giovedì, Dicembre 9, 2021
STRANIMONDI

Guida pratica alla costruzione di universi IX (e ultima) parte

Concludiamo la rassegna di costruzioni cosmiche narrative, scientifiche e speculative, parlando di uno dei padri della fantascienza: Isaac Asimov.

Oltre a studiare la mentalità di popoli lontani nel tempo o nel modo di vivere (come ha fatto Herbert per Dune) anche studiare la storia può essere un buon attrezzo per il world builder. Martin non ha fatto mistero di essersi ispirato alla storia inglese per le sue “Cronache del ghiaccio e del fuoco”, creando intrecci politici realistici che vanno al di là della dualità bene contro male (che per molti è un tratto distintivo dell’epica tolkeniana o di Star wars). Ma chi, forse è debitore alla storia più di altri è Isaac Asimov, l’autore del Ciclo della fondazione. Anche l’universo creato da Asimov è assolutamente interessante per la nostra trattazione almeno per tre motivi: come quello di Dune è tornato d’attualità grazie alla serie di Apple tv, è un universo semplice ed elegante tanto è vero che è basato, fondamentalmente su un’unica regola (o invenzione narrativa). (Anche il microcosmo dei Peanuts di Schultz, per fare un esempio apparentemente lontanissimo, è contraddistinto da una grande norma che lo rende diverso dal nostro ed immediatamente riconoscibile… pensateci, la “soluzione” si trova a fine capitolo.) Infine non sottovalutiamo la quasi casualità della sua creazione, che lo avvicina a molti altri universi iconici: George Lucas non aveva minimamente intenzione di creare un universo quando scrisse Star wars, voleva semplicemente raccontare una storia; l’universo verrà poi creato dai vari tie-in e dalla fan fiction. Probabilmente Lucas non avrebbe mai pensato che qualcuno sarebbe stato stipendiato per controllare la coerenza (continuity) dell’universo narrativo di Guerre stellari, perché in questo caso la coerenza è un’esigenza dei fan, non dell’autore.

Anche l’articolato microcosmo di Springfield, dei Simpson, ha visto la luce forse più per casualità che per altro: Matt Groening presentò un altro soggetto, Life in hell, a James L.Brooks (il produttore di The Tracey Ullman Show, lo spettacolo che inizialmente ospitava i Simpson). Si narra che Bart, Homer e il resto della famiglia, siano stati disegnati da Groening in sala d’attesa, mentre aspettava di incontrare il produttore che avrebbe scartato la sua prima idea, rimanendo invece colpito dal beone che lavorava in una centrale nucleare. I parallelismi tra i Simpson e l’universo di Asimov, come vedremo, sono evidenti, ma anche le somiglianze con l’universo di Magic the gathering, gioco di carte che ha rappresentato una rivoluzione copernicana nel mondo ludico e che l’autore, Richard Garfield, aveva proposto al proprio editore come “piano b” (voleva farsi pubblicare un altro gioco, a cui teneva di più). Di esempi in cui l’autore non sa riconoscere i suoi cavalli vincenti e punta su altri (scartati invece dall’occhio più tecnico dell’editore) ne potremmo fare moltissimi, e forse altrettanto clamorosi. Torniamo però ad Asimov.

Come una rivista e un volume del Settecento cambiarono la storia della fantascienza

Leggenda vuole che un bel giorno del 1941 un giovane scrittore di nome Isaac Asimov si trovasse nella brutta situazione di avere un appuntamento con un editore e non avere nessuna idea da proporgli. Preso dal panico, iniziò a sfogliare una rivista in cerca di spunti, finché non si imbatté nella figura di un legionario romano. Il ragazzo osservò il soldato, lo proiettò nel futuro e vide un impero, enorme, dalla storia millenaria e in inesorabile decadenza. Un impero galattico. Ne parlò con l’editore (John Campbell) che ne fu subito entusiasta. Questi chiese solo al giovane scrittore che non ci fossero alieni nella storia: Asimov e Campbell – che già ne aveva pubblicato vari scritti – avevano in effetti una visione un po’ diversa di cosa fosse un alieno e del ruolo che potesse avere in un racconto: più problematica e filosofica quella di Asimov, più legata a un discorso commerciale quella di Campbell (per cui l’alieno doveva essere cattivo o comunque, alla fine, sconfitto e assoggettato dall’uomo).

