Ictus: conoscerlo per intervenire

Ogni anno il 29 ottobre cade la Giornata mondiale dedicata all'ictus, una malattia che ancora oggi è la terza causa di morte dopo le patologie cardiovascolari e i tumori

cervello ictus stroke

In Italia si verifica un ictus ogni tre minuti. Crediti foto: Hey Paul Studios, Flickr Creative Commons

APPROFONDIMENTO- Oggi ricorre la Giornata Mondiale dedicata all’ictus, una malattia tanto comune quanto pericolosa. L’ictus è la terza causa di morte dopo le patologie cardiovascolari e il cancro, rispettivamente al primo e secondo posto, ma soprattutto è la prima causa di invalidità. In media circa una persona su cinque muore entro un mese dall’ictus, mentre un terzo muore a un anno dall’evento. Fra i sopravvissuti, il 75% dovrà convivere con una forma di disabilità, che nella metà dei casi significa perdita di autosufficienza. In altre parole, due persone su tre saranno vive a un anno dall’evento, ma solo un quarto di esse guarirà completamente. Ogni anno avvengono circa 196 mila ictus in Italia: un evento ogni 3 minuti, e uno su 5 è una recidiva.

Il trattamento dell’ictus è molto complesso ma soprattutto è cruciale, determinante, agire nelle prime 4-5 ore. Il che significa riconoscere subito i sintomi ed essere indirizzati nell’immediato verso strutture dotate di una Stroke Unit, in grado di proporre i trattamenti più adatti entro quella che viene chiamata “finestra terapeutica” o golden hour di poche ore.

Quale ictus?

Anzitutto gli ictus non sono tutti uguali. Si parla generalmente di ictus quando si verifica un’interruzione dell’apporto di sangue ossigenato in una certa area del cervello, che determina la morte delle cellule cerebrali di quella zona e, come conseguenza, le funzioni cerebrali controllate da quell’area possono essere perse o compromesse. L’80% degli ictus è ischemico, cioè si verifica poiché le arterie cerebrali vengono ostruite dalla graduale formazione di una placca aterosclerotica e/o da un coagulo di sangue. Un altro 16% è invece rappresentato da ictus emorragici, che si verificano cioè un’arteria del cervello si rompe, provocando così un’emorragia intracerebrale, una forma che nella maggioranza dei casi vede come concausa anche l’ipertensione. Infine c’è l’attacco ischemico transitorio, o TIA, che si differenzia dall’ictus ischemico per la minore durata dei sintomi (inferiore alle 24 ore, anche se nella maggior parte dei casi il TIA dura pochi minuti, dai 5 ai 30 minuti).

Come si può intervenire? Anzitutto agendo subito

“Il trattamento tempestivo in un’unità specializzata può ridurre anche del 19% la disabilità e la necessità di riabilitazione post -ictus” spiega a OggiScienza la Professoressa Valeria Caso, Neurologa presso l’Ospedale Misericordia di Perugia e Presidente dell’European Stroke Organization. “Il tempo è un fattore chiave: la terapia trombolitica con farmaci deve essere somministrata in fase precocissima, prima cioè che i danni al tessuto cerebrale diventino irreversibili, entro 4 ore e mezza al massimo dall’inizio dei sintomi e serve quando l’evento acuto ha interessato vasi piccoli o medi, mentre quando ad essere interessati sono vasi di grandi dimensioni la sua efficacia non supera i il 40%”.

“In questi casi abbiamo sei ore di tempo, sei golden hour per andare in sala operatoria e utilizzare la trombectomia meccanica, una tecnica innovativa che prevede l’inserimento di uno speciale stent retriever mediante accesso inguinale che, sotto guida radiografica, raggiunge l’arteria cerebrale occlusa e ne ristabilisce la pervietà, asportando i residui di materiale che la aveva ostruita”.

