LA VOCE DEL MASTER

Il formicaio-cervello

LA VOCE DEL MASTER – Quale è l’animale più sociale? Probabilmente la prima risposta che viene in mente è l’uomo. Ma non siamo certo gli unici a vivere in compagnia. Avere un’intensa vita collettiva è una delle innumerevoli caratteristiche che abbiamo in comune con altre specie animali, per lo più grandi mammiferi. Eppure anche altri esseri viventi, a volte molto piccoli come gli insetti, hanno una vita sociale molto articolata e gerarchicamente organizzata. Questi piccoli animali sembrano smentire una teoria teoria condivisa da molti scienziati , secondo cui per sviluppare la socialità serve un cervello grande. Un recente studio condotto dal ricercatore  Andre Riveros dell’Università dell’Arizona e pubblicato sul numero di febbraio della rivista Animal Behaviour avanza però una spiegazione affascinate in accordo con l’ipotesi del  Big Brain.

Uno degli esempi paradigmatici di insetto sociale sono le formiche. Questi imenotteri vivono in comunità vastissime, organizzate secondo una gerarchia molto rigida, come racconta Augusto Giuseppe Foà dell’Università di Ferrara: “C’è la regina, unica femmina fertile della colonia che dà vita a quelle che saranno formiche coltivatrici, raccoglitrici e operaie. Ognuno ha il suo compito, e lo svolge con solerzia e impegno”.  A chi non è mai capitato di pestare un formicaio. Subito i piccoli insetti s’industriano: c’è chi porta in salvo le larve, chi prende in custodia le riserve di cibo e chi attacca prontamente l’assalitore. All’interno del formicaio ogni ruolo è ben codificato. Quest’organizzazione estremamente funzionale però non si accorda facilmente  con la social brain hypothesis, altresì nota come big brain hypothesis, secondo la quale società complesse e organizzate si accompagnano necessariamente con le specie dotate dei cervelli più evoluti.

Questa teoria etologica è stata formulata nel corso degli anni Novanta e ha inizialmente visto come oggetto di studio la nostra specie e i suoi parenti più prossimi. Tutto è cominciato con una semplice domanda: “perché il cervello dell’homo sapiens è così grande rispetto a quello dei suoi ancestrali predecessori?” In effetti le dimensioni del cervello degli ominidi sono aumentate notevolmente durante il processo evolutivo;  la capacità cerebrale della nostra specie è quasi triplicata nei circa tre milioni di anni che ci separano da Lucy – il fossile di ominide più antico fino ad ora ritrovato. Le prove che i paleontologi hanno raccolto fanno pensare che mentre il cervello si ingrandiva  la complessità della vita sociale della nostra specie aumentava. Ritrovamenti di utensili, di tracce di vita comune, di pitture e sepolture tracciano l’evoluzione dell’uomo e della sua sempre più complessa vita sociale.

Questa narrazione rispetta il modello proposto dall’antropologo inglese Robert Dunbar nel 1998. Fu lui infatti a formulare per primo la teoria del cervello sociale negli ominidi in un articolo pubblicato sulla rivista Evolutionary Anthropology. Questa teoria è stata poi applicata ad altri animali superiori caratterizzati da un’attiva vita sociale, in primis i nostri parenti più stretti, le scimmie. Nel 2003 sempre Dunbar ha infatti applicato la sua teoria sui primati, esaminando la relazione tra le dimensioni dei gruppi sociali e quelle della neo corteccia, la parte più recente del cervello che è sede delle funzioni meno antiche come quelle sociali. Nelle sue ricerche Dunbar ha trovato conferma della propria ipotesi: la neo corteccia era effettivamente più sviluppata in quelle specie caratterizzate da un’intensa e complessa vita di gruppo. Studi successivi hanno coinvolto altri animali, e non solo grandi mammiferi. Quello che hanno scoperto si è rivelato comunque in linea con l’ipotesi del cervello sociale. In tutto il mondo animale, più i gruppi sono grandi e organizzati, più il cervello è complesso e voluminoso.