Gli alieni, c’è da dire, non erano mai stati troppo al centro dell’interesse dei racconti di fantascienza di Asimov; certo che senza extraterrestri, senza la possibilità di inserire nella trama qualche incognita come per esempio l’improvvisa invasione dell’impero da parte di una razza aliena, senza gli effetti speciali di appendici tentacolari, armi sconosciute, pelli verdi o grigie, si perdeva un elemento di spettacolarità, di attrazione e di distrazione per il lettore. Il racconto rischiava di diventare una noiosa storia di un impero, un susseguirsi di nomi e scontri tra eserciti, un elenco di intrighi politici e intrecci diplomatici. Bisognava inventarsi, in qualche modo, un altro tipo di fantascienza. Dato che aveva avuto l’illuminazione per il suo racconto guardando l’immagine di un legionario, Asimov iniziò a studiare a fondo la storia dell’impero romano, soprattutto – pare – da un classico della storiografia anglosassone, risalente addirittura al 1776, cioè la Storia del declino e della caduta dell’Impero romano di Edward Gibbon. Non rimase, ovviamente, nemmeno insensibile agli eventi della guerra che infuriava in Europa (il personaggio del Mule, per fare solo un esempio, richiama molte caratteristiche di Hitler). Eppure il traslare fatti della storia romana o anche contemporanea in un futuro remoto non sarebbe bastato a rendere il suo racconto interessante. Fu forse anche la ricorsività, la meccanicità e l’apparente ineluttabilità dei fatti narrati da Gibbon sul tardo impero di Roma che fornirono ad Asimov l’ispirazione per una delle sue più fertili invenzioni fantascientifiche: la psicostoria, vero motore narrativo della storia della Fondazione. E fu anche la psicostoria a fargli capire che non sarebbe stato possibile sviluppare le vicissitudini dell’impero galattico in un solo racconto o in un solo romanzo, anche se Asimov probabilmente all’epoca non pensava che avrebbe lavorato a questo soggetto (certo, a frequenze varie e con ampie pause) per tutta la vita.

Ma cos’è la psicostoria esattamente? E’ una scienza immaginaria che prevede, attraverso complesse funzioni matematiche e analizzando i dati del passato e del presente, l’evolversi della storia (un po’ come si fa con il tempo atmosferico). La psicostoria però, a differenza della metereologia attuale, non ha solo potere di previsione, ma anche di intervento. Quando lo psicostorico Hari Seldon apprende con sgomento dalle analisi dei suoi dati che l’impero galattico sta precipitando verso il collasso, grazie alla scienza è in grado di studiare un piano d’azione a lungo termine per cui l’inevitabile periodo di barbarie in cui sprofonderà l’impero non duri trentamila anni ma soltanto mille.

Nell’inventare la psicostoria Asimov si rifece sia alla sociologia che alla termodinamica e agli studi sulla propagazione dei gas. Il presupposto da cui parte Asimov è il seguente: se in termodinamica è vero che è impossibile prevedere il movimento di una singola molecola di un gas, possiamo invece comprendere con buona approssimazione la direzione generale che prenderanno miliardi di molecole. Traslando queste leggi al comportamento umano e alla società, la psicostoria suggerisce che sebbene non sia possibile prevedere i movimenti di un individuo o gli effetti a breve termine di singole azioni (per quanto eclatanti), è però possibile prevedere i movimenti e le azioni di masse di persone sufficientemente ampie e determinare a quali conseguenze questi movimenti porteranno.

