mercoledì, Dicembre 11, 2019
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Sperimentazione animale: tra laboratorio e agorà

Etica della sperimentazione animale, è il riflesso del patto valoriale tra scienza e società? Ne parliamo con Mariachiara Tallacchini, docente di Filosofia del Diritto che studia le implicazioni dell'impiego di animali nella ricerca biomedica.

Mariachiara Tallacchini, docente di Filosofia del Diritto all’Università Cattolica di Piacenza, da anni studia le implicazioni filosofiche dell’uso animale nella ricerca biomedica, soprattutto negli xenotrapianti. Non maneggia provette o bisturi, ma conosce le mille complicazioni del laboratorio. Non redige nuove leggi, ma è laureata in giurisprudenza e si muove con agio nella normativa italiana ed europea. Si occupa di Science and Technology Studies (STS) , è un’animalista riformista convinta e – come filosofa – affronta il dibattito da una prospettiva poco indagata: quella che vede nell’etica della ricerca un patto tra scienza e società, e nell’evoluzione della normativa a tutela degli altri animali un riflesso di questo accordo.

Influenzarsi reciprocamente

Alla base della sua posizione c’è una constatazione semplice: tra scienza e società vige un rapporto di reciproca influenza. La prima affascina i popoli, cambia la nostra concezione del mondo, diffonde e produce nuove conoscenze, tecnologie o cure. La seconda dispensa finanziamenti, forma i futuri scienziati e, più indirettamente, determina i valori e i principi identitari che plasmano i nuovi cittadini e le norme che governano la ricerca.

Tuttavia, poiché la conoscenza impatta su ciò che le persone fanno e pensano del mondo, gli stessi valori civili risentono di quanto la ricerca produce. «Così il legame tra etica e sapere scientifico si fa indissolubile e ciò che sappiamo della realtà diviene un indicatore per come comportarci. Infatti, nelle cosiddette “società della conoscenza”, giustifichiamo razionalmente i nostri valori e le nostre azioni sulla base delle conoscenze acquisite», dice Tallacchini, e usiamo l’innovazione scientifica per fare fronte alle nostre richieste etiche.

Nel caso della sperimentazione animale, «le ricerche sul benessere animale ci hanno mostrato sia che gli animali soffrono, sia come trattarli nel rispetto dei loro bisogni etologici. Tutto questo è incompatibile con il continuare a concepirli come oggetti», disponendone liberamente per qualsivoglia impiego. In effetti, da almeno due secoli, il nostro modo di vedere gli altri animali è sottoposto a un graduale ma costante cambiamento, che li ha trasformati da mera proprietà a soggetti senzienti. L’evolversi nel tempo delle leggi a loro tutela è una traccia materiale di questo cambiamento. «Io non posso essere consapevole che il mio animale soffre e, al tempo stesso, ritenere del tutto ovvio farlo soffrire».

Ma se scienza e società si influenzano vicendevolmente, un mutamento dei valori civili non può che produrre conseguenze sugli orientamenti degli ambiti di ricerca, sulle tecnologie da utilizzare e sul giudizio verso la compatibilità delle pratiche di acquisizione del sapere con i nostri valori. Per questo, oggi non giudichiamo la tutela delle cavie da laboratorio solamente in rapporto all’influenza che la sofferenza animale ha sui risultati degli esperimenti, ma anche in base a un patto implicito tra cittadini e scienziati.

«Per molto tempo, gli aspetti etici relativi alla sperimentazione animale sono stati affrontati come una questione interna al laboratorio e alla buona pratica scientifica. A partire dalla Direttiva Europea 63/2010, invece, è diventato evidente anche l’aspetto di legittimazione delle attività scientifiche agli occhi della società. In questa prospettiva, tutelare gli animali diventa anche una questione di trasparenza, accreditamento e credibilità di quello che viene fatto come buona scienza».

L’etica del laboratorio

Simbolo della concezione della tutela animale, come necessaria premessa per una buona pratica scientifica, è il volumetto The Principles of Humane Experimental Technique di R. Burch e W. Russell, pubblicato nel 1959. Nel saggio, i due scienziati danno forma alle cosidette 3R della sperimentazione: rimpiazzare, ridurre e rifinire, principi guida che ogni ricercatore dovrebbe seguire nell’organizzare il proprio lavoro.

Tre doveri vanno rispettati. Il primo è giustificare la scelta del modello animale adottato, spiegando perché si è deciso di operare su una specie piuttosto che su di un’altra. Il secondo è assicurarsi della validità statistica del proprio campione, con l’obiettivo di scegliere sempre il numero di cavie minimo necessario ad avere risultati significativi. Il terzo è ridurre la sofferenza inflitta, eliminando quella inutile, soprattutto se legata a una stabulazione disattenta e poco scientifica. L’animal welfare, ossia lo studio del benessere delle varie specie non umane, entra così nelle considerazioni d’obbligo per una buona pratica scientifica.

