STRANIMONDI

Stati Teocratici d’America. La distopia di The Handmaid’s Tale

Crisi ambientale, crollo demografico e una dittatura ultrareligiosa stravolgono gli USA nella realtà alternativa immaginata da Margaret Atwood

STRANIMONDI – I tassi di fertilità della specie umana ridotti drasticamente e una grave crisi ambientale stanno mettendo in ginocchio il mondo, minacciando il genere umano di estinzione. È questo il punto di partenza di The Handmaid’s tale, una serie distopica ambientata in una futura, inquietante e maschilista versione di quello che potrebbero diventare gli Stati Uniti. La distopia immaginata nel 1985 dalla scrittrice Margaret Atwood nel romanzo Il racconto dell’ancella – da cui la serie è tratta – si completa con l’approdo al potere di un gruppo ultrareligioso che sconvolge la società americana e la riorganizza in senso dittatoriale secondo dettami religiosi. Al centro della storia ci sono le vicende di Difred (Elisabeth Moss), una giovane madre in carriera che viene costretta, per via della sua fertilità, ad avere nella nuova società il solo ruolo di incubatrice per i figli della classe dirigente.

Il ruolo della donna

The handmaid’s tale è una serie Hulu lanciata nel 2017 e di cui si sta concludendo in questi giorni la messa in onda della seconda stagione. Visto il successo (8 Emmy Awards nel 2017 e 2 Golden Globe nel 2018, tra gli altri premi), è già stata rinnovata per una terza stagione. La serie parla soprattutto del ruolo della donna tramite i continui flashback del “prima”, che intervallano la narrazione dell’ “oggi”. Prima, June era una donna sposata con un uomo divorziato da cui aveva una figlia, lavorava come redattrice e viveva una vita che definiremmo assolutamente normale. Dopo, la sua esistenza viene stravolta, a partire dal nome: non è più June ma Difred (tutte le ancelle si chiamano “Di-” seguito dal nome dell’uomo che le possiede) e viene costretta ad accoppiamenti ritualizzati per la riproduzione della famiglia sterile del comandante Waterford, a cui viene assegnata. Separata dalla figlia, fatta adottare da una famiglia della classe dirigente, e dal marito che, si scopre, è riuscito a scappare in Canada, la sua vita è un susseguirsi di noia (l’unica attività che le è concesso fare è uscire per fare la spesa) e violenze. Il ritmo lento della serie è in grado di rendere in modo molto efficace la vuotezza della nuova vita della donna, in contrasto con i momenti frenetici del passato, che in diversi flashback ci raccontano la storia di June e contemporaneamente del colpo di stato.

La famiglia Waterford, con cui vive la protagonista, è una delle più importanti nel nuovo mondo chiamato Gilead. Il Comandante (Joseph Fiennes) è stato uno degli ideatori della nuova società insieme alla moglie Serena (Yvonne Strahovski). Quest’ultima è sicuramente uno dei personaggi più interessanti della serie. Serena infatti, prima, era come June: una donna in carriera. Aveva scritto un libro dal titolo “Il posto della donna” che mirava a ristabilire quali dovessero essere le priorità delle donne, cioè la casa e i figli, in linea con il nuovo gruppo al potere. La realizzazione delle sue idee la pone, in quanto donna, ad assumere il ruolo di angelo del focolare, privandola di qualsiasi merito e potere, e impedendole addirittura di leggere, ironicamente, anche il suo stesso libro.

Le donne della società precedente a Gilead infatti (che nella serie viene rappresentata come il nostro mondo attuale) prese dal lavoro non avevano più desideri di maternità e facendo meno figli, hanno contribuito al calo di popolazione causato anche dall’inquinamento, che ha reso la specie umana a rischio estinzione. A Gilead, alle donne è vietato leggere, avere un lavoro o un conto in banca, usare metodi contraccettivi o vestirsi secondo il proprio gusto. La crudeltà e la misoginia del mondo rappresentato sono forti e rese in modo eloquente con scene spesso molto violente e un largo uso di contrasti cromatici: uno su tutti la neve e il sangue. Il rosso e il bianco sono anche i colori degli abiti che indossano le ancelle.

