POLITICA

Aborto: alcune cose da non dimenticare

Si torna a parlare di interruzione volontaria di gravidanza. Spesso, però, ci si dimentica che nel nostro paese il tasso di abortività è molto più basso che altrove, che è in costante diminuzione e che si può ancora fare molto per ridurlo, nel pieno rispetto della legge 194.


POLITICA – Chi scrive ha spesso l’impressione di vivere in un paese in corsa su una pista circolare, in cui nonostante tanta fatica si torna sempre sugli stessi punti, a parlare delle stesse cose.
Succede periodicamente con la questione dell’aborto. Questione grave e delicata perché – ricordiamolo sempre – riguarda un dramma dolorosissimo, una ferita profonda nella carne di ogni donna che decida (e mai con leggerezza) di farvi ricorso. Se ne torna a parlare in questi giorni, dopo gli interventi del Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), a partire dalla sua prolusione al Consiglio episcopale permanente, lunedi scorso.

Nel documento, il Cardinale esprime forte preoccupazione rispetto a “un’ecatombe progressiva” in atto in Europa, di fronte alla quale non si vedono – sempre secondo Bagnasco – opportuni argini di contenimento. Anzi: il rischio concreto sarebbe che i nuovi metodi abortivi sempre più precoci – dalla pillola del giorno dopo (che nella maggioranza dei casi, giova ricordarlo, agisce in realtà bloccando l’ovulazione e quindi come contraccettivo e non come abortivo) alla pillola Ru486 conferiscano all’aborto “connotazioni simboliche più leggere, giacché l’idea di pillola è associata a gesti semplici, che portano un sollievo immediato”.
Da qui l’invito di Bagnasco a considerare la difesa della vita, dal concepimento fino alla morte naturale, un “valore non negoziabile”, una priorità assoluta di cui tenere conto anche nelle urne elettorali.

Fermo restando il sacrosanto diritto della Chiesa a richiamare sul tema le coscienze individuali, e senza voler entrare in polemiche politiche, vorremmo qui ricordare alcune considerazioni e alcuni dati che andrebbero tenuti bene a mente quando ci si accinge a una discussione sull’aborto.
Tanto per cominciare va ricordato che nel nostro paese la procedura medica dell’aborto è regolamentata da una precisa legge dello Stato: la 194 del 1978. Ogni volta che si torna a parlare di aborto, c’è sempre chi si affretta a precisare che comunque “la 194 non è in discussione”. Eppure l’impressione che se ne ricava è spesso contraria, e cioè che periodicamente la legge torni sotto attacco. E questo nonostante funzioni benissimo proprio rispetto alla sua finalità primaria e cioè la riduzione continua e progressiva dell’incidenza del fenomeno.

Gli ultimi dati disponibili riguardano il 2007 (in via definitiva) e il 2008 (in via preliminare) e sono stati comunicati al Parlamento il 29 luglio scorso dall’allora Ministro della salute Maurizio Sacconi, con l’annuale relazione sull’attuazione della legga 194. Sono dati che parlano chiaro, e dicono a gran voce che nel nostro paese non siamo di fronte a un’ecatombe progressiva, ma esattamente al contrario e cioè a una riduzione costante e significativa del fenomeno. Dal 1983 al 2007 sono scesi sia il numero totale di aborti sia il tasso di abortività (numero di aborti ogni mille donne in età feconda), che è diminuito del 46,2% cioè si è quasi dimezzato. E ancora: i dati dicono che il tasso di abortività diminuisce per tutte le classi di età, comprese le giovani con meno di 20 anni, considerate la categoria più a rischio. In particolare, nel 2007 (come pure in anni precedenti) per le minorenni italiane il ricorso all’aborto è stato inferiore rispetto a quanto registrato negli altri paesi dell’Europa Occidentale. E tra le più basse a livello internazionale è anche la percentuale italiana di aborti ripetuti.

Unico dato in controtendenza è quello relativo alle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) in donne immigrate, che risulta in lieve e costante aumento. Un dato che si può spiegare in diversi modi. “Intanto sono donne con un più alto tasso di fecondità per le quali, in generale, è più alta la probabilità dell’evento gravidanza”, afferma Mirella Parachini, ginecologa presso l’Ospedale San Filippo Neri di Roma, presidente della Federazione internazionale operatori aborto e contraccezione (e impegnata in politica con il Partito radicale). “Non solo: sono anche donne che non si proteggono da gravidanze indesiderate, sia per difficoltà di accesso a informazioni e a consultori, sia per ragioni culturali”. La ginecologa cita il caso delle donne rumene: “Tra di loro il tasso di abortività è altissimo, perché usano molto di rado sistemi contraccettivi. È una sorta di imprinting culturale, che deriva dalla proibizione alla contraccezione imposta durante la dittatura di Ceausescu”. Non a caso, sono proprio le donne straniere, più deboli e meno tutelate, le più interessate dal fenomeno degli aborti clandestini, ancora ben presenti nel nostro paese come testimoniano fatti di cronaca putroppo periodici (l’ultimo qui).

Se tra le donne italiane il tasso di abortività è in calo, però, la possibilità di accesso alla contraccezione non va indicata come unico fattore in gioco. Anche perché, di fatto, anche tra le italiane la contraccezione (che si tratti di pillola, spirale o perservativi, ma forse il discorso è diverso per metodi naturali come il coito interrotto) non è poi così diffusa. Lo dice la stessa relazione ministeriale: “Siamo in un paese (…) a basso ricorso all’IVG (…) e insieme un paese con limitata diffusione della contraccezione chimica. Altri paesi (come Francia, Gran Bretagna e Svezia) hanno tassi di abortività più elevati a fronte di una contraccezione chimica più diffusa, e di un’attenzione accentuata verso l’educazione alla procreazione responsabile. In generale, il tasso di abortività sembra collegarsi non soltanto ai classici fattori di prevenzione (educazione sessuale scolastica, educazione alla procreazione responsabile, diffusione dei metodi anticoncezionali, facilità di accesso alla contraccezione di emergenza), ma anche a fattori culturali più ampi”.

Fattori culturali, e non solo. “Di sicuro  la progressiva riduzione del tasso di abortività in Italia è da associare a una progressiva riduzione del tasso di fecondità delle donne italiane”, afferma Parachini. “E poi: le italiane hanno il primo figlio a un’età più alta rispetto a quella di altre donne europee e hanno un tasso di occupazione minore. Alcune ricerche dicono che le ragazze italiane cominciano l’attività sessuale più tardi rispetto a quanto accade in altri paesi. Inoltre, il fatto che i ragazzi e i giovani adulti tendano a vivere molto più a lungo nelle famiglie di origine può diminuire il ‘rischio’ di esposizione a gravidanze impreviste”. Tutto questo, di fatto, può ridurre il rischio di gravidanze indesiderate.

Un panorama davvero complesso, di fronte al quale paiono semplicistiche alcune letture in chiave elettorale. “Letture, che comunque, ignorano uno dei dati che emergono con più forza da tutta la lettura scientifica in merito: il tasso di abortività diminuisce laddove aumentano le politiche sanitarie di diffusione della contraccezione”, afferma Parachini. Si può allora tentare una speculazione: se in Italia il tasso di abortività è già basso ed è comunque decrescente, pur in presenza di una scarsa diffusione della contraccezione, non può essere che bastino concrete politiche sanitarie volte a una maggior diffusione della contraccezione stessa ad abbattere ancora di più quel tasso? Non vale forse la pena di provarci davvero?

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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