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Come affrontare una nuova epidemia?

Secondo un sondaggio della World Bank, per 4 occidentali su 10 agire nei paesi in via di sviluppo non è il primo passo.

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APPROFONDIMENTO – L’ebola fa ancora paura. Secondo quanto emerge da un sondaggio realizzato dalla World Bank nel mese di giugno 2015 fra 4000 persone in Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, non solo l’attenzione del mondo verso l’epidemia sarebbe rimasta molto alta da ottobre 2014 a maggio 2015, ma il mondo non sarebbe affatto pronto per affrontare una nuova epidemia.
Nuovi casi di ebola continuano a emergere in Africa occidentale, e la maggior parte degli intervistati pensa che il mondo dovrà affrontare una nuova epidemia globale nel prossimo decennio, ma meno della metà degli intervistati è convinta che il proprio paese sia preparato.

Il punto più interessante del survey però non è la comprensibile paura di nuove epidemie che emerge dalle risposte degli intervistati, quanto piuttosto il dato su come il proprio paese potrebbe far fronte a una nuova emergenza sanitaria. Solo sei intervistati su 10 infatti, ritengono primario il supporto nei paesi in via di sviluppo come strategia fondamentale per evitare il contagio nazionale.

I rimanenti quattro, invece, pensano che per assicurare l’immunità all’interno del proprio paese sia più importante rafforzare le misure di salute pubblica nazionale, prima di agire – eventualmente – nei paesi in via di sviluppo. Parlando in termini monetari, solo sette su 10 credono che rafforzare l’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo farà risparmiare del denaro a tutti. Inoltre, ben tre intervistati su 10 pensano che meno personale sanitario i paesi ricchi invieranno nei paesi in via di sviluppo, meglio sarà per l’incolumità del proprio paese.

Una risposta netta rispetto alla decisione presa lo scorso giugno dal G7, di investire ancora di più nell’ambito della salute globale, attraverso il finanziamento di una struttura internazionale per le emergenze sanitarie per promuovere la messa in atto di sforzi coordinati e più efficaci per contenere più rapidamente future epidemie.

Inoltre, sia che si consideri il gruppo di popolazione istruita che la totalità degli intervistati, le risposte variavano di poco: l’idea di affrontare questioni di salute pubblica globale agendo prima di tutto nei paesi in via di sviluppo, non pare un’opinione condivisa da tutti gli abitanti dei Big5.

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Secondo le strategie di salute pubblica a livello internazionale invece, pare sia proprio questa la via da seguire: creare un ecosistema che coinvolga tutti gli stakeholders, creare una rete internazionale che abbracci prima di tutto il personale sanitario. E soprattutto puntare su una buona comunicazione del rischio effettivo a cui siamo sottoposti per evitare facili paure.

È quanto è emerso, per esempio, all’interno del progetto TellMe, un’iniziativa europea all’interno del Settimo Programma Quadro della durata di 3 anni, conclusa a dicembre 2014 che aveva come obiettivo la messa a punto di nuovi protocolli per la comunicazione del rischio durante un’emergenza sanitaria. “L’emergenza ebola può essere affrontata solo in Africa” dichiarava ad esempio Karl Ekdahl, dello European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), in occasione della conferenza finale del progetto TellMe tenutasi a Venezia lo scorso dicembre.

Il presupposto è quello secondo cui una buona comunicazione è fondamentale per affrontare una crisi sanitaria, e soprattutto per gestirne le conseguenze sia su scala locale che internazionale, evitando i timori di massa.

Certo non è facile. Una cattiva comunicazione del rischio genera paura, chiusura. “Le immagini che sono arrivate in occidente di ebola possono risultare fuorvianti” spiegava nella stessa occasione Toby Merlin, che si occupa di ebola per l’ECDC americana. “Ad esempio molti giornali hanno mostrato nei mesi infermieri nelle ambulanze che indossavano particolari protezioni per le vie respiratorie durante il trasporto dei malati di ebola, proprio mentre noi cercavamo di rassicurare il pubblico che non si veniva contagiati semplicemente respirando l’aria.”

Per la World Bank – si legge nel comunicato stampa – i risultati emersi da questo sondaggio sarebbero comunque incoraggianti, poiché mostrerebbero una crescente consapevolezza circa i rischi delle malattie infettive globali e il ruolo fondamentale che i sistemi sanitari forti e resilienti svolgono nella sicurezza sanitaria a livello mondiale. Addirittura 3 intervistati su 10, infatti, dichiarano che al momento quello della salute pubblica è uno dei settori più importanti su cui il mondo si deve concentrare. E per il 65% di essi le emergenze sanitarie sono al primo posto nella scala di priorità sanitarie, prima di HIV e vaccini.

Tuttavia, nemmeno il fatto che tre intervistati su 10 preferirebbero non inviare il proprio personale sanitario nei luoghi dove si sviluppa un’epidemia come strategia preventiva per il contagio, e che quattro su 10 ritengano che gli sforzi maggiori vadano compiuti nel rafforzare le misure difensive all’interno del proprio paese, sono dati che non vanno sottovalutati. Se non altro per riconsiderare il modo attraverso cui facciamo oggi comunicazione del rischio su larga scala.

@CristinaDaRold

Leggi anche: Primi risultati per il vaccino contro l’ebola

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: UNMEER, Flickr

Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

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