giovedì, Febbraio 21, 2019
STRANIMONDI

Il soliloquio di IO

Di recente, al cinema la fantascienza si è spesso interrogata sul tema dell’apocalisse climatica. Cosa faremo quando la Terra sarà ormai resa inabitabile da qualche conseguenza del riscaldamento globale?

STRANIMONDI – Qualche decennio fa, ai cineasti forse interessava di più immaginare e mettere in scena un’umanità stravolta culturalmente, talvolta mutata geneticamente, e capace di riorganizzarsi dopo la catastrofe. Due esempi? Mad Max e il sottovalutato Waterworld, che calavano la distopia rispettivamente in un mondo desertico e in uno, al contrario, praticamente sott’acqua. Ultimamente il cinema – forse perché influenzato dalle scoperte recenti di pianeti extrasolari – è più incline a mettere in scena la fuga degli esseri umani dalla Terra inabitata: è il caso di Interstellar, ma anche di Passenger.

In questo filone fantascientifico si inserisce anche IO, seconda prova del regista francese Jonathan Helper pubblicato su Netflix lo scorso 18 gennaio. Nonostante il film cerchi di esplorare una narrazione alternativa a un tema già molto raccontato, per giunta all’interno di un sottogenere fantascientifico (la distopia, appunto) altrettanto largamente esplorato, il risultato è davvero deludente. Helper confeziona infatti un film ampolloso, retorico e poco incisivo.

Partire o restare?

In un futuro dove l’atmosfera è mutata a causa del riscaldamento globale, il film racconta le vicende di Sam Walden (Margaret Qualley), giovane scienziata, figlia di Henry Walden (Danny Houston), scienziato anche lui, profondamente convinto che la Terra possa ancora ospitare la vita umana e tornare agli antichi splendori. Tuttavia, quelli che la pensano come i Walden sono mosche bianche, poiché la stragrande maggioranza degli esseri umani è invece fuggita – o è in procinto di farlo – sfruttando il progetto Exodus, che ha dapprima creato una nuova colonia terrestre su Io, una delle lune di Giove, per poi esplorare lo spazio profondo alla ricerca di una nuova Terra. Tra questi c’è anche il fidanzato di Sam, giovane pilota ed esploratore spaziale, che dialoga via computer con la ragazza proprio dal satellite gioviano. Lui ha deciso di andare, lei di restare, ma sono entrambi animati dalla voglia di salvare il genere umano. Solo che Sam vuole anche salvare il pianeta al quale apparteniamo, ma la missione è ardua e soprattutto c’è l’ultima navetta che sta partendo verso Io. Una fuga inevitabile: la Terra è ormai inospitale per gli animali, che infatti si sono estinti massicciamente. Nell’acqua e nei territori a livello del mare la vita è praticamente impossibile a causa di una folta nebbia tossica e soltanto alcune piante riescono a vivere. Sam eredita la convinzione paterna e decide di lottare al fine di dimostrare, scientificamente, che non tutto è perduto e che c’è ancora posto per l’uomo e sugli animali sul terzo pianeta del Sistema Solare. Vive perciò da sola su un altopiano e porta avanti ricerche scientifiche per studiare la reazione di piante coltivate e api all’atmosfera tossica. Avrà ragione a insistere o la sua è solo romantica ostinazione?

Parole, parole, parole

L’innesco narrativo che parte da un personaggio diviso fra l’amore e la sua missione scientifica è riuscito, ma è lo sviluppo che non funziona. Bastano i primi minuti in compagnia di Sam per iniziare a distrarsi, perdendo il filo del discorso. La sua missione diventa di fatto un soliloquio e ben presto la tensione si perde, anche perché non accade mai davvero nulla, se non un susseguirsi di simboli anche piuttosto scontati (le api, la serra, le verdure fresche, la nebbia). Ci si sofferma su gesti, su simboli, su inquadrature fisse, su parole centellinate. Non basta neppure l’arrivo del secondo personaggio, il viaggiatore Micah (Anthony Mackie) a sollevare le sorti del film. L’interazione tra i due personaggi – complici anche gli attori, che non paiono mai davvero affiatati – è molto fredda, ha uno sviluppo poco credibile e presuppone scelte e dinamiche poco verosimili.

Per esempio, Micah arriva chiedendo insistentemente di parlare con il padre di Sam. La ragazza risponde manifestando evidente imbarazzo, è evasiva, ma a differenza dello spettatore Micah non sembra notarlo minimamente. Il presunto colpo di scena che ne consegue è chiaro allo spettatore da almeno mezz’ora e quello che dovrebbe essere un momento di svolta è solo l’ennesimo sbadiglio. Inoltre, il viaggiatore si presenta quasi come un antagonista, mostrando una certa insofferenza nei confronti della ragazza, la quale però si rivolge a Micah come se lui al contrario fosse dialogante e cooperativo. Ben presto il personaggio di Micah si rivela per quello che è, ovvero una spalla per tentare di dare una sponda alla protagonista e creare così lunghi dialoghi, ma l’effetto soliloquio non si perde mai.

Helper e gli sceneggiatori sembrano infatti dei ventriloqui che usano Sam e Micah come pupazzi attraverso i quali spiegare la loro visione fantascientifica e il dettagliato mondo distopico che hanno immaginato. Ma quello dovrebbe essere solo lo sfondo sul quale raccontare una storia: peccato però che la storia non ci sia. In questo modo, il film è più un saggio visivo di fanta-ecologia che una narrazione. Le vere protagoniste sono le continue spiegazioni, molte delle quali superflue, come ad esempio la scena in cui Sam spiega il tatuaggio con la formula scientifica che ha sul braccio. Le cose, se possibile, peggiorano ulteriormente quando la scienza è sostituita da un improbabile dialogo filosofico sul mito delle metà di Platone narrato da Micah. Almeno, questa parentesi sul Simposio platonico potrà per un attimo interrompere la noia e regalare un sorriso a chi si ricorderà di una delle scene cult della commedia italiana, correndo su YouTube per rivedersela.


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Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta

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