Stroke Units: l’Italia non è omogenea

Il fattore tempo è fondamentale per poter raggiungere la struttura ospedaliera. Secondo quanto riportato nel Decreto del 2 aprile 2015 in Italia dovremmo avere un centro ictus di primo livello, dove poter cioè ricevere trombolisi intravenosa, ogni 150.00-300.000 abitanti e un centro di secondo livello, che oltre alla trombolisi intravenosa propone anche la trombectomia meccanica, ogni 600.000-1.200.000 abitanti. Un totale di circa 300 centri, mentre al momento ne abbiamo 177, e il gradiente nord-sud è evidente.

Trombolisi o Tromboectomia?

Oggi lo standard di trattamento per l’ictus ischemico acuto è la trombolisi con tPA, ma ha un’importante limitazione: il fattore tempo, che fa sì che solo il 10% dei soggetti colpiti da ictus ischemico risulti idoneo per questo tipo di trattamento, nella maggior parte dei casi perché è ormai trascorso il tempo utile per intervenire. Cosa è meglio però fra le due tecniche? Una recente revisione sistematica su 8 studi che hanno coinvolto 2.423 pazienti colpiti da ictus ischemico acuto, e pubblicata su JAMA ha mostrato che (riguardo agli esiti funzionali) i risultati più efficaci arrivano dalla procedura endovascolare, cioè dalla trombectomia meccanica, anche se si riscontrano gli stessi effetti indesiderati della trombolisi, come tassi di emorragia intracranica sintomatica e la mortalità per tutte le cause a 90 giorni. Non bisogna dimenticare che sono gli over 65 a essere maggiormente colpiti da ictus, una fascia di età dove la comorbidità, cioè la presenza di più malattie croniche, è assai frequente.

Tenere d’occhio la fibrillazione atriale

Recenti studi hanno mostrato che nel 30-40% degli ictus criptogenici, cioè di origine sconosciuta, entra in gioco anche la Fibrillazione Atriale (FA), un’alterazione del ritmo cardiaco asintomatica nella maggior parte dei pazienti, dunque molto difficile da diagnosticare. Il paziente con FA ha infatti un rischio fino a 5 volte superiore di incorrere in un evento ischemico, inoltre l’ictus ischemico associato a FA ha probabilità doppia di essere fatale rispetto ad un evento in assenza di FA. La diagnosi e soprattutto il trattamento della FA sono dunque un fattore preventivo importantissimo per evitare recidive, ma solo il 5% dei pazienti con ictus criptogenico riceve un sistema impiantabile per il monitoraggio cardiaco, sebbene le linee guida ESC 2016 (European Society of Cardiology, Società Europea di Cardiologia) raccomandino l’impianto in tutti i pazienti che abbiano già avuto un episodio di ictus criptogenico.

6 consigli: cosa fare se si ha il dubbio di essere stati colpiti da ictus

Un ottimo modo per capire se il malore che stiamo sospettando è davvero l’inizio di un ictus, è il metodo soprannominato “RAPIDO”, un acronimo ideato per ricordare le azioni chiave per una primissima auto valutazione della situazione:
R – RIDI – chiedete alla persona di sorridere e osservate se la bocca è asimmetrica;
A – ALZA LE BRACCIA – chiedete alla persona di alzare le braccia e verificate se riesce a sollevarne una sola;
P – PARLA – chiedete alla persona di parlare e verificate se riesce ad esprimersi in maniera comprensibile o confusa;
I – ICTUS
D – DOMANDA AIUTO – chiamate immediatamente il 118 e descrivete correttamente i sintomi in modo che gli operatori siano in grado di mandare l’ambulanza con il team adatto e allerti l’ospedale dotato di stroke unit più vicino
O – ORARIO – prendete nota dell’ora esatta in cui sono iniziati i sintomi, una informazione che sarà molto utile ai sanitari per operare entro le 4 – 6 “golden hours”.

@CristinaDaRold

Leggi ancheUn ictus e perdi otto anni

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Cristina Da Rold (424 Articles)
Freelance (data) journalist and scientific communicator

2 Commenti su Ictus: conoscerlo per intervenire

  1. Cristina Da Rold // 29 ottobre 2016 alle 9:50 // Rispondi

    L’ha ribloggato su Cristina Da Rold.

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