Benvenute Ghostbusters! Il remake funziona, tra novità e tradizione

Le critiche preventive al film erano fondate? E i numerosi commenti negativi sui social sono condivisibili?

Il nuovo film, diretto dal regista Paul Feig, funziona in un buon equilibrio tra capacità di rinnovarsi e rispetto della tradizione.

STRANIMONDI – Il 28 luglio è uscito nelle sale italiane Ghostbusters, il remake-reboot della saga anni ottanta ideata da Dan Aykroyd e Harold Ramis. Numerose polemiche hanno preceduto l’uscita di questo film: al centro delle critiche non tanto l’operazione commerciale di rilanciare lo storico marchio degli Anni Ottanta, ma soprattutto la scelta di rivoluzionare la squadra di acchiappafantasmi. Dai quattro eroi alle quattro eroine: la squadra del nuovo film è infatti costituita da quattro donne, Erin Gilbert (Kristen Wiig), Abby Yates (Melissa McCarthy), Jillian Holtzmann (Kate McKinnon) e Patty Tolan (Leslie Jones) che prendono il posto di Egon, Peter, Ray e Winston. Quelle critiche preventive erano quindi fondate? Le quattro acchiappafantasmi fanno rimpiangere i quattro storici personaggi? I numerosi commenti negativi sui social – che continuano ad arrivare, per la verità – sono del tutto condivisibili?

Probabilmente no. Il nuovo film, diretto dal regista Paul Feig, funziona in un buon equilibrio tra capacità di rinnovarsi e rispetto della tradizione. La storia è una ripresa della trama del primo film del 1984 e con alcuni elementi che si rifanno anche al secondo episodio cinematografico del 1989. Nel nuovo Ghostbusters si riparte dall’inizio: il nuovo film non è una prosecuzione della storia interrotta con la sconfitta del terribile Vigo nel film Ghostbusters II. Il nuovo Ghostbusters è un genuino remake-reboot, per intenderci non come l’ultimo Star Wars che pur riprendeva a piene mani la trama di Episodio IV ma portando avanti la saga, chiamandosi Episodio VII.  Qui si riparte daccapo: Erin, Abby e Jillian sono alle prese con lo scetticismo dei loro istituti di ricerca, per nulla intenzionati a finanziare le loro ricerche in ambiti così poco ortodossi come lo studio dei fantasmi.

I personaggi e la comicità

Le quattro protagoniste riprendono caratteri e sembianze dei quattro acchiappafantasmi originali, seppur con qualche modifica. Abby è abbastanza identificabile con il Ray Stanz di Dan Aykroyd e allo stesso modo Patty riprende Winston Zeddemore (Ernie Hudson), l’unico non scienziato del gruppo e aggregato solo in un secondo momento. Tuttavia, Erin e Jillian non sono cloni di Peter e Egon. Erin è molto maldestra e autoironica, lontana dal sicuro e galante Peter Venkman interpretato da Bill Murray. Jillian è il personaggio più vulcanico del gruppo, un elemento comico continuamente in grado di offrire colpi di scena – non a caso l’attrice che la interpreta, Kate McKinnon, è una comica di successo del Saturday Night Live, così come le colleghe Jones e Wiig e anche i predecessori Aykroyd, Ramis e Murray. Come lo stesso Egon di Harold Ramis è una scienziata geniale, a tratti sociopatica ed è colei che si occupa di inventare armi e strumenti per la caccia ai fantasmi, ma a differenza di Egon Jillian è estroversa, appariscente e rumorosa, laddove Egon era molto più taciturno, serio e misurato.

L’affiatamento tra le quattro attrici è notevole e le gag comiche spesso funzionano. Tuttavia, in un film che punta a proporre toni comici anche più marcati dell’originale, non sempre tutto è perfetto. Per esempio gli autori calcano troppo la mano sulla stupidità di Kevin, il segretario-modello assunto solo per la sua avvenenza fisica. Qua e là nel film si sarebbero potute evitare alcune battute e frasi un po’ troppo didascaliche, come quando all’inizio del film il malcapitato operatore del museo infestato fugge proprio nella stanza occupata dal fantasma ben sapendo che il fantasma si trova lì: chi guarda non può fare a meno di pensare che stia facendo una enorme stupidaggine e il personaggio segue a ruota questo ragionamento, affermando uno scontatissimo: “Che stupido sono stato!”. A volte poi le gag esagerano con i giochi di parole, come per esempio accade nella scena che vede le acchiappafantasmi nell’ufficio del sindaco di New York (per l’occasione interpretato da Andy Garcia).

Tuttavia questi sono soltanto incidenti di percorso in un film di poco meno di due ore ben diretto e che riesce a mantenere un buon ritmo, nonostante la trama riservi ben poche sorprese per gli spettatori che conoscono l’originale. Feig riesce a riproporre il clima tra horror e humor che è stato il marchio di fabbrica del primo glorioso Ghostbusters. Il film di Feig, in questo, nulla toglie e nulla aggiunge, ma riprende rispettosamente il contesto e i modi del film originale. Per vedere alcune novità occorre spostarsi sul piano più strettamente visivo.

