Il piano della Nuova Zelanda per eradicare le specie invasive

Niente più ratti, ermellini e opossum. Il progetto “Predator Free New Zealand by 2050” è a dir poco ambizioso e costerà almeno 28 milioni di dollari

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Il kakapo è uno dei gioiellini neozelandesi, l’unico pappagallo al mondo che non vola. Oggi ne sopravvive poco più di un centinaio di esemplari. Fotografia di Mnolf, Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0

AMBIENTE – Con scadenza fissata entro il 2050, la Nuova Zelanda si è appena posta un importante traguardo: “Predator Free New Zealand by 2050”, eradicare le specie invasive che vivono sul territorio e minacciano la fauna locale, tra tutte i ratti, gli ermellini e gli opossum. Il segnale è forte, perché è la prima volta che un Paese si prende un impegno di questa portata (il costo stimato è di 28 milioni di dollari) dimostrando di aver chiara la minaccia delle specie invasive, che riguarda ormai tutti sul pianeta –anche noi-. Ma portarlo a termine non sarà semplice: tra esche avvelenate, trappole e nuove strategie, ci sarà parecchio da fare. Il primo step del progetto si “chiude” nel 2025, con l’impegno di aver rimosso o ucciso i predatori invasivi da almeno un milione di ettari di territorio.

L’identità della Nuova Zelanda è strettamente legata al suo patrimonio ambientale: tanto è vero che viene spontaneo pensare al kiwi, il piccolo uccello inadatto al volo, che con cinque specie e due sottospecie è endemico proprio di questo paese? Eppure i numeri parlano chiaro sull’emergenza: l’avifauna neozelandese si è evoluta per milioni di anni in un ambiente in cui i mammiferi non esistevano ed è “estremamente vulnerabile ai predatori introdotti”, ha spiegato il ministro della conservazione Maggie Berry, “che uccidono circa 25 milioni di uccelli nativi ogni anno”. In natura, a oggi, sopravvivono meno di 70.0000 kiwi.

Altro protagonista di questo piano ambizioso è il kakapo, un pappagallo notturno più unico che raro e decisamente carismatico. Si tratta del pappagallo più pesante del pianeta e l’unico che non vola: ha un piumaggio verde-giallastro, il becco grigio, zampe corte e piedi larghi: secondo i dati IUCN nel 2014 ne rimanevano poco più di 120, tutti concentrati su tre piccole isole neozelandesi libere dai predatori invasivi, Anchor Island, Codfish Island e Little Barrier. La specie, l’unica del genere Strigops, è a oggi gravemente minacciata. Per prenderlo a cuore ancor di più, non potete perdervi la sua esilarante comparsa a “Last Chance to See” con Stephen Fry. Che lo descrive perfettamente decantando la sua “victorian gentleman face

Ma a spostarsi sul terreno non sono solo gli uccelli: a beneficiare dell’eradicazione dei predatori saranno anche specie come Mystacina tuberculata, il pipistrello dalla coda corta della Nuova Zelanda minore, noto per l’abitudine peculiare di cercare prede anche scavando nel terreno. Alla mercé di gatti, mustelidi e via dicendo. Specie che sul territorio neozelandese non sono certo arrivate da sole, ma la cui responsabilità grava sulle nostre spalle: furetti ed ermellini, ad esempio, sono stati introdotti come strategia di controllo per ridurre il numero dei conigli, diventando poi a loro volta una specie aliena dannosa per la biodiversità locale.

Ucciderli tutti, sarà davvero così semplice?

No. La risposta è no, perché è sufficiente che due Adamo ed Eva ratti sfuggano all’eradicazione per riportare l’isola punto e accapo in pochissimo tempo. Se cibo e spazio non mancano, entro un anno una sola femmina può arrivare ad avere fino a 15.000 discendenti, un limite che affligge qualsiasi piano di questo tipo (un esempio chiarificatore è il rospo invasivo in Madagascar, altrettanto prolifico e altrettanto potenzialmente dannoso). Viene spontaneo chiedersi quanto questo mastodontico piano sia davvero realizzabile. “A oggi non siamo in grado di riuscire nell’obiettivo”, ha confermato a National Geographic Michael Brooke, curatore per la sezione uccelli allo University Museum of Zoology della University of Cambridge, esperto nella protezione degli uccelli insulari dai ratti invasivi. “Tuttavia le nostre conoscenze stanno migliorando così rapidamente che non escludo che, in 20 o 30 anni, saremo in grado di riuscire a mantenere quanto proposto”.

Il gioco d’altronde vale la candela: il costo economico diretto delle specie invasive affligge il settore primario neozelandese oltre 13 miliardi di dollari, quasi il 2% del PIL, mentre il controllo grava sulle tasche dei neozelandesi (che guarda caso sono anche noti come “Kiwis”) almeno 74 milioni di dollari l’anno.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Rewildling, il vaso di Pandora della conservazione?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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