giovedì, Novembre 14, 2019
RUBRICHESTRANIMONDI

Bird Box, la pellicola dal romanzo di Josh Malerman

Una serie di inspiegabili suicidi seguita da una disperata lotta per la sopravvivenza, in fuga verso un riparo sicuro. È questa la trama di Bird Box, film horror fantascientifico targato Netflix che ha fatto registrare ottimi numeri sulla piattaforma online di streaming.

Il film è diretto dalla regista danese Susanne Bier ed è tratto dal romanzo omonimo di Josh Malerman. Icona e anima di Bird Box è la protagonista Sandra Bullock, che dà il volto a Malorie Hayes. La donna, che porta in grembo un bambino, sopravvive miracolosamente all’incidente in auto nel quale è coinvolta con la sorella, quest’ultima contagiata dalle misteriose manie suicide. 

Suicidi, sopravvivenza, sensi

Bird Box parte dalla identiche premesse di un altro film, E venne il giorno, uscito nel 2008 e diretto da M. Night Shyamalan (Il sesto senso, di recente al cinema con Glass). Nell’horror a tinte ecologiste del cineasta indiano, infatti, si comincia con una serie di inspiegabili suicidi da parte di essere umani che, imbambolati, iniziano a uccidersi in ogni modo. Gli stessi eventi li vediamo in Bird Box: umani resi come catatonici da una improvvisa “visione”, quindi l’immediato suicidio. Le scene dei suicidi sono davvero interscambiabili: panico generale, investimenti, spari, incidenti, coltelli, forbici, salti nel vuoto. In questo ambito Bier poteva fare uno sforzo in più per aiutare il suo film a distaccarsi dal suo predecessore.

Giunti a un certo punto, però, Bird Box cambia fonte d’ispirazione. Ecco che si approda ai lidi più squisitamente horror di The Mist, film del 2007 di Frank Darabont tratto da un racconto di Stephen King. Lì le morti erano causate da una misteriosa nebbia popolata da mostri inquietanti che, come in Bird Box, costringeva i personaggi a intraprendere una forzata collaborazione al fine di sopravvivere. Ciò innesca le classiche dinamiche viste in film, romanzi e serie tv che raccontano la lotta per la vita in gruppi di sconosciuti che, a fronte di una minaccia esterna misteriosa, devono iniziare a cooperare imparando a fidarsi (o a non fidarsi) l’uno dell’altro (si pensi Lost e The Walking Dead). 

Sia in Bird Box sia in The Mist la causa delle morti degli esseri umani rimane possente e ansiogena, ma inspiegata, a differenza invece di quanto accadeva del film di Shyamalan. In Bird Box quello che conta è non vedere le entità e affidarsi agli altri sensi. Nemmeno lo spettatore vede mai questi misteriosi “dissennatori”, generando un intrigante parallelismo: se non vedono i mostri i personaggi, non li vede neanche chi guarda il film. Questo fa sì che i mostri-dissennatori restino completamente ignoti, sia a noi sia ai sopravvissuti, creando un forte ponte emotivo e incentivando l’immedesimazione di chi guarda. Su di loro abbiamo solo una manciata di indizi, forniti dai disegni fatti da un personaggio accolto nel gruppo di Malorie.

Il senso della vista, prezioso e pericoloso, vitale ma proibito, è una sorta di mela del peccato: Adamo ed Eva la addentano, conoscono, e non possono stare in Paradiso. Chi guarda “conosce” i mostri e muore. L’esatto opposto di E venne il giorno, dove conoscere era la salvezza. Inoltre, l’idea di togliere una facoltà fondamentale per la sopravvivenza dei personaggi non è nemmeno questa un’idea propria di Bird Box. Si è già vista per esempio nel film A quiet place, dove a causa dell’udito sviluppatissimo di una razza di alieni sterminatori i personaggi di fatto non potevano parlare tra loro.

Molta tensione, ma…

Come horror il film fa il suo dovere: spaventa, inquieta, crea molta ansia, alle volte fa scorrere adrenalina, tiene incollati allo schermo, rende molto immediata l’empatia con la protagonista. Carina la metafora della voliera che dà il titolo al film: così come i minatori, nel buio delle cave, utilizzavano i canarini come avvertimento in caso di esalazioni di gas grisù, gli uccellini del film sono di fatto gli angeli custodi di Malorie per la loro facoltà di “avvertire” in anticipo la presenza dei mostri. 

Il problema di Bird Box è che, tuttavia, come survival movie mostra dei limiti evidenti, e ciò accade per colpa dei personaggi e di dialoghi eccessivamente didascalici. I personaggi di Bird Box, ad eccezione di Malorie, finiscono per ridursi nei classici personaggi che ci si aspetta di vedere in un film del genere. I dialoghi tra questi personaggi-icone vanno avanti con il pilota automatico e non riescono a essere davvero avvincenti. Alcune decisioni sono incomprensibili e poco verosimili, giustificate soltanto da clamorose coincidenze (come il parto in simultanea). Gli sviluppi della trama – ovvi, anche per via di come è mostrato l’intreccio – procedono scontati e senza sussulti, anche qui rifugiandosi in tutti i più prevedibili cliché del genere horror.  

Confrontandolo ai film nei quali abbiamo riconosciuto un’ispirazione, a Bird Box manca la lucidità di Stephen King nel tratteggiare la malvagità umana e anche la cupa visione accusatrice di Shyamalan, che rendevano la lotta per la sopravvivenza ancora più spietata (The Mist) e dolorosa (E venne il giorno). Le premesse per creare un horror incisivo e completo, di classe, c’erano tutte – compreso un John Malkovich affettuosamente antipatico nel ruolo dello scettico del gruppo: un lusso a livello di cast – ma una scrittura forse un po’ frettolosa non ha avuto la forza di andare oltre una potentissima tensione, che finisce per fagocitare tutto il resto.  


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Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta.

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