APPROFONDIMENTO

Se cresce il turismo, viaggiare senza inquinare è possibile?

Le località turistiche più affollate sono impreparate all’inevitabile squilibrio ambientale portato dai visitatori, sempre più numerosi.

Crediti immagine: Pixabay

APPROFONDIMENTO – “Arrivi o parti?” “Non lo so. Tutte e due”. È la risposta un po’ rassegnata del protagonista interpretato da Tom Hanks nel film The Terminal, costretto a vivere per mesi in un aeroporto di New York perché bloccato per ragioni politiche in un’attesa che sembra eterna.
Nella realtà, quei non luoghi che sono le sale d’attesa degli aeroporti diventano davvero sempre più trafficati e affollati in transiti obbligati. Transiti che in qualche caso possono anche durare quanto dei brevi soggiorni, non solo durante il periodo vacanziero estivo.

Gli aeroporti, almeno i più moderni e attrezzati, sono ormai pronti ad accogliere e soddisfare gli impreparati viaggiatori. Anche le stesse compagnie aeree hanno compiuto qualche sforzo tecnologico per adeguarsi alle migrazioni turistiche di massa in continua crescita.

Se i terminal di Londra, di Milano, di Berlino sono in parte preparati ai grandi numeri e alle attese sfibranti, non è sempre detto che lo stesso avvenga anche a destinazione. Nel complesso, anzi, le località turistiche più affollate sono impreparate a reggere adeguatamente l’inevitabile squilibrio ambientale portato dai visitatori.

Secondo i dati del World Tourism Organization, nel 2030 i turisti in giro per il mondo saranno circa due miliardi, mentre per le mete preferite le scelte stanno già virando verso i paesi in via di sviluppo.
Che impatto ha sul pianeta questa mole enorme di persone in continuo spostamento? Un impatto altrettanto enorme, che tra l’altro ora possiamo misurare con maggiore precisione in termini di carbon footprint, ovvero l’”impronta” lasciata sull’ambiente e, in particolare, in atmosfera con i gas serra delle emissioni dei voli e non solo.

A far riaccendere l’attenzione per il binomio turismo – cambiamento climatico è stato uno studio pubblicato dalla rivista Nature Climate. I ricercatori dell’Università di Siyney e del Queensland autori del paper hanno fornito un quadro più completo ed esaustivo di quanto noto finora sull’impronta di carbonio associata alle attività turistiche: viaggiare contribuisce complessivamente alle emissioni di gas serra per ben l’8% del totale, un dato che apre nuovi scenari sul futuro e fa appello alle responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel comparto turistico.

Impronta da turismo sottostimata: una questione di metodo

La notizia che ha subito fatto il giro nei media a livello internazionale riguarda i costi reali della cosiddetta supply chain del turismo, che risulta avere un valore dell’impronta globale delle emissioni ben superiore a quanto stimato in precedenza. Bisogna infatti moltiplicare almeno di un fattore quattro i calcoli fatti finora, che non hanno mai tenuto conto di parametri apparentemente secondari ma fortemente impattanti quali le infrastrutture, il cibo, lo shopping di prodotti tipicamente turistici, vale a dire tutti i quei consumi extra, con il relativo dispendio di energia e quindi emissioni, necessari al sostentamento di questa industria.

In cifre, questo surplus di consumi è stato aggiornato a circa 4,5 giga tonnellate equivalenti di CO2 emessa all’anno, a fronte di 1 giga tonnellata dei vecchi calcoli.

La carbon footprint del resto è una misura di comodo e soggetta a diverse fluttuazioni. In teoria, comprende tutto ciò che ha un impatto sulle emissioni di gas serra, e quindi nel complesso sul cambiamento climatico. A volte, l’efficacia dell’impronta di carbonio è stata messa in discussione. In particolare per quanto riguarda il turismo, le analisi dedicate a questo settore hanno sofferto di un gap importante nella raccolta dati, perché concentrate solo sulle emissioni dirette, come quelle, comunque pesanti, legate ai voli arerei.

