Referendum trivelle: i motivi del sì

Importanti effetti sulla politica energetica e sull'ambiente. Ecco i motivi portati avanti da chi propone di votare sì al referendum del 17 aprile

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Il 17 aprile siamo chiamati a votare per il referendum sulle attività estrattive in alcune piattaforme nei nostri mari. Crediti immagine: Public Domain

SPECIALE MARZO – È il referendum dell’anno, quello del 17 aprile, voluto da 9 regioni italiane (Veneto, Liguria, Marche, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna) per abrogare la norma che permette alle società petrolifere di trivellare entro i primi 22 km di costa, senza limiti di tempo, cioè in altri termini fino all’esaurimento dei giacimenti. Votare sì al referendum significa quindi chiedere di far sì che, una volta scadute, le concessioni alle aziende petrolifere non vengano più rinnovate. Fissare insomma una scadenza temporale allo sfruttamento dei giacimenti vicini alla costa, cosa che al momento non esiste. Oggi la norma prevede che le compagnie possano continuare a trivellare fino a esaurire i giacimenti.

I  numeri del petrolio italiano

È evidente che a essere in gioco è la politica energetica del nostro paese e il referendum ci pone di fronte a un bivio: scegliere di continuare a investire anche sul petrolio oppure no. Secondo i dati di Eurostat, in Italia il 15,9% dell’energia elettrica viene prodotta grazie al petrolio, una delle percentuali più alte fra i Paesi considerati e appena inferiore rispetto al peso del gas naturale, anche se la maggior parte del petrolio è importato, principalmente da Russia, Medio Oriente e Africa.

Vale ovviamente anche il contrario: anche se estratto al largo del nostro paese, solo una piccola parte di questo petrolio rimane in Italia: le risorse sono di proprietà di chi le estrae, cioè delle compagnie petrolifere, che le vendono a chi desiderano, certamente sul mercato internazionale. Come sottolinea Greenpeace (forte sostenitrice del fronte del sì) a guadagnarci dalla possibilità di trivellare in Italia sarebbero principalmente le aziende petrolifere stesse, che detengono oggi importanti agevolazioni in Italia. Rimane il fatto però che il nostro paese è comunque dipendente dalle importazioni internazionali, sia per quanto riguarda il petrolio che il gas naturale. In altri termini, non sono le trivellazioni intorno alle coste italiane a fare la differenza in termini di energia.

Bisogna puntare sulle rinnovabili

Inoltre, nonostante la forte impronta di petrolio e gas naturale molta energia in Italia viene prodotta attraverso fonti rinnovabili. Ragione per cui – sostiene il fronte del sì – quella dovrebbe essere la strada da percorrere. Attualmente in Italia le fonti rinnovabili garantiscono intorno al 30% dei consumi elettrici (dato Istat 2013), una crescita di circa 6 punti percentuali rispetto all’anno precedente. In questo siamo uno dei Paesi più virtuosi in Europa.

È l’Europa stessa a chiedere di virare verso fonti di energia pulita. Secondo quanto stabilito dalla direttiva 2009/28/CE, nel 2020 l’Italia dovrà coprire il 17% dei consumi finali di energia mediante fonti rinnovabili, considerando nel computo tre settori: elettricità, riscaldamento e raffreddamento, e il settore dei trasporti. Sempre secondo quanto riporta Istat, nel solo settore elettrico, dal 2010 al 2013 non solo è aumentata la produzione lorda elettrica da fonti rinnovabili, ma anche la sua incidenza sul consumo interno lordo di energia elettrica.

Gli effetti sull’ambiente

La principale paura dei sostenitori del fronte del sì riguarda la possibilità di disastri ambientali, come quello che è accaduto nel Golfo del Messico nella primavera del 2010, quello che in gergo tecnico si chiama “spillamento”, cioè la fuoriuscita di petrolio nel mare. Non si tratta di casi sporadici: se ci limitiamo a considerare gli incidenti dove le quantità di greggio disperso superano le 100 tonnellate, contiamo 19 disastri in soli 10 anni. Non si può negare che quando accade un incidente di questo tipo le conseguenze sugli ecosistemi possono essere enormi, a partire dal deposito di catrame che inquina enormemente i nostri fondali marini.

Secondo quanto riporta il Parlamento Europeo si parla di 38 milligrammi di catrame per metro cubo nel Mediterraneo, una delle concentrazioni più alte al mondo. Oltre alla fauna e alla flora marine, inoltre, il petrolio rende per esempio gli uccelli vulnerabili e incapaci di volare e procacciarsi il cibo o fuggire dai predatori. Il petrolio si accumula poi nell’apparato digerente degli animali, uccelli, pesci e mammiferi, provocando danni ingenti agli organismi. Oltre a portare con sé potenziali conseguenze sull’equilibrio economico di chi vive di pesca.

