mercoledì, Ottobre 21, 2020
ATTUALITÀ

Lessico virale. Parole che da mesi rimbalzano sulla bocca di tutti e perché

A spiegare come cambia la comunicazione ai tempi del Covid-19, Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e autrice del recentissimo libro Parole contro la paura, edito da Longanesi.

Paziente 0. Paziente 1. Zona rossa. Contenimento. Diffusione. Contagio. Positivo. Virale. E ancora, lockdown, contact tracing, task force e il tanto controverso “congiunto”. Parole che ormai sono entrate a far parte del nostro lessico quotidiano, un po’ per necessità un po’ per forzatura, altre volte in modo del tutto inappropriato. Così, rapidamente, la nostra comunicazione ha mutato tempi e forme, adeguandosi ai ritmi virali della pandemia. E non sempre è stato facile orientarsi: subissati dalle parole, siamo stati travolti anche dall’onda dell’infodemia: una quantità convulsa di informazioni, tra le quali cercare la fonte più attendibile è parsa spesso un’impresa.

Mentre si continuano ad aggiungere nuovi vocaboli destinati a finire nel dizionario della lingua del Covid-19, al momento siamo in attesa che l’ormai celebre R0 scenda sotto una determinata soglia. E non importa se allo stato attuale il calcolo dell’indice R non sembri sufficiente e forse adeguato a descrivere l’intensità di contagio a livello nazionale, come sottolinea Stefania Salmaso, direttrice del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità, su Scienza in Rete. Ormai è nel nostro linguaggio quotidiano e nella testa.

Per scoprire cosa sta accadendo alla nostra comunicazione nel delicato momento storico che stiamo vivendo, abbiamo compiuto un vero e proprio viaggio nell’infosfera – alla lettera, l’insieme dei mezzi di comunicazione e delle informazioni che questi producono – in compagnia di Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, che per vent’anni ha collaborato con l’Accademia della Crusca nella redazione della consulenza linguistica e gestendo “i cinguettii” dall’account Twitter dell’istituzione.

In che modo è cambiato il nostro linguaggio dall’inizio della pandemia ad oggi?

Siamo esseri abitudinari. Anche in questa situazione al di fuori dalla normalità abbiamo adottato delle consuetudini, persino a livello di comunicazione. All’inizio la pandemia è stata trattata come un evento di rottura ma poi è divenuta una costante nei nostri giorni. È questo il momento in cui si è instaurato un doppio binario nella comunicazione. Da un lato i mezzi di massa hanno avuto la necessità di continuare a produrre temi che fossero in grado di stimolare il pubblico, al di là del bollettino quotidiano. Dal punto di vista della comunicazione mediatica, sono stati esplorati vari mondi metaforici. Il più transitato resta il tema della guerra. Ma la metafora bellica porta con sé una serie di effetti collaterali come la creazione di “nemici”. Una costante nella comunicazione dei media è stata proprio l’affiorare continuo di bersagli ideali: qualcuno che non fa o non ha fatto ciò che avrebbe dovuto.

C’è quasi una ricerca morbosa di un nemico: i cinesi, all’inizio. Poi i lombardi, i meridionali di ritorno al Sud, i runner che a un certo punto sono stati considerati untori. Chi porta a spasso il cane, e i genitori che esigono di uscire con i bambini. Poi c’è il binario della comunicazione personale. Quella che vede l’individuo, chiuso tra le mura domestiche, introdurre nella narrazione parole nuove dettate dai ritmi stravolgenti e dall’emersione di rituali. Un esempio tangibile è dato dalla panificazione. Siamo tutti diventati fornai. Non c’è da sorprendersi: il pane ha una valenza simbolica, è stato sempre sacro sulle nostre tavole, è un potente simbolo di vita.

Il “nemico”, il Covid-19, e noi, i “guerrieri” o i medici “eroi” nella lotta contro il virus che prende forma e si personifica. Perché abbiamo bisogno proprio delle metafore belliche per parlare della malattia?

I motivi sono molti. In uno dei casi in cui questa metafora è sempre più battuta – quello del tumore – la ragione è da ricercare nello stigma. Per parlare di cancro si usano perifrasi quali “brutto male” e “malato da tempo”. Quando una persona è colpita da una patologia tumorale difficilmente se ne parla in modo esplicito, al contrario di quanto accade, per esempio, in caso di malattie neurodegenerative. Alla base, anche la volontà di incoraggiare la persona colpita e il riconoscimento di un ruolo attivo dell’individuo nel decorso della malattia.

