Neanderthal alla moda?

Una ricerca pubblicata su Pnas suggerisce che i Neanderthal usassero penne a scopo ornamentale

Nel 2009 una ricerca, sempre pubblicata sui Proceedings of the National Accademy of  Sciences, suggeriva in base all’analisi di due siti archeologici in Spagna che i Neanderthal usassero vari tipi di molluschi per estrarne i pigmenti e usarli, presumibilmente, per pitturarsi il corpo. Esattamente come facevano i loro cugini coevi, cioè noi.

Ora, secondo un gruppo di ricerca ferrarese, possiamo affermare che anche le penne degli uccelli erano usate dagli Homo neanderthalensis a scopo simbolico, forse proprio come ornamenti personali e come fanno tuttora alcune popolazioni o gruppi sociali. Qui l’abstract.

Questa conclusione viene dall’analisi delle ossa di uccello trovate nella grotta di Fumane (Verona), in un sito datato 44.000 anni.

I ricercatori, guidati da Marco Peresani, hanno trovato resti di ben 660 esemplari appartenenti a 22 specie di volatili, ma molte di queste, come il gipeto, l’avvoltoio monaco e altri rapaci, sono insignificanti dal punto di vista alimentare.

Inoltre le ossa che mostrano i più evidenti segni di macellazione sono quelle delle ali (omero, ulna, radio, carpometacarpo, carpali e falangi) che portano le penne remiganti, cioè quelle che più grandi e appariscenti. Bisogna anche tenere conto che a quel tempo in Europa nessun ominide, uomo o Neanderthal, conosceva l’arco e quindi le penne non potevano servire per costruire frecce.

Per questi motivi gli autori pensano non solo che le penne siano state appositamente rimosse ma, anche per esclusione, che possano essere state utilizzate per scopi simbolici (rituali, decorazioni, ecc…).

Secondo quanto riportato da New Scientist, Thomas Hughman, archeologo di Oxford e coautore assieme a Peresani et al. di uno studio del 2009 (sempre sulla grotta di Fumane), ha affermato che le conclusioni dei colleghi italiani sono un po’ azzardate rispetto ai dati raccolti finora, ma indipendentemente da questo molti altri indizi ci indicano che i Neanderthal non erano solo parte della megafauna europea del medio e tardo Pleistocene, ma costituivano un’altra specie, contemporanea alla nostra, dotata di cultura e linguaggio.

Ad esempio, anche se non potremo mai avere certezze assolute, gli studi molecolari dimostrano che condividevano con noi la stessa variante del gene FOXP2, essenziale per le abilità linguistiche e che erano anatomicamente in grado di produrre suoni articolati, mentre sul versante archeologico alcuni pensano ci siano prove addirittura di un culto dei morti e di sepolture rituali, ma in questo caso il dibattito è ancora molto aperto.

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo abitualmente sull’Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza e collaboro con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione. Ho scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione "Autisti marziani" (Zanichelli, 2014). Su twitter sono @Radioprozac

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