano mormorando tra fronde e radici. Sono gli Ent, custodi e guardiani dei boschi, nati per proteggere le piante da coloro che sfruttano il legno e il suolo per i propri interessi. Sono rimasti in pochi e incapaci di riprodursi: le loro femmine se ne sono andate da molto, molto tempo.

A modo loro, gli abeti dei Nebrodi ricordano gli Ent. Per proteggere loro e le altre specie endemiche siciliane, nel 1989 è stato istituito il Parco delle Madonie: sono così diventati i protettori indiretti di tutte le specie che vi vivono attorno.

Su trenta individui, solo venticinque sono fertili. Per questo motivo giovani esemplari vengono oggi coltivati nei vivai, in attesa che crescano a sufficienza per tornare a popolare i monti.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

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Elisa Baioni
Laureata in Scienze Filosofiche all'Università di Bologna. Frequenta il Master in Comunicazione della Scienza 'Franco Prattico' di Trieste. Ha scritto per Galileonet; per Rickdeckardnet e per Animal Studies. Collabora con le scuole per attività di didattica formale e informale. Appassionata di scienza, etiche ambientali e postumanesimo. Preoccupata per il brutto clima.
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