La psicostoria per fare previsioni corrette ha bisogno però di determinate condizioni:

1)Il campione da analizzare dev’essere piuttosto vasto (Asimov/Seldon postula superiore al centinaio di miliardi di persone). Ma questo non è un problema: l’impero è enorme e solo Trantor, il pianeta capitale, ha 40 miliardi di abitanti.

2)Il 99% della popolazione non deve sapere dell’esistenza della psicostoria: una conoscenza dei rischi che l’umanità sta correndo farebbero sorgere il panico e “inquinerebbero” perciò il normale comportamento della gente (sul rapporto tra profezie/previsioni e comportamenti si veda qui e qui). I depositari di questa scienza segreta sono i membri della cosiddetta Fondazione (società che di facciata ha il compito di realizzare l’enciclopedia galattica ma in realtà ha l’incarico di indirizzare la storia e di conservare le conoscenze tecnologiche durante il millennio nero dell’impero).

3)La psicostoria è applicabile solo agli uomini e può prevedere solo i comportamenti umani: nella popolazione esaminata non devono perciò esistere altre entità pensanti (alieni, robot, mutanti).

4) Tra il momento in cui la previsione viene fatta e il momento in cui dovrebbe avverarsi non deve avvenire una sostanziale e imprevedibile modifica nella società umana (dovuta per esempio a impensabili novità tecnologiche).

Anche se si verificassero tutte e quattro queste condizioni comunque, come già accennato, il futuro non è necessariamente già scritto, determinato dalla psicostoria. Esistono dei momenti dove andranno fatte scelte cruciali, denominati crisi seldoniane, in cui la Fondazione è chiamata a operare delle delicate decisioni che dovrebbero portare a una storia “migliore” (quella cioè che accorcia il tempo di decadenza dell’impero). In corrispondenza di ogni crisi, sul pianeta Terminus si apre la Volta del tempo, un luogo segreto a cui possono accedere solo i membri della Fondazione . All’interno della Volta del Tempo compare un ologramma preregistrato di Hari Seldon (morto da secoli, nel caso delle ultime crisi descritte nei romanzi) che ripercorre quanto dovrebbe essere successo in quel lasso di tempo secondo i suoi calcoli e dà istruzioni sulle azioni da compiere in futuro.

L’originalità, la tensione, i colpi di scena che si vengono a creare nel Ciclo della Fondazione stanno proprio nell’invenzione della psicostoria: il lettore si chiede se Seldon abbia visto giusto o se le sue previsioni siano errate. O ancora, come faranno i protagonisti, i membri della Fondazione, a trasportare la storia (e tutta la massa di individui a cui essa è legata) in tempo utile esattamente nel punto previsto da Seldon. I primi romanzi del ciclo sono tutto un rincorrere un labile filo rosso di una storia già prevista e scritta, tra le miriadi di storie possibili in un universo grande, caotico e in disfacimento. Un filo che una volta perso sarebbe assolutamente irrecuperabile.

La psicostoria comunque non è stata l’unica scienza fantastica inventata da Asimov né quella che ha maggiormente ispirato scrittori di fantascienza o che è entrata maggiormente nell’immaginario collettivo o che più è stata al centro di dibattiti anche di scienziati e filosofi.

Asimov è infatti l’autore delle tre celeberrime leggi della robotica. L’autore elaborò queste leggi sia come riflessione scientifico/filosofica su ciò che un robot dovrebbe essere e sui suoi limiti, sia come strumento narrativo: per i suoi racconti e romanzi Asimov aveva bisogno di un’immagine univoca e coerente di che cosa sia un robot e di cosa può fare un robot. Proprio questa coerenza nel trattare gli automi fa sì che tutta l’eterogenea narrativa scritta da Asimov sull’argomento venga accorpata nel “ciclo dei robot”.