Non si spiega allora come sia possibile che formiche e api abbiano una vita sociale. I piccoli insetti non hanno infatti un cervello particolarmente sviluppato, eppure sono organizzati in società complesse e altamente specializzate. Sono forse un’eccezione al modello del social brain? In realtà no, come evidenzia la ricerca di Riveros e colleghi; il gruppo di ricerca ha esaminato la struttura cerebrale delle formiche coltivatrici di funghi, dotate per l’appunto di un’organizzazione sociale gerarchica e piuttosto complessa. Secondo il Professor Foà “Questi gruppi sociali vanno considerati attraverso il concetto di super organismo, e quindi altrettanto si deve fare con il loro cervello”. Se anche il cervello di ogni singola formica è piuttosto piccolo, il cervello collettivo, composto da quello di ogni formica del formicaio, ha dimensioni del tutto diverse. Lo studio di Riveros e colleghi ha evidenziato proprio questo. Le singole formiche presentavano una specializzazione altissima per quanto riguarda le capacità cognitive. A seconda del ruolo che esse svolgono all’interno della società, sviluppano determinate capacità e non ne presentano altre. Ad esempio le coltivatrici, che si occupano dei funghi – principale fonte di sostentamento di queste formiche -, hanno recettori olfattivi molto sviluppati per esaminare il cibo. Al contrario le funzioni utili all’esterno del formicaio sono pressoché assenti in questo gruppo sociale, ma molto sviluppate in formiche esploratrici e raccoglitrici.

Ogni individuo svolge solo ed esclusivamente il suo compito perché ha le capacità per eseguire unicamente quello, e in questo modo il meccanismo sociale delle formiche è ben oliato e funzionante. “Le formiche taglia foglie vivono in Sud America in gallerie lunghe chilometri” racconta il Professor Foà “e la loro società è in realtà organizzata come un super organismo, nel senso che la regina governa milioni di individui suddivisi in caste di formiche con diverse funzioni ben specifiche”. Come parte di un unico organismo, ogni formica svolge il suo compito: “Non è tanto la dimensione del cervello di ogni formica, quanto il numero e la ricchezza delle caste che fa sì che il formicaio sopravviva. Questa cosa dipende essenzialmente da una specializzazione altissima che serve a mantenere un equilibrio nel formicaio”. La big brain hypothesis sembra quindi non essere smentita dalle comunità organizzate di insetti. In questo caso non è il cervello dei singoli ad avere grandi dimensioni, ma quello composto dai cervelli di tutto il formicaio a essere davvero grande.

Crediti: Budzlife
elisacorni
Fu studentessa a Siena, a Berlino e a Venezia, ora naviga verso Trieste... perchè ha sete di canoscenza.

4 Commenti

  1. Molto bello, ma mi sembra di capire che tra loro, almeno le formiche, possano comunicare: come?
    Forse una specie di telepatia, a volte si allontanano molto dal formicaio, per non parlare delle Api (non posso non scriverlo che maiuscolo). Mi chiedo, spesso però, a cosa servono le formiche, fanno parte di un magnifico equilibrio, ma per creare un equilibrio, bastano due forze, perchè tutto diventa cosi meravogliosamente complicato.
    É necessario un sistema così complicato, o c’è lo sghiribizzo di un artista?
    Mi scuso per la poca scientificità della mia domanda, ma vedendo lampadari che ce talvolta si agitano (NO EARTHQUAKE) o altre parapsicologiate del genere, vado nel pallone.
    Poichè le vedo, non posso non crederci, ma resta sempre il fatto che non capisco cosa sia la causa. (lasciamo perdere gli spiriti)

  2. Hmm… quando non sono in diretto contatto, le formiche comunicano rilasciando tracce di feromone a terra, che le altre tendono a seguire rafforzando la traccia (stigmergia: http://it.wikipedia.org/wiki/Stigmergia). Per le api c’è invece una sorta di linguaggio simbolico nelle figure della loro danza (http://blogdelleapi.wordpress.com/2010/05/17/il-linguaggio-delle-api-libri/). Comunque la ricerca a tutti i costi di un big brain o di un leader del gruppo non è affatto necessaria per avere un sistema organizzato, esiste la scienza dei sistemi complessi ormai da quasi un secolo che spiega bene come da oggetti semplici (“stupidi”) possa emergere un sistema ben più capace dei singoli individui dall’intreccio di relazioni e interazioni singole (http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.2976/1.2961038).

  3. Mi lascia perplesso il concetto di grande cervello con una divinità regina. Ci sono funzioni specializzate che “operano”, non “pensano”. C’è differenza. Chi pensa per tutti? La regina? Dio?. La sopravvivenza?

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