ANIMALI

Due tumori per il diavolo della Tasmania

Secondo gli scienziati di Cambridge la specie è particolarmente vulnerabile a questo tipo di patologie, ma potrebbe beneficiare di farmaci già in uso per il cancro umano

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Un diavolo della Tasmania viene visitato dai ricercatori sul campo. Fotografia di Maximilian Stammnitz

ANIMALI- I diavoli della Tasmania sono due volte sfortunati: il tumore facciale che li affligge (DFTD, devil facial tumour disease) è in realtà due tumori diversi, entrambi trasmissibili. Sulla rivista Cancer Cell gli scienziati dell’Università di Cambridge ipotizzano si tratti di tumori di origine simile, il che potrebbe anche aiutarci a comprendere perché questa specie sia stata decimata dalla patologia: forse i diavoli sono semplicemente molto vulnerabili ai tumori, per via dei loro meccanismi di regolazione cellulare. La loro indole aggressiva li porta a scontrarsi molto spesso e a mordersi tra loro (anche se sono piuttosto docili nei confronti degli umani) il che potrebbe aver velocizzato la trasmissione.

Il DFTD è stato diagnosticato per la prima volta in questa specie (Sarcophilus harrisii) nel 1996 ed è contagioso. Si tratta del più letale degli otto tumori naturalmente trasmissibili noti alla scienza – fino a un paio di anni fa ne conoscevamo solo due – e causa la formazione di tessuto neoplastico sul volto, soprattutto intorno agli occhi e alla bocca. La drammatica conseguenza è che nel giro di pochi mesi gli animali contagiati non riescono più a nutrirsi e sono condannati alla morte per fame: è così che in poco più di un ventennio, in alcune aree della Tasmania, abbiamo perduto oltre l’90% dei diavoli.

Nonostante i risultati dei due tumori che osserviamo dall’esterno siano piuttosto simili, secondo gli scienziati hanno avuto origine in due animali differenti e probabilmente ad anni di distanza. Ma vederli comparire in così breve tempo sulla stessa specie ha provocato un certo stupore. “Quando abbiamo trovato il primo pensavamo che i tumori trasmissibili fossero estremamente rari e che i diavoli della Tasmania fossero davvero sfortunati a prenderne uno”, racconta in un comunicato Elizabeth Murchison, genetista di Cambridge cresciuta in Tasmania. “Ma la scoperta del secondo ci ha portati a domandarci se i diavoli della Tasmania non siano particolarmente a rischio di sviluppare questo tipo di patologie”.

Gli scienziati studiano questi grossi marsupiali da anni e molte delle scoperte più interessanti sono recenti. Nel 2016 il genetista Andrew Storfer della Washington State University e i colleghi hanno mostrato che alcuni esemplari stavano cambiando per contrastare il cancro ed evolvendo una resistenza genetica alla malattia. Ma cosa succederà ora che i tumori sono due, e distinti?

Murchison e colleghi li hanno confrontati dal punto di vista genetico e funzionale, ma non sono riusciti a identificare marker genomici di virus o di agenti carcinogenici come la luce ultravioletta. È di certo possibile che ad aumentare la probabilità di ammalarsi siano stati cambiamenti di tipo ambientale o antropogenico ma per ora non possiamo sapere quali giochino un ruolo nel DFTD.

La nota positiva è che, pur se originatisi in individui diversi, i due tumori sono accomunati da mutazioni e tessuti di origine simili, il che significa anche che rispondono al trattamento con gli stessi farmaci. Si tratta, però, di farmaci che inibiscono le vie normalmente legate alla guarigione, e secondo Murchison è possibile che siano proprio i meccanismi di riparazione delle ferite ad avere un ruolo nell’origine dei tumori facciali.

A rendere i diavoli ancor più vulnerabili ai tumori, e a facilitare il contagio, c’è anche il ruolo della presenza umana. Quando i primi abitanti della Tasmania sono arrivati sull’isola, oltre ad aver modificato l’ambiente intorno a loro, erano spaventati dalle terribili urla che sentivano durante la notte, e che attribuivano a una qualche creatura diabolica. Il risultato è stata un’intensa caccia ai diavoli della Tasmania, la cui diversità genetica si è ridotta sensibilmente. E si tratta di un elemento importante, spiega il primo autore dello studio Maxilimial Stammnitz, perché i tumori trasmissibili hanno bisogno di sfuggire al sistema immunitario del nuovo ospite e quello dei diavoli “potrebbe essere meno pronto a identificare le cellule di tumori estranei rispetto ad altre specie con una maggior diversità genetica”.

Una speranza per il futuro resta: mentre i conservazionisti stanno già lavorando alla tutela della specie, i farmaci identificati dai ricercatori – già usati negli esseri umani per la terapia di precisione contro il cancro – potrebbero dare una mano concreta anche ai diavoli della Tasmania.

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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