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La formula matematica delle amicizie

3-5 amici stretti o familiari, 10 buone amicizie, 30-35 contatti regolari. Quante interazioni possiamo gestire, in tutto? Secondo la teoria di un antropologo, 150.

RICERCA – Nella nostra vita, ognuno di noi in media ha dai tre ai cinque rapporti molto stretti con amici intimi o membri della propria famiglia. Esistono poi circa dieci persone con le quali abbiamo una buona amicizia, un gruppo di circa 30-35 persone con le quali interagiamo regolarmente e un centinaio di conoscenze con le quali entriamo in contatto una volta ogni tanto. Nel complesso, interagiamo con circa 150 persone. Secondo la teoria di Robin Dunbar, antropologo dell’Università di Oxford, questo numero, noto appunto come numero di Dunbar, indica la quantità massima di amici che il nostro cervello è in grado di gestire. Ma secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PNAS, la distribuzione delle risorse cognitive potrebbe influenzare anche il modo in cui organizziamo le nostre reti sociali personali, non solo il numero di amici.

La teoria è stata studiata da un gruppo di ricercatori (tra cui lo stesso Dunbar), guidati da Anxo Sánchez, professore presso il dipartimento di matematica della Universidad Carlos III de Madrid. L’ipotesi alla base del lavoro è che le relazioni umane coinvolgano un diverso grado di impegno in base alla loro intensità emotiva e che la nostra capacità di gestire i rapporti sociali sia in qualche modo limitata. Questo spiegherebbe perché le amicizie sono organizzate in livelli diversi nei quali al livello di maggiore ampiezza corrisponde un minore contenuto emotivo. A partire da questa considerazione, i ricercatori hanno quindi applicato una serie di tecniche standard di fisica statistica per calcolare come avviene l’organizzazione dei circoli di amicizie.

Lo studio è riuscito a verificare attraverso dati che esiste un potenziale cognitivo (inteso come tempo disponibile da investire nei rapporti sociali) più o meno fisso. Ogni individuo decide di condividere questo potenziale con molte o con poche persone, nel secondo caso investendo di più su ciascuna di esse. “È impossibile avere una relazione con 150 persone ed essere intimi con tutti. Quindi, se si hanno tante così tante relazioni, è probabile che si tratti di relazioni superficiali”, spiega Ignacio Tamarit, della UC3M. L’opzione che ognuno di noi sceglie dipende dalla personalità (gli introversi preferiscono circoli più ristretti e relazioni emotivamente più intense) e dalle dimensioni della comunità di appartenenza. Un’altra importante considerazione emersa dallo studio, infatti, è che quando il numero di relazioni disponibili è limitato, prevalgono le relazioni intime rispetto alle conoscenze superficiali. Questo avviene, ad esempio, nelle comunità chiuse. Per verificare quest’ultima ipotesi sono stati utilizzati i dati relativi a quattro diverse comunità di immigrati (bulgari, cinesi, filippini e Sikh), che vivono in modo piuttosto isolato nella città spagnole prese in considerazione nello studio (Roses, vicino Girona, e Barcellona).

Secondo Sánchez, è la prima volta che una teoria puramente matematica, basata su un principio fisico di base (quello della massima entropia), è in grado di predire un fenomeno sociale, successivamente riscontrato anche attraverso i dati.

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Francesca Camilli
Comunicatrice della scienza. Produco contenuti e oggetti multimediali per università, enti di ricerca, case editrici e testate giornalistiche. Collaboro con l’agenzia di comunicazione formicablu e con il magazine online OggiScienza. Ho una laurea in biotecnologie mediche e un master in giornalismo scientifico digitale.

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