In una simile ottica, sostituire progressivamente gli animali, non farli soffrire e trattarli umanamente rappresenta non solo una scelta morale auspicabile, ma anche il passaggio necessario a produrre una ricerca controllata e di qualità; mentre sofferenza e spreco si trasformano in segnali di un modo di procedere impreciso e poco qualificato. L’idea di fondo è che lavorare eticamente implichi stare attenti alla metodologia, ed essere attenti alla metodologia conduca ad agire eticamente.

«Nei protocolli di ricerca che coinvolgono altre specie, il ricercatore deve giustificare scientificamente perché ha bisogno, per esempio, di un primate non umano in più. Anzi, proprio nel caso dei primati non-umani che, filogeneticamente, sono molto prossimi agli umani e di cui conosciamo le elevate capacità emozionali e cognitive, è fondamentale argomentare come quel progetto di ricerca non sarebbe statisticamente rilevante senza quell’animale in aggiunta».

Dall’etica del laboratorio all’etica dell’agorà

Tuttavia, secondo Mariachiara Tallacchini, concentrarsi esclusivamente su questa dimensione, interna al laboratorio, dell’etica della sperimentazione non basta. Anzi, rischia di celare l’altro lato della faccenda, quello esterno legato all’agorà cittadina.

«È chiaro che il dibattito sull’uso degli animali nella ricerca non può essere affrontato tout court con un sì o no. Chi lo impronta in questo modo sta solo evitando la discussione. Quello sulla sperimentazione animale è invece un discorso di progressivo miglioramento, ed è compito degli scienziati argomentare dove il modello animale non è ancora sostituibile e dove, invece, esistono nuovi metodi altrettanto validi, se non addirittura più attendibili».

Argomentare è la parola chiave. All’interno dell’etica del laboratorio, significa giustificare dal punto di vista del metodo la validità del proprio esperimento. Dal punto di vista dell’agorà, significa testimoniare il proprio impegno a rispettare il cambio di prospettiva nei confronti degli animali non umani, garantendo un uso motivato e trasparente dei modelli animali che si sta usando.

I passaggi formali richiesti dalle leggi e il lavoro dei comitati etici sono necessari per sostanziare la fiducia nel fatto che le 3R vengano rispettate; che, dovunque è possibile, siano risparmiate vite; che, dove non è possibile farlo, si sia quantomeno certi che il sacrificio richiesto abbia una ragione solida; e che la sofferenza sia sempre minimizzata. Rimpiazzare, Ridurre e Rifinire, perciò, acquistano una valenza non più soltanto scientifica, ma anche sociale.

«Noi viviamo in una società della conoscenza, dove ciò che facciamo viene mediato da leggi che, sì, sono science-based, ma trovano la propria legittimazione nei valori dei cittadini».

Scienziati-cittadini

L’aspetto forse più interessante della prospettiva avanzata da Tallacchini è il fatto che legare etica del laboratorio ed etica dell’agorà significa riportare gli scienziati nella comunità dei cittadini. Nell’incontrarsi etica del laboratorio ed etica e diritto delle società democratiche non si annullano, ma si saldano. È un percorso d’integrazione, però, tutt’altro che scontato per la comunità scientifica, all’interno della quale il dibattito è ancora acceso.

«Quando iniziai a lavorare nel primo comitato di etica della ricerca della Statale di Milano, i ricercatori adottavano, senza riflettere, la formula, autorizzata dalla legge, secondo cui non esistevano alternative alla sperimentazione animale e dunque era ovvio procedere. Oggi, sebbene ci sia ancora molto da fare, anche da un punto di vista culturale, le nuove generazioni di scienziati sono più consapevoli. Si formano con l’idea che il ricercatore deve osservare delle regole che non appartengono solo all’ethos scientifico, ma anche alle leggi della società.

Anche se sono ancora molti i ricercatori che ritengono inevitabile la sperimentazione, la loro cultura sta rapidamente cambiando. Non è più una cultura dell’esercizio arbitrario di un potere, ma di una responsabilità garantita da regole. Oggi, per essere credibili, gli scienziati non devono mostrare il possesso di conoscenze e pratiche valide solo di fronte ai propri colleghi: devono legittimarsi anche in sede pubblica. Dopotutto, il primo requisito di eticità è che la scienza per la quale si fanno investimenti in soldi e in vite sia buona scienza».


A cura di Kevin Ben Alì Zinati ed Elisa Baioni

Leggi anche: Alcol, droghe e sperimentazione senza animali

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Elisa Baioni
Laureata in Scienze Filosofiche all'Università di Bologna. Frequenta il Master in Comunicazione della Scienza 'Franco Prattico' di Trieste. Ha scritto per Galileonet; per Rickdeckardnet e per Animal Studies. Collabora con le scuole per attività di didattica formale e informale. Appassionata di scienza, etiche ambientali e postumanesimo. Preoccupata per il brutto clima.

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