Effetti speciali spettacolari

Chiaramente i 32 anni che separano originale e remake segnano un lasso di tempo in cui i miglioramenti tecnici nelle riprese e negli effetti speciali risultano notevoli. Ghostbusters nel 2016 è un film visivamente spettacolare, la resa grafica dei fantasmi è impressionante e la capacità di far interagire entità e personaggi umani fa sì che anche la trama possa arricchirsi di qualche succosa novità: le ghostbusters infatti sono a volte impegnate in combattimenti corpo a corpo con i fantasmi, del tutto inesistenti nel film del 1984. Oltre agli immancabili zaini protonici, al rilevatore di attività ectoplasmatica e alle trappole (fortemente ridimensionate nell’uso e nelle apparizioni, qui) Jillian dota le colleghe di bombe che danneggiano solo i fantasmi, di “aspirafantasmi” in grado di tritarli e di guanti per prendere a pugni gli spiriti.

Se nel 1984 il combattimento era rigorosamente a distanza, nel 2016 il fantasma può essere affrontato in un corpo a corpo anche per le strade di New York. Non occorre quindi necessariamente catturare il fantasma – ed ecco perché le trappole perdono valore – ma lo si può anche polverizzare. Sparisce quindi il “dispositivo di stoccaggio”, macchinario fantascientifico inventato da Egon e Ray per contenere gli spiriti e il cui spegnimento coatto causa molti guai nel film del 1984.

Un trionfo di tecnologia

Iperbolico l’umorismo, effetti speciali grandiosi e tecnologie impressionanti: nel Ghostbusters del ventunesimo secolo gli autori, per mantenere alto il livello dello spettacolo, rinunciano in larga misura a quel fitto riferimento a parapsicologia e saperi occulti dell’originale e qui evocati molto raramente. I fantasmi si cacciano tecnologicamente e possono anche essere evocati grazie a macchinari ad alto contenuto ingegneristico. Così gli esperimenti con le carte di Venkman – tipici della parapsicologia, ma ben poco spettacolari – qui lasciano il posto alla fisica quantistica di Gilbert, Holtzmann e Yates; l’occultismo e il simbolismo dei personaggi “Mastro di chiavi” e “Guardiano di porta” del film del 1984 vengono sostituiti da acceleratori di particelle in grado di squarciare lo spazio-tempo e far entrare i fantasmi nel nostro mondo.

Il remake-reboot, quindi, aggiorna dove può e in ossequio alla volontà di rendere estremamente spettacolare il tutto, sfruttando bene le potenzialità offerte oggi a livello di riprese e post-produzione. Al netto di qualche passaggio a vuoto, quindi, il film funziona e diverte soprattutto nella chimica fra le quattro protagoniste e nell’azione che contraddistingue soprattutto il secondo tempo della pellicola. Per il resto il nuovo Ghostbusters riesce a mantenersi a distanza di sicurezza dall’originale dimostrandosi fortemente rispettoso. Non a caso nel film ricompaiono con brevi cameo anche gli attori che davano il volto agli acchiappafantasmi originali ovvero Murray, Aykroyd e Hudson: Ramis purtroppo è deceduto nel 2014 e compare soltanto una statua in suo onore all’inizio del film, in una inquadratura alla Columbia University. C’è spazio anche per un veloce ritorno anche della protagonista femminile dei film degli anni Ottanta Sigourney Weaver e non mancano neppure due vere e proprie icone dell’universo-Ghostbusters, ovvero l’impertinente Slimer e il gigantesco Stay Puft Marshmallow Man.

@enricobergianti

Leggi anche: Macchine, mente, enigmi. L’eredità di Alan Turing

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Informazioni su Enrico Bergianti ()
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta

2 Commenti su Benvenute Ghostbusters! Il remake funziona, tra novità e tradizione

  1. L’ originale Ghostbusters non aveva una comicità demenziale,non c’erano gag di flatulenze nè i lunghi discorsi surreali che vengono pronunciati come fossero normali che si sentono in questo, come quelli sul “farsela sotto” o “il gatto nel sacco”. Le protagoniste non sembrano per nulla scienziate da quanto sono infantili, basti pensare allo scherzo della registrazione con il peto che Abby e Gillian fanno ad Erin. Per non parlare della superficialità della sceneggiatura, tutto sembra facile per loro, non cercano soldi, le attrezzature le rubano all’ università (il rettore se ne accorge ma non le denuncia, si limita a gridare che appartengono alla scuola), poi collaborano col governo che alla fine procura loro tutto ciò che vogliono, a partire dalla caserma; ma la parte peggiore è quando uccidono accidentalmente il personaggio di Murray: un uomo cade dalla loro finestra ma non ci sono indagini e i giornalisti non ne parlano, se la cavano con una battutina sul fantasma formaggino! Poi vabbè, i fantasmi sono figure di fantasia, ci mancherebbe, ma hanno le loro tipiche caratteristiche, ucciderli è incoerente con queste caratteristiche e serve solo a farle somigliare ai supereroi oggi di moda, oltre a rendere più facili le scene. E comunque il film non ha funzionato granché, visto che si prevede che la sony perderà sui 70 milioni. Non riesco proprio a capire come si faccia ad apprezzare film come questo, dalla comicità banalmente volgarotta. Salvo poi lamentarsi dei cinepanettoni e di Vanzina.

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