mercoledì, Dicembre 11, 2019
RICERCANDO ALL'ESTERO

Gli effetti della cannabis sul cervello degli adolescenti

L'uso di cannabis può compromettere alcune funzioni del cervello, soprattutto a livello cognitivo. Ma sono ancora poco noti i meccanismi molecolari attraverso cui ciò avviene e gli effetti a lungo termine.

Il tetraidrocannabinolo (THC) è il principale costituente psicoattivo della cannabis, quello responsabile degli effetti sul cervello e, in particolare, sulle aree della memoria, del pensiero, della concentrazione, del movimento, della coordinazione, della percezione sensoriale e temporale, nonché del piacere.

A partire dal primo gennaio 2018 in California (Stati Uniti) è diventato legale vendere e consumare cannabis a scopo ricreativo, e non solo medico.
Nonostante il largo uso della cannabis, ancora non si conosce il meccanismo d’azione del THC, né in campo medico-terapeutico né in caso di abuso, così come non sono del tutto chiari i suoi effetti collaterali.

Valentina Vozella è a Irvine, California, per studiare il ruolo del THC sul sistema cognitivo degli adolescenti che iniziano a fumare marijuana attorno ai 12-13 anni e per indagare gli effetti a lungo termine di tale assunzione.


Nome: Valentina Vozella
Età: 30 anni
Nata a: Como
Vivo a: Irvine (california)
Dottorato in: drug discovery (Genova)
Ricerca: Meccanismo d’azione di cannabis ed endocannabinoidi
Istituto: Department of Anatomy and Neurobiology, University of California (Irvine)
Interessi: danza classica, andare a teatro, attività outdoor
Di Irvine mi piace: la multiculturalità, è vicina all’oceano, i tramonti, la luna sempre molto grande
Di Irvine non mi piace: manca un posto in cui la gente si riunisce, è sempre tutto una corsa
Pensiero: Il segreto per andare avanti è iniziare. (Mark Twain)


Come agisce il THC nel nostro cervello?

Agisce in modo molto simile ai cannabinoidi prodotti naturalmente dal nostro corpo. Il nostro organismo, infatti, ha una sorta di cannabis endogena rappresentata dagli endocannabinoidi: si tratta di neurotrasmettitori di natura lipidica che si legano a recettori presenti in alcune aree del cervello (quelle associate alla cognizione, memoria, appetito, piacere, alla coordinazione e percezione del tempo) e, così facendo, provocano tutta una serie di effetti.
Il THC si lega agli stessi recettori degli endocannabinoidi e, attivandoli, influenza le stesse zone del sistema nervoso. Tuttavia, non ci sono studi condotti in maniera scientifica sui meccanismi d’azione o sulle funzioni svolte dal THC, nemmeno nei casi in cui viene usato per trattare lo stress post-traumatico o come terapia del dolore.

Il mio lavoro è focalizzato all’adolescenza perché è la fase in cui il nostro cervello inizia a svilupparsi e costruire connessioni e, a fronte delle nuove leggi, è importante capire gli effetti, anche collaterali, del THC sul nostro corpo a distanza di anni.

Come valutate questi effetti?

Abbiamo eseguito una serie di test comportamentali su modelli animali in età adulta, dopo aver somministrato per iniezione il THC durante la loro fase di adolescenza. Si tratta di un trattamento cronico, fatto per due settimane, e con la sola molecola attiva, in modo da escludere tutti gli effetti delle centinaia di componenti chimiche presenti nella cannabis. Attraverso i test volevamo valutare lo sviluppo e il grado di eventuali deficit o compromissioni cognitive in seguito all’assunzione di THC. Per fare ciò, il primo giorno abbiamo presentato ai topi determinati oggetti in un certo spazio e successivamente, il secondo giorno, alcuni di questi oggetti sono stati spostati. Se l’animale inizia a esplorare con curiosità gli oggetti spostati lasciando perdere quelli immutati, allora vuol dire che sta bene e si ricorda che in certe posizioni non c’era nulla. Se invece esplora alla stessa maniera sia gli oggetti spostati che quelli immutati, allora c’è qualcosa che non va perché, evidentemente, entrambi rappresentano un elemento di novità e non c’è stata costruzione di memoria.

Abbiamo visto che con alte dosi di THC somministrate cronicamente i topi non distinguono gli elementi nuovi da quelli vecchi e ciò vuol dire che c’è una significativa compromissione del sistema cognitivo in età adulta.

Ci sono altri organi coinvolti, oltre al cervello?

Abbiamo cercato sviluppare un metodo per misurare il contenuto THC in un certo tessuto proprio per vedere dove si distribuisce, dove esercita la sua funzione e, ovviamente, qual è la sua funzione in quel distretto. Che raggiunga il cervello è sicuro, visti gli effetti cognitivi, ma probabilmente non è l’unico bersaglio.

Oltre al cervello abbiamo studiato il tessuto adiposo, dato che i cannabinoidi sono molecole lipidiche, e il sangue, che è il tessuto più semplice e quello più facile da testare anche nell’uomo. Nell’uomo, infatti, non è possibile sapere quali sono i livelli di THC che raggiungono il cervello ma si potrebbe fare una stima sulla base di quelli misurati nel sangue. E da qui capire quali sono gli effetti dose-dipendenti sia a livello acuto sia a lungo termine.

Quali sono le prospettive future del tuo lavoro?

Il prossimo passo è indagare la relazione tra THC e comportamento alimentare, dato che dopo aver fumato marijuana si ha un aumento della fame ed è noto che il sistema endocannabinoide è coinvolto nella regolazione dell’appetito. Diversi anni fa era stato introdotto sul mercato un farmaco, chiamato rimonabant, che agiva inibendo i recettori degli endocannabinoidi e veniva indicato per i trattamenti contro l’obesità. Purtroppo il rimonabant aveva gravi effetti collaterali per cui è stato ritirato dal mercato, ma il meccanismo d’azione è interessante e l’attenzione per l’uso della cannabis in casi di disfunzioni alimentari è alto.

Questo lavoro verrà portato avanti dai miei colleghi della University of California, mentre io da pochissimo ho iniziato a lavorare presso l’azienda Allergan dove mi occupo sempre di sistema nervoso ma a livello più applicativo. In pratica, a partire da una serie di molecole conosciute, vogliamo cercare di capire se possono essere usate per trattare specifiche condizioni o patologie, nello specifico io mi occupo di depressione.


Leggi anche: Cannabinoidi per le terapie mentali: sempre meno evidenze

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Luisa Alessio
Biotecnologa di formazione, ho lasciato la ricerca quando mi sono innamorata della comunicazione e divulgazione scientifica. Ho un master in comunicazione della scienza e sono convinta che la conoscenza passi attraverso la sperimentazione in prima persona. Scrivo articoli, intervisto ricercatori, mi occupo della dissemination di progetti europei, metto a punto attività hands-on, faccio formazione nelle scuole, ho una rubrica su Radio Punto Zero Tre Venezie. E adoro perdermi nei musei scientifici.

2 Commenti

  1. Forti dosi di thc puro! Somministrate cronicamente! Endovena! Senza la compensazione degli altri cannabinoidi e di altre sostanze! , è soltanto una ricerca disumana e inutile.
    Ci potremmo aspettare un risultato diverso utilizzando un qualsiasi altro principio attivo, tipo alcol, noce moscata, basilico, camomilla, tiglio, etc etc?
    Disgusto totale!

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: