mercoledì, Dicembre 19, 2018
AMBIENTE

E il rifiuto elettronico dove lo metto?

AMBIENTE – Che fare di computer, cellulari, elettrodomestici rotti o superati? Tre le possibili soluzioni:consegnarli al negozio al momento di un nuovo acquisto, conferirli all’isola ecologica comunale o donarli. Ma ciascuna ha i suoi punti deboli…

Pronti per gli ultimi regali? Nonostante la crisi, saranno comunque in molti a regalare o a ricevere per Natale un gadget elettronico: uno smartphone, un e-reader, un notebook, l’iPad e così via. E mentre sotto l’albero arrivano le ultime novità tecnologiche, su qualche scaffale in cantina si accumulano i modelli precedenti, spesso non più vecchi di 3-4 anni.
Una possibilità per liberarsene è quella di consegnarli in negozio al momento di un nuovo acquisto. Secondo il regolamento “uno contro uno” previsto dal D.M. n.65 del 2010 in vigore dallo scorso giugno, infatti, i commercianti sono tenuti a ritirare gratuitamente un usato per ogni nuovo acquisto. Non sempre, però, il ritiro avviene in modo corretto, come testimonia un’inchiesta condotta da Greenpeace, i cui risultati sono appena stati resi noti.

In sostanza: Greenpeace ha valutato l’attività di 107 negozi di elettronica in 31 città italiane, appartenenti alle catene Euronics, Eldo, Mediaworld, Trony e Unieuro, scoprendo che più della metà dei rivenditori presi in esame non adempie ancora all’obbligo del ritiro gratuito “uno contro uno”. Per la precisione: in 27 negozi il costo di consegna a casa del prodotto nuovo è risultato aumentato per mascherare il ritiro non gratuito dell’usato. Nel 14% dei casi il ritiro gratuito avviene solo se il vecchio prodotto è portato in negozio, mentre nel 12% non viene proprio effettuato. La strada da fare è ancora lunga, ma è giusto che i consumatori sappiano quali sono i loro diritti, per reclamarli quando è opportuno.

Non tutti, però, hanno bisogno di un prodotto elettronico nuovo pur avendo da smaltire un “rottame”. Che fare, allora? Abbandonarlo sul ciglio della strada o in un bosco, come spesso succede, ovviamente non è la soluzione. A proposito: se volete documentare qualche scempio ambientale di questo genere potete partecipare alla campagna Raeeporter di Legambiente e Ecodom. La mossa corretta è quella di portare il vostro usato tecnologico al centro di raccolta differenziata del vostro comune (la cosiddetta isola ecologica). Va detto però che anche in questo caso la situazione non è sempre delle migliori. Un’altra inchiesta di Greenpeace, condotta questa volta nel 2009, aveva documentato irregolarità e inefficienze nel sistema di raccolta, diffuse in tutta la penisola. “Del resto, è anche vero che i comuni, a cui spetta la gestione delle isole ecologiche, spesso ricevono sovvenzioni insufficienti per farlo in modo adeguato”, commenta Katia Le Donne, portavoce di Legambiente.

Altra soluzione, valida in particolare per i computer: donarli a un’associazione che, dopo l’eventuale riparazione dell’hardware e l’installazione di un software open source, li dona alle scuole o a paesi in via di sviluppo. Di nuovo, però, dietro l’angolo si nasconde qualche rischio: “L’idea è sicuramente buona, ma non sempre c’è da fidarsi. A volte, questi percorsi diventano solo un modo per mascherare traffici illeciti di rifiuti verso i paesi in via di sviluppo”, commenta Vittoria Polidori, responsabile campagna Toxics per Greenpeace. “Se si decide per questa via, conviene informarsi davvero bene sull’associazione a cui ci si rivolge”.

Una considerazione a questo punto d’obbligo: come sempre quando si parla di rifiuti, va da sé che  la prima regola per occuparsene in modo ecologico dovrebbe essere quella di cercare di produrne il meno possibile. Per esempio non cedendo alle lusinghe del mercato, che lancia nuovi modelli praticamente ogni giorno. Per questo, c’è chi propone che dovrebbero essere i produttori a riprendersi indietro l’usato. L’idea è semplice: se fosser i produttori a doversi occupare dell’oneroso processo di smaltimento dei rifiuti elettronici ci penserebbero due volte prima di inondare il mercato di novità. Lo suggerisce per esempio la Electronics Take Back Coalition americana, come racconta anche questo video della serie The story of stuff (“La storia delle cose”).

E per chiudere una nota positiva: tutti abbiamo in casa una collezione di caricabatterie da cellulare paragonabile a quella intricatissima mostrata nel video, ciascuno appropriato per un solo modello di telefonino. Ma, almeno da questo punto di vista, le cose stanno per cambiare. Nel 2009, dietro pressione della Commissione europea, 17 produttori (tra cui Apple, LG, Motorola, Nokia, Qualcomm, Samsung, Sony Ericsson) e operatori del settore hanno siglato un accordo per la produzione, almeno per il mercato europeo, di un caricabatterie universale, il Micro-Usb, che dovrebbe essere adottato definitivamente dal 2012. Già oggi, tuttavia, esistono modelli dotati di Micro-Usb.

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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