Lo studio pubblicato a maggio offre quindi un nuovo metodo di analisi e selezione dei dati: gli autori hanno combinato le informazioni fornite da un database sul commercio internazionale con le statistiche fornite dal World Tourism Organization che monitorano beni e servizi consumati dai turisti relativamente a 160 paesi in tutto il mondo per un quinquennio, dal 2009 al 2013. Solo nel periodo considerato, l’impronta è cresciuta del 15% – a causa principalmente di una crescita della ricchezza – e secondo le previsioni le emissioni equivalenti toccheranno il record di più di 6 giga tonnellate di emissioni indirette di CO2 nel 2025.

I ricercatori dell’Integrated Sustainability Analisys hanno anche stretto il cerchio attorno ai principali responsabili, valutando due principali categorie: i viaggiatori e gli ospiti, ovvero i paesi da cui partono il maggior numero di turisti e le località che ne accolgono e gestiscono il maggior numero. Gli Stati Uniti si classificano al primo posto in entrambi i casi, cioè si viaggia molto da e per gli States.

Seguono Cina e Germania, in sostanza le economie più ricche, con la Cina che spende complessivamente più di tutti, anche degli Stati Uniti. Per le destinazioni, le località con impronta pro capite più alta sono invece le piccole isole, Maldive in testa, dove i turisti sono responsabili di un carico di emissioni che si aggira tra il 30-80%.

Chi è più ricco,  tende naturalmente a spendere più per i viaggi aerei, per gli alloggi esclusivi, con un impronta di carbonio che sembra non saziarsi mai. Mentre i viaggiatori che arrivano da paesi a basso reddito tendono come prevedibile ad accontentarsi dei trasporti pubblici, del cibo confezionato, con sfumature di spesa variabili in base alle diverse economie di provenienza.

A livello di trasporti, sono gli spostamenti interni che incidono maggiormente sulle emissioni. Canada, Svizzera, Olanda e Danimarca sono le più “sporcaccione” in questo senso. L’Italia compare nelle classifiche dello studio al 14esimo posto dei viaggi intraeuropei più inquinanti (partenza da Francia direzione Italia).

Un turismo (veramente) sostenibile è possibile?

Lo studio di Sydney segnala un numero altissimo di catene di servizi connessi all’industria del turismo, tanto da far sembrare inverosimile una rigenerazione del settore in tempi ragionevolmente brevi. Gli autori insistono comunque sulla necessità di intervenire in questa direzione e in fretta, a cominciare da un contenimento dell’impatto causato dalle emissioni dei voli internazionali – peraltro non contemplati nell’ultimo accordo sul clima di Parigi – per esempio alzando i prezzi dei voli per ridurre la densità di traffico aereo frutto dei voli low cost.

Un intervento nella riduzione dell’impronta di carbonio si inserisce tuttavia in un contesto più grande e complesso di gestione sostenibile del turismo. Un circolo virtuoso che renda i viaggiatori “turisti sostenibili” deve tener conto di fattori all’apparenza non influenti, come il coinvolgimento delle comunità locali nella programmazione e fruizione del turismo stesso, il rispetto e la cura dei monumenti, della cultura e delle tradizioni locali, la difesa della biodiversità.

Alcune località stanno già adottando strategie calibrate sui singoli visitatori, piuttosto che sulle grandi masse solo per far cassa. Ne sono un esempio Venezia o le Cinque Terre in Italia – anche se si teme che alcuni interventi stiano frenando troppo il turismo.

Si tratta comunque per ora di casi piuttosto isolati. Le previsioni di una continua crescita nei prossimi anni dei flussi turistici, non fanno che alzare ancora di più gli appetiti imprenditoriali su quelle località ben collaudate ma già sature, in attesa di promessi, nuovi guadagni.

Se da un lato bisogna garantire il sostegno a un’economia proficua e in crescita, non si può ignorare il fatto che nel frattempo gli sforzi per programmare il futuro sostenibile del turismo sono frammentati e non adeguatamente finanziati. Come segnalato dal World Economic Forum, la ricerca sul futuro sostenibile è affidata a poche e relativamente piccole organizzazioni costrette a contendersi risorse assai risicate. Questa carenza strutturale si registra nonostante il turismo sia indicato tra i tre obiettivi principali di sviluppo sostenibile e lo scorso anno sia stato addirittura dichiarato dall’ONU Anno Internazionale del Turismo Sostenibile.

