martedì, 18 Febbraio, 2020
AMBIENTE

Nansen Legacy Project: una porta verso l’Artico

Il nuovo progetto di ricerca è partito nel dicembre 2019 e per 365 giorni fornirà dati scientifici su clima, ecosistema marino e ghiacci a bordo della rompighiaccio norvegese Kronprins Haakon.

Un tempo era impenetrabile, ma oggi la calotta polare dell’Artico si sta pian piano sciogliendo, con conseguenze complesse per tutto, dai modelli di circolazione oceanica fino alla biodiversità marina. Il Nansen Legacy Project, risultato di uno sforzo multidisciplinare e multi organizzativo da parte di 10 istituti e università norvegesi, lavorerà per comprendere meglio il passato, il presente e il futuro dell’Artico, focalizzandosi su clima ed ecosistema del Mare di Barents.

Oltre a indagini biologiche, il progetto di ricerca studierà le correnti oceaniche e la composizione dell’atmosfera, nonché condurrà indagini chimiche dell’acqua e perfezionerà l’uso di veicoli subacquei autonomi per le esplorazioni polari.

L’intero progetto durerà sei anni – il 2020 sarà dedicato alle esplorazioni con il Kronprins Haakon, il nuovissimo rompighiaccio norvegese – ed è stato finanziato per il 50% dal Consiglio di Ricerca Norvegese e dal Ministero norvegese dell’Istruzione e della Ricerca. La restante parte è fornita da 8 istituzioni governative norvegesi e due istituti di ricerca privati. Il budget totale è di 740 milioni di corone norvegesi.

L’eredità di Fridtjof Nansen

La nuova spedizione prende il nome da Fridtjof Nansen, il primo scienziato a esplorare l’Oceano Artico (1893-96). Le sue esplorazioni e scoperte furono pionieristiche al tempo, e alcune di esse sono tuttora valide sotto molti aspetti. “Purtroppo, però, stanno cambiando molte cose nell’Artico a causa dei cambiamenti climatici, ed è importante raccogliere l’eredità di Nansen per comprendere come ecosistema e clima si sono modificati” afferma Marit Reigstad, project leader del Nansen Legacy Project e professoressa presso l’Institute of Artic and Marine Biology dell’Università della Norvegia.

Nuove possibilità di ricerca nel Mare di Barents

Sono diversi i motivi che hanno spinto il Nansen Legacy Project a concentrare le proprie ricerche sul Mare di Barents. Da una parte esistono già molti studi sull’argomento e questo consente ai ricercatori di fare un paragone con il passato; dall’altra il riscaldamento globale ha reso le acque artiche sempre più accessibili. 

L’aumento della temperatura delle correnti provenienti dal Nord Atlantico sta sovrastando gli effetti della Corrente Artica, impedendo la formazione di ghiaccio nei mesi più freddi. Questo ha reso possibile prelevare campioni ed effettuare misurazioni anche nei mesi invernali. 

Non dimentichiamo poi che l’ecosistema del Mare di Barents rappresenta per la Norvegia una risorsa estremamente ricca e importante, basti pensare al mercato ittico che ne dipende. Ecco perché ricerche scientifiche in questa zona – focalizzate verso una gestione sostenibile delle risorse – sono una priorità nazionale. 

Un progetto strategico

L’approccio olistico del Nansen Legacy Project, che mira a caratterizzare l’impatto umano sull’Artico e a migliorare le conoscenze scientifiche per una gestione sostenibile delle risorse naturali, soddisfa le esigenze di diversi attori in gioco. Non solo quelle dei centri di ricerca e delle università, ma anche quelle politiche e di molti stakeholder, incluse l’industria del turismo e della pesca. Il rapporto di Lloyd sulle opportunità e sui rischi derivanti dall’apertura all’estremo Nord, ad esempio, evidenzia l’urgente necessità di colmare le lacune di conoscenza sui cambiamenti climatici al fine di prepararsi alle valutazioni del rischio necessarie per aumentare la sicurezza delle attività umane nell’Artico. 