Il problema però non sono soltanto i possibili incidenti. È l’attività estrattiva stessa – affermano i sostenitori del fronte del sì – a nuocere all’ambiente, sia intervenendo come fattore di stress per gli ecosistemi, sia aumentando il rischio di subsidenza del terreno, cioè il movimento di abbassamento verticale della superficie terrestre, che è già un problema serio in alcune regioni italiane.

@CristinaDaRold

Leggi anche: Il referendum sulle trivelle: alcuni dati sui giacimenti in Italia

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Freelance (data) journalist and scientific communicator

4 Commenti su Referendum trivelle: i motivi del sì

  1. Cristina Da Rold // 24 marzo 2016 alle 15:09 // Rispondi

    L’ha ribloggato su Cristina Da Rold.

  2. Rinaldo Sorgenti // 24 marzo 2016 alle 17:05 // Rispondi

    Scusate, ma i dati Eurostat sono fuori luogo e non si riferiscono affatto alla produzione elettrica in Italia. Vi deve essere stata una grossa svista oppure si vorrebbe dire qualcosa d’altro che non c’entra.
    Investire: E chi fa gli investimenti relativi a tali estrazioni? Non certo il Paese o la collettività! Quindi vogliamo anche impedire gli investimenti privati? Collettivisto fuori luogo?

    Oh bella! Le estrazioni sul territorio nazionale non vengono usate in Italia? A parte che se così fosse, vi deve essere qualcosa che non quadra nella stessa attività, ma quello che conta è che tali estrazioni produco COMUNQUE ricchezza e PIL in Italia (lavoro, royalties, e se rimangono da noi (molto ma molto probabile!), ne importiamo parallelamente di meno e quindi meno navi, meno rischi, meno valuta all’estero.
    Certo se il “suggeritore” (o la fonte di riferimento è Greenpeace, allora si capisce tutto! (Vedi sopra per una riflessione di merito).

    Puntare sulle Rinnovabili: E cosa ha fatto l’Italia negli ultimi anni? Ha investito enormi cifre (in rapporto alla dimensione Paese!) e povero di risorse naturali sul territorio, ha già una “dipendenza” molto elevata, con ricadute di costi indotti rilevanti (per affidabilità delle relative forniture elettriche. Ma perché citare i dati 2013, quando si hanno quelli del 2014 e 2015, molto elevati e dove il contributo di gran lunga maggiore è dato dall’Idroelettrico storico. Occorre quindi diversificare e bilanciare il “Mix” per rilanciare competitività dell’industria manifatturiera ed il benessere sociale. Nel 2015 è calato, causa minore piovosità rispetto all’abbondante piovosità del 2014.

    Obiettivi Ue: Sostanzialmente già raggiunti e con largo anticipo, a costi rilevanti per tutti i consumatori.
    L’energia pulita si ottiene anche e soprattutto con le moderne tecnologie e quindi non è un problema di combustibile. Vedi Rapporti ufficiali di ISPRA sulle emissioni di particolato in atmosfera, dove il termoelettrico è in fondo alla graduatoria!

    Effetti sull’ambiente: Ed allora, anche su questo argomento, cosa facciamo? Dismettiamo ogni attività che potenzialmente (o addirittura già statisticamente) producono effetti che possono costituire un parziale e limitato danno per l’ambiente? O.K.. Ritorniamo alla pastorizia ed alla pesca? Valutando preventivamente ed ovviamente i relativi danni !

    Ma quelle particolari situazioni si sono verificate in casi di incidenti gravi e, principalmente, dovuti al traffico navale. Allora, stop a tutte le petroliere, tutte da smantellare e avvio di una nuova industria di vanghe e … “olio di gomito”?

    Riflessioni più ponderate portano ad una visione ben diversa:

    https://oggiscienza.it/2016/03/24/referendum-trivelle-rischio-economia-giacimenti/

    Comunque, meglio non votarlo proprio questo speculativo e politicante referendum.

  3. Da incompetente in materia, mi rendo conto che referendum così tecnici sono troppo pericolosi, senza che ci sia stata prima una formazione sul tema. Quanto vanno a votare realmente consapevoli e non solo sull’onda dell’entusiasmo, senza nemmeno aver letto più di una fonte d’informazione?

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  1. Occorre puntare sulle energie rinnovabili | Premio Sapio

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