giovedì, Novembre 21, 2019
DOMESTICI

Specie esotiche in casa? Serve più consapevolezza

Tenere animali esotici in casa è spesso conseguenza di mode deleterie: dai procioni fino a iguane e tartarughe azzannatrici, manca una cultura del rispetto degli animali e della biodiversità.

“Che carino, ne voglio uno!”. La fauna selvatica appartiene al suo ambiente, ma per colpa delle mode animali tutto fuorché domestici finiscono tra le mura di casa e vengono poi abbandonati perché difficili da gestire. Fotografia di zoofanatic – CC BY 2.0

Nella rubrica Domestici parliamo spesso di cani e gatti, per molti versi gli animali domestici per eccellenza. Ma tenere animali esotici in casa, specie selvatiche e a volte potenzialmente pericolose, è una pratica ancora diffusa e non mancano, anche nelle case italiane, le cosiddette specie “non convenzionali”. Bisogna fare una distinzione: se alcune sono domestiche, come i conigli, altre come la tartaruga, non lo sono. Molte tra queste specie non domestiche provengono da luoghi ben lontani dall’Italia: pitoni reali originari dell’Africa occidentale, alcuni tipi di tartarughe, come le greche, e svariate specie di pappagalli. Per tutti questi animali esotici esiste una precisa regolamentazione del commercio e non mancano i casi di sequestri di esemplari detenuti illegalmente né, proprio come avviene per cani e gatti, i casi di abbandono.

Ma cosa prevede la normativa in materia? Quali sono gli animali che non possono essere importati né venduti come domestici? Perché è possibile tenere un pitone in casa e non, ad esempio, una scimmia? E, soprattutto: cosa succede degli esemplari abbandonati o sequestrati?

La Convenzione CITES e la normativa italiana

La legislazione che regola il commercio degli animali selvatici è basata sulla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES, acronimo di Convention on International Trade of Endengered Species), firmata a Washington nel 1973 ed entrata in vigore due anni dopo. Lo scopo della convenzione, che attualmente conta 183 Paesi firmatari, è tutelare non solo la fauna, ma anche la flora, dallo sovrasfruttamento. Le specie animali elencate dalla CITES sono circa 5.800 (la lista viene aggiornata regolarmente), suddivise in tre diverse appendici a seconda del grado di minaccia. A livello europeo, la CITES è stata recepita con i regolamenti CE 338/97 e 865/2006, nei quali le specie selvatiche elencate dalla Convenzione, con l’aggiunta di alcune altre, sono state suddivise in quattro allegati (A, B,C e D, quest’ultimo noto anche come “lista di monitoraggio”, perché comprende specie per le quali i livelli d’importazione in UE non sono regolamentati ma semplicemente monitorati).

A livello nazionale la principale normativa di riferimento è la legge 150/92, cui si aggiungono due decreti del Ministero dell’Ambiente (qui e l’integrazione qui) che elencano le specie la cui introduzione è vietata nel Paese perché considerate pericolose per l’incolumità e la salute pubbliche e per i quali è vietata la detenzione (permessa solo a strutture particolari come gli zoo e le istituzioni scientifiche di ricerca).

«I tre principali allegati ai regolamenti europei sul commercio di animali e piante selvatiche distinguono le specie in base allo stato di conservazione. In particolare, sono a massimo regime di tutela quelle dell’allegato A, per le quali vige il divieto di commercializzazione a meno che non siano nate e allevate in cattività, mentre per le specie in allegato B la commercializzazione è consentita, ma sono necessarie licenze o certificazioni che ne consentano la tracciabilità, mentre per le specie in allegato C vigono delle restrizioni solo per alcuni Paesi », spiega a OggiScienza il maggiore Gordon Cavalloni, comandante del nucleo dei carabinieri CITES di Genova (il servizio dell’Arma che si occupa dell’attuazione della Convenzione sul territorio nazionale, in particolare in termini di rilascio delle certificazioni e del controllo degli allevamenti). «Ad esempio, molte specie di tartarughe e pappagalli rientrano nell’allegato A: per detenerle è necessario un certificato CITES che dimostra che l’animale non è stato prelevato dall’ambiente selvatico, ed è obbligatorio denunciare la nascita dei nuovi esemplari, che devono essere dotati di micro-chip».

Non solo specie a rischio

La situazione è molto variegata, non solo perché le liste CITES sono aggiornate regolarmente in base allo stato di conservazione delle diverse specie, ma anche perché alla Convenzione si sovrappongono altre normative, come quella italiana in riferimento agli animali pericolosi, che impedisce ad esempio la detenzione di grandi felini, ma anche di scimmie o alcuni rettili, e quelle riguardanti le specie aliene invasive.

La tartaruga dalle orecchie rosse (Trachemys scripta elegans) ne è un esempio: non è considerata specie a rischio ma è elencata nella lista IUCN delle cento specie più invasive del pianeta. «Questa specie compete con la tartaruga palustre europea (Emys orbicularis) e ne ha causato un grave declino della popolazione: è quindi entrata nel regolamento europeo sulle specie esotiche invasive, recepito in Italia con il decreto legislativo 230/2017. Chi ne possedeva una prima dell’entrata in vigore del decreto è autorizzato a detenerla fino alla morte naturale dell’animale, presentando al Ministero dell’Ambiente una denuncia di possesso gratuita entro il 31 agosto prossimo, ma dal 14 febbraio 2018 ne sono vietati allevamento, vendita, riproduzione e scambio, oltre ovviamente al rilascio in natura», spiega ancora il maggiore.