L’obiettivo unitario e interdisciplinare sarà raggiunto attraverso una forte cooperazione nazionale e internazionale, combinando competenze scientifiche, approcci e prospettive diverse a un livello senza precedenti per l’intera comunità di ricerca norvegese. 

Collaborazione e preparazione: due parole chiave

Sono oltre 140 i ricercatori che hanno deciso di imbarcarsi nella spedizione, tutti addestrati a lavorare in condizioni estreme come la notte polare. Il team di ricerca interdisciplinare include competenze nell’ambito dell’oceanografia, della chimica e della biologia, fino alla geologia, alla modellistica e all’ingegneria robotica subacquea. A questi si aggiungono collaborazioni con il servizio meteorologico nazionale, diversi partner industriali e altre istituzioni orientate al management. 

“Sono molti gli esempi di progetti condivisi già in atto. Chi studia le correnti oceaniche aiuta gli ecologisti a comprendere il trasporto e la distribuzione di organismi su grandi distanze; i biologi che analizzano la catena alimentare collaborano con chi lavora sui contaminanti presenti nelle acque, come il mercurio, per capire come questi possano influenzare gli ecosistemi stessi” spiega Marit Reigstad.

Ne risulta una nuova generazione di scienziati, attori politici e industriali che – si spera – possano influire sulle politiche ambientali future.

Paure e speranze della prima notte polare

La prima impressione della project leader della spedizione è estremamente positiva, nonostante le iniziali paure di lavorare in condizioni climatiche estreme durante la notte polare. “Il team fa un ottimo lavoro. Stiamo già imparando nuove cose sul rigido inverno del Nord, sull’importanza del ghiaccio marino per le condizioni meteorologiche, e sulle nuove tecnologie che possono esplorare i fondali marini. Speriamo che il Nansen Legacy Project sia un’esperienza gratificante per tutti gli scienziati e che porti, nel prossimo futuro, a una gestione sostenibile delle risorse artiche”  conclude Marit Reigstad.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagini: Christian Morel / christianmorel.net / The Nansen Legacy Project

 

 


Istituti che partecipano al progetto:

University of Tromsø (UiT), University of Bergen (UiB), University of Oslo (UiO), Norwegian University of Science and Technology (NTNU), University Centre in Svalbard (UNIS), Norwegian Polar Institute (NPI), Institute of Marine Research (IMR), The Norwegian Meteorological institute (MET), Akvaplan-Niva (APN) e Nansen Centre for Environmental Research (NERSC).

 

3 Commenti

  1. Senza nulla togliere al grande Nansen, egli non fu certo il primo esploratore a studiare l’Artico. Già nel 1827 il geologo norvegese Balthasar Matthias Keilhau pubblicò le sue osservazioni sulla eologia delel Svalbard; nel 1838 un gruppo internazionale di ricercatori a bordo dell’imbarcazione francese Recherche svolse accurate ricerche del fiordo sulla costa meridionale delle Svalbard (che oggi porta il suo nome) e del fiordo di Magdalena, pubblicando 20 paper scientifici. Nel 1873 Adolf Erik Nordenskiold svolse importanti lavoro di cartografia al nord delle Svalbard, rientrando dal fallito tentativo di raggiungere il polo in barca. Infine, il primo anno polare internazionale fu nel 1882-1883, ben prima della bnascita di nansen e si considera questo l’inizio del lavoro coordinato di ricerca scientifica in artico.
    Last but not least, invito tutte le eprsone interessate alle scienze polari a dare un’occhiata anche alla nostra spedizione http://www.polarquest2018.org,un progetto di ricerca citizen science con risultati degni dei grandi progetti internazionali nonostante i mezzi molto limitati: abbiamo effettuatio i campionamenti di microplastica e le misure di raggi cosmici alle latitudini più a Nord finora registrate: 82°07′ Nord, sul limite della banchisa polare!

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