Le aziende si stanno preparando?

Prima che alle istituzioni, un ruolo importante per sperare in una riduzione nell’impronta di carbonio dei viaggiatori è affidata al mondo imprenditoriale, sia quello delle partenze che delle destinazioni. Sono ancora poche però le aziende che adottano interventi adatti in questo senso. La ricerca di base e applicata, invece, si è molto fortificata negli ultimi anni, producendo un gran numero di pubblicazioni sul rapporto tra turismo e cambiamenti climatici.

Il settore che attualmente registra tra i più alti tassi di innovazione è proprio l’aviazione. Nuove tecnologie per rendere più puliti i voli aerei è oltretutto la strada più concreta da percorrere per sperare in una riduzione significativa dell’impronta di carbonio e quindi per realizzare in tempi brevi un turismo più sostenibile, anche se viaggiare in aereo è già significativamente meno impattante rispetto a qualche decennio fa. La ragione di questo balzo in avanti è dovuta essenzialmente alla spasmodica ricerca da parte dei costruttori di soluzioni che favoriscano l’efficienza energetica dei viaggi. Si sono per esempio alzati in volo i primissimi modelli a energia solare, sono stati testati modelli che implementano col grafene vecchie soluzioni per rendere più leggeri aerodinamici i modelli, ma soprattutto sono allo studio alternative ai carburanti altamente emissivi finora utilizzati.

Secondo l’US Department of Energy , solo negli Stati Uniti ogni anno vengono bruciati per i voli aerei circa 200mila m3 di cherosene. La soluzione più efficace per ridurre l’impronta di carbonio è tagliare i consumi di combustibile. Nello studio pubblicato su Nature Climate viene suggerito di alzare i prezzi per disincentivare l’uso di voli a basso costo, diminuendo quindi il traffico aereo. Questa è tuttavia l’opzione che ha spaventato maggiormente turisti e compagnie aeree, e che sembra quindi inattuabile. Una soluzione allora è trovare dei combustibili alternativi, un giusto compromesso tra costi ed emissioni.

I più promettenti in questo senso sono i biocombustibili, che potrebbero contribuire a un taglio delle emissioni di quasi il 60%. La ricerca sui biofuel inoltre è al punto da poter garantire il loro uso in miscele, qualora non si raggiungesse la giusta efficienza energetica, e anche a temperature più basse. Il primo aereo con un carico del 20% biocombustibile è partito nel 2008 da Amsterdam. Da allora diverse compagnie hanno utilizzato biofuel derivati per esempio dall’olio di jatropa o dalla camelina.

Non si tratta però certo della soluzione definitiva e priva di ostacoli. La materia prima non è ancora sufficiente per prevedere una produzione su larga scala economicamente sostenibile – anche se il risparmio di emissioni potrebbe bilanciare i costi ancora alti. I biofuel inoltre comportano comunque dei problemi di carattere emissivo, dal momento che non ridurrebbero di molto le emissioni di NOx e vapor d’acqua – come ha spiegato al Guardian Rupert Fausett, esperto di trasporti sostenibili.
Per accelerare la crescita di questa nuova filiera, dal Politecnico di Milano parte il progetto JETSCREEN – JET Fuel SCREENing and Optimization, una piattaforma finanziata da Horizon2020 che intende facilitare i test e le fasi di approvazione dei nuovi biofuel.

Intanto, c’è chi sta già sperimentando il viaggio a zero voli. I nuovi movimenti dello “slow travel”  nascono come provocazione per l’insofferenza verso le grandi compagnie aeree. Consigliano di muoversi camminando, in treno, in barca, in autostop, evitando assolutamente di volare e si ispirano un po’ alla beat generation e a figure come Tiziano Terzani. Un fenomeno forse per pochi e che non risolve il problema del traffico aereo, ma che, almeno nelle intenzioni, aiuta a guardare in modo diverso il nostro bisogno di viaggiare.

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