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L’Italia e l’aborto: una questione ancora spinosa

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APPROFONDIMENTO – 1978 e 194, un anno e il numero di una legge che non è possibile dimenticare facilmente, dato che a distanza di 36 anni ancora fanno discutere nel nostro paese. Stiamo parlando della legge per l’interruzione di gravidanza. L’Italia, come detto nel precedente articolo, ha decretato che per una donna debba essere riconosciuta per legge  la possibilità di abortire, ma per chi decide di interromepere una gravidanza che per un qualche motivo non può portare a termine, non  è detto che le cose procedano senza intoppi o scossoni. Fatti di coronaca anche recente ci riportano alla mente donne che hanno riscontrato difficoltà e problemi nel affrontare un aborto, e proprio quest’anno in concomitanza con la festa della donna, è intervenuta anche un’interpellanza europea per l’eccessiva diffusione dell’obiezione di coscienza nel nostro paese.

Confrontandoci con gli stati europei dobbiamo fare un  passo indietro perché i dati Eurostat risalgono al 2010. Le ragazze italiane tra i 15 e i 19 anni affrontano meno aborti della media europea: in quella fascia di età sono il 3.4%, mentre la media del Vecchio Continente è del 5.5%. Meno aborti, ma anche meno gravidanze: 7.5% è la percentuale di ragazze europee che rimangono incinta tra i 15 e i 19 anni, 2.5% la media italiana.
Anche tra le donne che hanno superato i 20 anni la media degli aborti in Italia è pari a quella europea. E il numero di aborti in età feconda (15 – 49 anni) continua a essere in costante calo: nel 2011 abbiamo raggiunto il numero di 8 aborti su 1000 donne.

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Ma quanto è facile accedere a un’interruzione di gravidanza in Italia? Se guardiamo alla situazione del nostro paese, i dati più recenti che sono a nostra disposizione sono quelli relativi all’anno 2011, resi pubblici nel 2013 durante la relazione al Parlamento sull’interruzione volontaria di gravidanza. In Italia si contano 206 aborti ogni 1000 bambini nati vivi. La regione con il maggior numero di aborti è la Liguria (292 sul 1000 nati), mentre quella dove si abortisce meno è la Basilicata (130 su 1000 nati). Rispetto al 2001, cioè nell’arco di 10 anni, c’è stato un calo del 16% della pratica dell’aborto.
Per quanto riguarda le minorenni, le interruzioni di gravidanza ammontavano nel 2011 a 3754. Ciò significa che circa 4.5 ragazze su 1000 vanno incontro a gravidanza indesiderata prima di aver spento 18 candeline sulla torta. Di queste la maggior parte (2448) ottengono il permesso dai genitori per procedere all’intervento, mentre per 833 di loro è stato necessario l’intervento di un giudice.

Un altro dato che riguarda l’Italia e che ci ha visti implicati nella recente polemica europea è il numero degli obiettori di coscienza. L’Italia concede per legge la possibilità  di obiezione di coscienza, e tale diritto è riconosciuto nella maggior parte degli stati europei. Norvegia e Svizzera, a cui si aggiungono 21 stati della Comunità Europea, contemplano che il personale sanitario si rifiuti di praticare cure o interventi per motivi etici o religiosi. L’obiezione di conscienza non è invece garantita legalmente in Svezia, Finlandia, Bulgaria e Repubblica Ceca.
Dal 2010 ad oggi c’è stato un forte dibattito tra chi sostiene che gli obiettori di coscienza in Italia siano troppi, così tanti da impedire un normale svolgimento delle pratiche abortive.  Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa  ha dato ragione proprio quest’anno  a chi sostiene che i diritti delle donne siano stati violati.  Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità in effetti, dal 2005 al 2011 c’è stato un forte incremento degli obiettori di coscienza tra i medici ( passati dal 59 al 69 %) e il personale non medico ( cresciuti dal 39 al 43%). Gli obiettori si trovano soprattutto al sud, dove costituiscono il 77% dei ginecologi.

Confrontare il trend italiano riguardo agli obiettori con quello degli altri paesi è complicato, perché spesso i dati non vengono riportati o fanno riferimento a anni differenti, pochi sono gli stati che richiedono l’iscrizione a un registro e in più è difficile stabilire quanto le dichiarazioni riflettano l’intenzione o il comportamento reale . Secondo il White Papers del Global Doctors for Choice,  gli obiettori di coscienza avrebbero una prevalenza molto alta in Italia (70%) e in Portogallo (80%); sono intorno al 10% nel Regno Unito e al 13% in Danimarca.  Nulla si sa di Norvegia e Slovenia, anche se dovrebbero possedere un registro per gli obiettori. Gli altri dati sono ricavati da studi indiretti e riguardano una casistica particolare.
Dunque con questi pochi dati alla mano è difficile fare confronti. Quello che conclude lo studio è che nei paesi con alta prevalenza di obiettori di coscienza gli aborti potrebbero essere molti di più, a causa di  quelli che vengono praticati illegalmente e di quelli realizzati all’estero, dove le mete preferite sono soprattutto Svizzera, Spagna, Francia, Regno Unito e Olanda.

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 Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Ectopic_Pregnancy, Wikimedia Commons

Giulia Annovi
Mi occupo di scienza e innovazione, con un occhio speciale ai dati, al mondo della ricerca e all'uso dei social media in ambito accademico e sanitario. Sono interessata alla salute, all'ambiente e, nel mondo microscopico, alle proteine.

3 Commenti

  1. Come al solito nel nostro paese si affermano principi, anche sacrosanti, ma poi non si sanno o non si vogliono gestire.
    La vita di ciascuno di noi, quindi anche dei ginecologi, è fatta di scelte e non si può pretendere che lo stato garantisca i diritti di alcuni a scapito di altri.
    Al momento dell’approvazione della 194 l’obiezione di coscienza aveva un senso per i medici e per il personale non medico già in servizio e, forse, per chi si era già avviato allo studio della medicina.
    Oggi non più anche perché si ha la sensazione che un numero consistente di obiezioni sia basato non su rispettabili argomenti morali ma su una scelta di comodo o di carriera.
    Cosa fare allora?
    Si dovrebbe modificare la legge con la possibilità di scegliere l’obiezione di coscienza a termine, cioè possibilità di obiezione fino a non più di sei anni dalla data dell’ eventuale modifica della norma.
    Perché sei anni? Perché si tutelerebbero coloro che hanno già iniziato gli studi di medicina dando loro la possibilità di obiettare senza dover rinunciare alla professione.
    Chiunque intraprenderà successivamente lo studio della medicina, e professioni collegate, saprà che nel caso voglia specializzarsi in ginecologia e lavorare nelle strutture pubbliche dovrà occuparsi anche di aborto, se richiesto.
    Qualora sopravvengano motivazioni morali che gli impediscano questo tipo di prestazioni potrà sottrarsi licenziandosi e cercando lavoro presso strutture private.
    Del resto si è detto che la vita è fatta di scelte, o no?
    Bisognerebbe poi che gli acerrimi nemici dell’aborto ci e si spiegassero come mai all’ostilità verso la 194 non ha corrisposto una adeguata attività legislativa per supportare le donne che chiedono di abortire perché non sostenute sul piano psicologico e spesso costrette da motivazioni economiche.
    Fabrizio MARCELLA – PISA

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