La derubricazione dell’omosessualità dal DSM

Il 17 maggio del 1990 viene definitivamente eliminata l’omosessualità dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali

La derubricazione dell’omosessualità come malattia mentale, voluta dall’American Psychiatric Association nel 1973, è il risultato di una lunga battaglia che ha avuto un forte impatto sulla vita di milioni di uomini e donne omosessuali, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Questo evento è stato un importante cambiamento nel mondo della psichiatria e ha avuto una forte risonanza sociologica e psicologica. Io ho avuto il privilegio di svolgere un ruolo significativo in questa battaglia.

SPECIALE MAGGIO – Queste sono le parole di Judd Marmor, psichiatra americano impegnato nella depatologizzazione dell’omosessualità, in un’intervista pubblicata sul Journal of Gay & Lesbian Psychotherapy nel 2011. In questa intervista Marmor ricorda le diverse modifiche che l’omosessualità, classificata come disturbo mentale, ha subito nella varie edizioni del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) dal 1973 al 17 maggio 1990, momento in cui qualsiasi definizione di omosessualità tra le categorie diagnostiche è stata definitivamente cancellata dal manuale.

Nel 1952, l’American Psychiatric Association (APA), in risposta alla classificazione ICD (International Classification of Diseases) dell’OMS, raccoglie in un manuale, il DSM, le definizioni e le descrizioni di molti disturbi mentali, classificandoli in base alla frequenza statistica delle loro caratteristiche. Dal 1952 a oggi, sono state prodotte 5 versioni del manuale, i cui aggiornamenti si basano sui cambiamenti, nel tempo e nelle diverse culture, della diffusione e dell’incidenza delle sofferenze psichiche. La storia della derubricazione dell’omosessualità racchiude in sé sia considerazioni scientifiche e metodologiche sia pressioni sociali e culturali.

Il primo tentativo di depatologizzazione risale al 1973 e viene stabilito all’unanimità dal Board of Trustees dell’APA. Gli oppositori a questa scelta, però, chiedono che la decisione venga estesa a tutti i membri dell’APA e indicono un referendum. Il risultato della votazione allargata è il medesimo: l’omosessualità deve essere eliminata dal DSM. Gli oppositori non si arrendono e continuano a indignarsi perché sostengono che la cancellazione non si possa basare solamente su un voto, ma debba avere solide argomentazioni scientifiche.

Tuttavia, la decisione di derubricare l’omosessualità come malattia mentale affonda le sue radici in anni di ricerche scientifiche che dimostrano i difetti e gli errori metodologici negli studi fino ad allora condotti. Le pressioni politiche esercitate in quegli anni dai movimenti di liberazione sessuale accelerano il processo decisionale senza, però, sostituirsi alle argomentazioni di natura scientifica. Tra queste emerge, per esempio, l’infondatezza del campione studiato: alcune teorie a sostegno dell’omosessualità come malattia mentale si basavano su un campione molto ridotto, addirittura inferiore alle 10 persone, che produceva risultati statisticamente non significativi.

Altre teorie non prevedevano un gruppo di controllo, cioè non verificavano che le condizioni delle persone omosessuali fossero presenti anche in un gruppo di controllo di eterosessuali. In altri casi il campione selezionato era costituito da omosessuali con disturbi psichiatrici e tali disturbi venivano attribuiti all’omosessualità. Infine, considerata la natura dell’argomento sempre sottoposto a pregiudizi, gli studi si sarebbero dovuti basare sulla regola del doppio cieco, per evitare che i pregiudizi iniziali influenzassero il risultato. Il 17 maggio 2005, 15 anni dopo la definitiva eliminazione dell’omosessualità dal DSM, viene istituita per la prima volta la Giornata Internazionale contro l’omofobia.

Leggi anche: 50 sfumature nel DSM-5

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine di copertina: torbakhopper, Flickr

Informazioni su Giulia Rocco (61 Articles)
Pensa e produce oggetti multimediali per il giornalismo e l’editoria. L’hanno definita “sperimentatrice seriale”.

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