«Come servizio CITES dei Carabinieri, parte del nostro compito è anche l’esecuzione di campagne di controllo negli allevamenti per verificare quali siano le specie possedute e se la documentazione in possesso dell’allevatore è idonea a legittimarne il possesso. Inoltre, gli allevamenti degli animali tutelati dalla CITES devono avere uno o più registri di carico e scarico in cui vengono annotati gl’ingressi e le uscite dei singoli animali. Una mancata compilazione di questi registri comporta una sanzione importante», spiega Cavalloni.

«Nella mia esperienza, i sequestri di animali vivi riguardano soprattutto singoli individui, detenuti illegalmente o abbandonati, sebbene possano capitare sequestri più grandi, ad esempio da allevatori non in regola, spesso amatoriali. Gli animali così recuperati sono indirizzati a centri autorizzati, a volte specializzati nella gestione di un determinato tipo di animali: l’Acquario di Genova, ad esempio, è un centro di recupero specializzato in animali marini, ma gestisce anche un rettilario che ci ha permesso di affidare alcuni serpenti, mentre per le tartarughe terrestri sono presenti in Italia alcuni centri gestiti direttamente dai Carabinieri forestali».

I centri di recupero: salvaguardia dell’ambiente e degli animali

Ma cosa avviene a questi animali nei centri di tutela e recupero? Lo abbiamo chiesto a Mirca Negrini, presidentessa del consiglio direttivo del Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica di Monte Adone. «Le soluzioni, purtroppo, sono scarse. Al centro cerchiamo di garantire il maggior benessere possibile agli animali che ci vengono affidati, che di rado possono essere reimmessi in natura. Questo per diverse ragioni: oltre a quelle sanitarie, bisogna ricordare che si tratta di animali abituati al contatto con l’uomo e che spesso hanno subito danni fisici e psicologici. Inoltre, non sempre nei luoghi d’origine sono disponibili centri d’accoglienza adeguati. Solo in alcune occasioni è stato possibile trovare agli animali collocazioni più idonee: ad esempio, due cuccioli di leone sequestrati a uno zoo itinerante affidatici all’inizio degli anni Novanta, che presentavano le caratteristiche del leone berbero (Panthera leo leo), una sottospecie attualmente estinta in natura, hanno potuto essere inseriti in un programma di ripopolamento della specie condotto in Sudafrica. Altri grandi felini hanno potuto essere ospitati in parchi zoo, ma molti sono rimasti nostri ospiti fissi».

Responsabilità e consapevolezza

Il Centro di Monte Adone, che è stato fondato nel 1989, ha raccolto negli anni un gran numero di animali delle più diverse specie. Oltre ai grandi felini, il Centro ospita piccoli primati, scimpanzé, procioni, rettili e pappagalli. Il sito web ne raccoglie le storie, a testimonianza di una commistione di moda e irresponsabilità che, oltre a danneggiare l’animale stesso, può mettere in pericolo la biodiversità locale.

«Un caso emblematico è quello del procione (Procyon lotor), una specie originaria del Nord America: prima dell’entrata in vigore del decreto del Ministero dell’Ambiente sulla detenzione degli animali pericolosi era liberamente importato e venduto in Italia. Ma l’ambiente domestico non è affatto idoneo a un procione, che può essere anche piuttosto aggressivo; non stupisce che molti acquisti si siano risolti con abbandoni illegali», spiega Negrini. «Poiché la specie è straordinariamente adattabile, gli individui abbandonati, o anche fuggiti dalle strutture in cui erano allevati, si sono riprodotti in natura. In alcune aree, e soprattutto in Lombardia, si sono stabiliti in modo permanente a danno di molte specie autoctone, sia per un effetto diretto della predazione, perché il procione è un animale onnivoro in grado di cibarsi di pesci, uccelli, piccoli mammiferi, sia con effetti indiretti di competizione per il territorio con animali quali volpi e tassi».

Ecco perché la scelta di acquistare un animale esotico deve essere presa con enorme consapevolezza. Non è sufficiente che l’animale provenga da allevamenti in regola; il proprietario ne ha la piena responsabilità in termini di benessere e custodia. «Abbiamo visto venire e passare diverse mode, come nel caso delle iguane e dei procioni. Per alcune specie, come per le tartarughe alligatore (Macrochelys temminckii) e azzannatrici (Chelydra serpentina), di cui ospitiamo alcuni esemplari, sembra vi sia il fascino dell’aggressività. Ma il punto è che non si tratta solo di un discorso legato alla legalità: chi sceglie di acquistare un animale esotico deve avere ben chiaro che questo avrà necessità precise per tutta la vita, che può essere anche molto lunga» commenta Negrini.

«In questo senso, lavoriamo molto sull’informazione e la sensibilizzazione: al Centro organizziamo visite, esclusivamente guidate, proprio per far capire a chi viene quanto ancora dobbiamo imparare sul rispetto degli animali, e svolgiamo anche molto lavoro con le scuole per passare questa consapevolezza anche ai più giovani».


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Immagini anteprima social: Pixabay 1 

Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.

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