I due cicli, a cui Asimov lavorava indipendentemente, come due pianeti a parte, troveranno un incontro nei prequel del Ciclo della Fondazione (Preludio alla Fondazione e Fondazione anno zero) in cui è un robot, R. Daneel Olivaw, a prevedere per primo il crollo dell’impero ma – nonostante le sue superiori capacità di calcolo – non riuscirà a elaborare nessun tipo di strategia di intervento a causa delle limitazioni della legge 0 della robotica, creata da Asimov ad hoc: “Un robot non può danneggiare l’Umanità, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’Umanità riceva danno”. R. Daneel Olivaw si trova davanti a una sorta di cortocircuito: qualsiasi intervento teso a scongiurare il collasso dell’impero porterà danni all’umanità, ma altrettanto farà il suo non intervento. Toccherà a un umano, Hari Seldon, il protagonista del ciclo, studiare il modo per edulcorare la crisi pur compiendo sacrifici e scelte difficili.

Asimov più inventore di scienze che di universi?

Da quanto detto finora, potrebbe sembrare che l’universo creato da Asimov (come abbiamo detto il ciclo della fondazione e quello dei robot condividono la stessa ambientazione e alla fine si incroceranno) non sia particolarmente creativo o “esotico”: non ci sono alieni, non ci sono pianeti chissà quanto particolari (o quando lo sono, come nel caso di Trantor, un pianeta interamente coperto da una città sotterranea, lo sono per l’intervento dell’uomo), non accadono spettacolari fenomeni naturali.

Anzi, l’universo di Asimov pare in molti casi creato in modo funzionale alla storia: Asimov crea e descrive solo i pianeti che gli servono e, a differenza della poco asimoviana serie tv, non sembra particolarmente interessato a costruire mondi particolarmente scenografici. Il racconto, invece, viene creato dalla psicostoria e dalla robotica, o comunque si confronta continuamente con queste.

Verrebbe quasi da dire insomma che Asimov più che un inventore di universi sia un’inventore di scienze. Ma è proprio sulla solidità delle sue scienze che Asimov può costruire il suo universo.

Le leggi della psicostoria e della robotica sono per Asimov quello che sono i postulati di Euclide per la geometria classica: un punto di partenza, chiaro e logico da cui partire per costruire una enormità di strutture più complesse.

Il successo delle scienze inventate da Asimov sta nella loro semplicità e verosimiglianza. La psicostoria – come abbiamo già accennato – sembra vera, tanto è vero che con la travolgente crescita delle capacità di calcolo dei computer, nell’era dei big data, c’è chi si chiede se qualcosa di simile alla psicostoria non esista già: Asimov è stato tirato in ballo per esempio, quando alcuni analisti hanno parlato della possibilità di prevedere le rivoluzioni nei paesi arabi in base ad alcune parole chiave presenti nei social network. Le leggi della robotica sono state (e sono) palestra di discussione di filosofi e scienziati, quando non linee guida effettive nella discussione su robot e intelligenze artificiali. Queste semplicità e verosimiglianza non piovono certo dal cielo: dobbiamo ricordare che Asimov, prima ancora che essere uno scrittore era uno scienziato e un ottimo divulgatore scientifico. E’ stato estremamente prolifico anche in questi ambiti, che in molti periodi della vita ha preferito alla fantascienza (si è riavvicinato, riluttante, al Ciclo della Fondazione su pressioni editoriali e dei fan, ma in realtà negli anni Sessanta e Settanta era molto più interessato a fare comunicazione scientifica). Le scienze inventate da Asimov sono rigorose, complete, sono scienze inventate da uno scienziato. E sono illustrate al lettore da un comunicatore scientifico, che sa spiegare cose difficili in termini semplici. La genialità di Asimov sta nell’aver fuso due scienze apparentemente lontanissime (la fluidodinamica e la sociologia) per ottenere qualcosa di nuovo.

Quello che chiediamo al lettore, come (difficile) compito conclusivo, è creare una scienza immaginaria che abbia delle buone potenzialità narrative. Per aiutarlo offriamo le consuete tavole riassuntive e una sorta di tavolozza di scienze, pseudoscienze, scienze immaginarie: creare scienze o discipline nuove, ovviamente non è una prerogativa solo di Asimov: c’è chi ha scritto enciclopedie delle scienze anomale e immaginarie e chi si è divertito a elencare accademie e istituti anomali nel mondo.