La signora Waterford è monolitica nelle sue posizioni per tutta la prima stagione. Nella seconda stagione, che è una libera interpretazione di quello che sarebbe potuto succedere (il racconto del romanzo si ferma alla fine della prima stagione) invece vacilla e a tratti viene dipinta in maniera più umana. In alcuni flashback ci viene raccontata anche la sua storia: Serena passa da lavoratrice emancipata a moglie devota gettando via libri e vestiti (a Gilead tutte le donne hanno una divisa di colore diverso a seconda del proprio ruolo) fino ad arrivare a quando, nel mondo che ha contribuito a creare, accetta di tenere fermi i polsi di Difred durante gli accoppiamenti rituali a scopo riproduttivo che l’ancella deve subire con il marito Fred, partecipando sostanzialmente a uno stupro legalizzato.

Una distopia dalle premesse attuali

“Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, altrimenti muoio». Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: «Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?». Allora ella disse: «Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo».” Genesi 30; 1-3

È su questo passo della Bibbia che si basa la cerimonia: le mogli sterili che non possono dare figli ai comandanti della classe dirigente possono riprodursi grazie alle ancelle, che partoriranno per loro. A Gilead, le donne sicuramente fertili (ovvero quelle che erano già madri) vengono assegnate alle famiglie importanti per fungere da incubatrici e partorire i loro figli.

Margaret Atwood costruisce un universo spaventoso che la serie riesce a tradurre visivamente in modo estremamente efficace attraverso una azzeccata scelta delle ambientazioni, della fotografia e anche dei colori spenti e deprimenti. Crisi ambientale e inquinamento, crisi demografica e un energico ritorno nel dibattito pubblico americano (e non solo) di posizioni ultraconservatrici fanno sì che lo spettatore possa considerare non così remota la distopia concretizzata nella società di Gilead. I tre temi (ambiente, demografia, fondamentalismo religioso) che hanno spinto Atwood a immaginare il suo futuro spaventoso erano argomenti pressanti nel 1985 quando fu pubblicato il libro, ma lo sono probabilmente ancora di più 33 anni dopo. Ecco perché la serie arriva con un grande tempismo alle porte del 2020 e riesce a creare un vivido senso di preoccupazione negli spettatori. Si pensi al tema della crisi demografica, che di fatto è quello centrale nella serie.

Negli USA a metà degli anni ’80 il tasso di fertilità (figli per donna) era di 1,8 (secondo dati della World Bank) mentre nel 1960 era di 3,6 figli per donna. Trentuno anni dopo, nel 2016, negli USA il tasso di natalità era ancora di 1,8 mentre in Italia era a 1,3. Il rapporto ISTAT del 2018 è inequivocabile: lo scorso anno nel nostro paese è stato registrato il nuovo minimo storico delle nascite. Come genere, la distopia tende ad affascinare lettori e spettatori perché rende concreta la visione di un mondo non (ancora) fattuale e spaventoso consentendo a chi legge o guarda di starsene a debita distanza. O meglio, chi guarda pensa di non esserne davvero coinvolto: un po’ come il pittore romantico che dipinge vulcani o navi incastrate nei ghiacci colpendo chi guarda poiché quest’ultimo guarda il quadro al sicuro nel suo salotto o in un museo. Chiaramente, si può osservare un vulcano o gli spaventosi crepacci anche più da vicino, dal vivo, pur rimanendo in una situazione di sicurezza. In quel caso, l’effetto di paura e di contemporanea ammirazione per la potenza della scena e della natura (ovvero quella sensazione che i romantici chiamavano “sublime”) aumenta. The Handmaid’s tale gioca su un meccanismo simile: le premesse della sua distopia erano già in mezzo a noi nel 1985, e oggi lo sono forse di più. Come a dire: il vulcano è sempre più vicino. Ciò rende l’universo di Atwood sempre più vivido, sempre più efficace, quasi profetico e ammonitore.

Di Enrico Bergianti e Francesca Zanni, seguili su Twitter

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Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta

2 Commenti

  1. Non ho visto questa serie e non so se avrò lo stomaco di vederla: dall’articolo, sembra ben costruita, ma davvero agghiacciante per tanti motivi.
    Una società come quella dipinta dalla storia non meriterebbe di essere perpetuata…

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