Al di là delle pseudoscienze create principalmente per scopo ricreativo e ludico (tra gli estimatori e i creatori di pseudoscienze ricordiamo almeno i nomi di Calvino, Queneau, Eco e Jarry, il creatore della patafisica) è bene sottolineare che molte discipline che erano considerate scienza (la frenologia o l’antropologia criminale di Lombroso) nel corso del tempo sono diventate pseudoscienza e viceversa e che spesso il confine tra scienza, pseudoscienza, disciplina ascientifica è ed è stato ambiguo.

rappresentazione medievale delle sette arti liberali (la grammatica, la retorica e la dialettica – il Trivio – ; l’aritmetica, la geometria, la musica, l’astronomia – il Quadrivio- ). Conoscenze e abilità pratiche nel mondo antico non venivano prese in considerazione come forme di sapere.

Le cose cambiano con l’illuminisimo; nell’albero delle conoscenze, presente nella celebre Enciclopedia di Diderot e D’alambert, possiamo notare come il parco delle forme di sapere si sia estremamente allargato e di come vi siano incluse molte attività pratiche. Nell’immagine qui sotto invece, una rappresentazione randomica di scienze, pseudoscienze e discipline varie: se non avete tante idee per creare una scienza immaginaria vostra, prendete una matita, chiudete gli occhi e puntate su due punti del foglio a caso: provate a fondere le due discipline che avete casualmente selezionato!

Con Asimov chiudiamo questa guida pratica alla costruzione di universi: siamo stati esaustivi e completi? Assolutamente no, all’appello mancano molti universi creati da scienziati, filosofi, narratori, assolutamente importanti (dalle galassie da tavola di Holmberg agli universi di Star trek e Star wars, per non parlare di alcuni media, come social e videogiochi, a cui non si è quasi accennato). Siamo stati organici, logici, ordinati, nella nostra esposizione? Nemmeno. Questi articoli non hanno mai preteso di essere uno strumento compilativo o tecnico per il world building (di cose di questo genere se ne trovano molte, in rete), più che altro abbiamo cercato di mettere assieme tante cose, seguendo un filo non sempre evidente, approfondendo alcuni argomenti e tralasciandone completamente altri, perché, parafrasando Herbert, la nascita di un universo non è mai un’operazione lineare. L’unica aspirazione di questa guida è quella di essere stata una lettura godibile, e un piccolo strumento per solleticare la creatività del lettore, facendogli fare riflessioni o azioni su cose che di solito non facciamo. Non ci resta che ringraziare tutti, buona creazione di universi!

PS: nell’universo dei Peanuts gli adulti sono sempre fuori campo e non parlano mai direttamente.


Leggi anche:Guida pratica alla costruzione di universi – parte VIII

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Disegni: Federica Moro

1 Comment

  1. Che dolore sapere che è l’ultima puntata! Mai mi appassionai così tanto a una serie di articoli. Ho fatto lo screenshot di tutte le tavole e letto ogni parola con avidità. Spero Carlo continui con una nuova serie o che pubblichi un libro di scrittura creativa. Ne ho letti tanti, da Carver a Calvino ma un testo così chiaro e divertente di world building è ciò che manca a noi aspiranti autori e lettori appassionati anche all’aspetto tecnico della scrittura. Complimenti a oggi scienza e a tutti quelli che hanno contribuito a questo progetto incredibile.
    Viva il museo del dinosauro giocattolo estinto!

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Carlo Rigon
Di formazione umanistica, ha conseguito il Master in Comunicazione della scienza presso la SISSA di Trieste. Insegnante, si occupa con scarso successo e poca costanza di tante cose. Tra i suoi progetti più riusciti un "museo del dinosauro giocattolo", ora chiuso.
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