Sappiamo bene che, oltre a curarsi, di certo non si può lottare corpo a corpo con il cancro. In questo modo, però, il tumore diventa altro da sé. Spesso, in realtà, sono proprio i malati tumorali che rigettano questa metafora. A ciò si aggiunge la tendenza tutta italiana e quasi “barocca” di utilizzare metafore e perifrasi. A me non piace la metafora bellica: la vedo pericolosa e in grado di creare ulteriori nemici o di falsare la realtà. Prendiamo i medici e tutto il personale sanitario impegnato in prima linea nella gestione dell’emergenza Covid19. Se da un lato sono santificati come “eroi” e “angeli”, dall’altro abbiamo visto come, in tanti casi, non sono stati messi nelle condizioni di fare quello che è semplicemente il loro lavoro in modo sicuro, a causa dell’assenza degli indispensabili dispositivi di protezione individuale. Così, l’idea del medico-eroe e dell’infermiere in trincea – che il personale sanitario rifiuta – giustifica i rischi che queste persone corrono ogni giorno a causa di mancate e dovute tutele. Una volta un giornalista mi ha chiesto a quale campo semantico si possa attingere per parlare di Coronavirus. La mia risposta è che non bisogna far altro che attenersi ai fatti e che ora più che mai occorrerebbe ripulire il linguaggio giornalistico da metafore e similitudini.

Quali sono stati i gap linguistici a livello di comunicazione della scienza? Quali aspetti della pandemia non sono stati comunicati in modo adeguato?

È una domanda complessa. Il problema principale, forse, è ravvisabile nella trasmissione delle informazioni. Ho la sensazione, da wannabe divulgatrice quale sono, che molto spesso, nella maggior parte degli ambienti scientifici, ci sia un po’ di disprezzo della comunicazione. Non è vista come parte organica del lavoro dell’esperto che, quando parla in modo tecnico e complicato, non si cura del messaggio che arriva “all’ultimo”. La comunicazione medica ora è sul palcoscenico come forse non mai. Fuori dai contesti specialistici non è noto che la scienza e la conoscenza avanzano anche per dispute e che gli esperti non sempre concordano su alcune tesi. Questo concetto non è facilmente trasmissibile.

Inoltre, le persone si aspettano risposte certe dalla scienza. Il fatto che come interlocutori avessimo una moltitudine di esperti, con varie tesi e spesso punti di vista contrastanti, in un contesto delicato come la medicina ha destabilizzato le persone. Vaccino sì, vaccino no, poi varie proposte di farmaci, il plasma… A mio avviso, un portavoce autorevole, un comunicatore della scienza che facesse da cuspide e si ponesse come figura di raccordo capace di fare chiarezza sulle discussioni all’interno della comunità scientifica, è mancato. 

Si è parlato tante volte, soprattutto a livello politico, di task force, contact tracing ecc., usando un lessico nuovo, non preceduto da alcuna spiegazione e di solito veicolato tramite diretta FB.

Il linguista Tullio De Mauro lo affermava sempre: parte della gestione democratica di un Paese passa anche dalla grandissima attenzione alla comunicazione rivolta verso il più debole degli interlocutori. Questa attenzione in Italia, sia per ciò che riguarda la comunicazione politica sia per quella scientifica, spesso non c’è. Si parla agli aristoi, a coloro che hanno studiato, e poi se la casalinga di Voghera non comprende il messaggio è un suo problema. In questa occasione, il vulnus provocato da questa posizione nella comunicazione pubblica è evidente: c’è una grandissima confusione. Ne sono convinta: si è lavorato pochissimo sulla comprensibilità di qualsiasi messaggio. Ne è un esempio, l’uso della parola congiunto, che è deflagrante. Da vocabolario, vuol dire “persona con la quale si ha un legame di sangue”. È gravissimo che servano delle FAQ del Ministero che chiariscano il senso dell’utilizzo di questo vocabolo.

Anche l’uso di termini inglesi è spesso inappropriato. Sono opachi, il significato non è chiaro. L’uso di contact tracing invece di tracciamento dei contagi è inutile. Non sono un’anglofoba, per niente. Lockdown è entrato nella vulgata perché è diventato una sorta di nome proprio di questo isolamento. La parola inglese ha subito una riduzione semantica e invece di indicare una clausura generica indica specificatamente il periodo che stiamo vivendo. In altri casi è una scelta quasi colpevole: devi rivolgerti a tutti e non a coloro che hanno competenze comunicative perfette. Spesso sui social leggo frasi quali “Eh, ma tanto metà del Paese non ci arriva”. Ma allora, se è così poniamoci delle domande. Da un lato c’è un problema evidente che pertiene la comunicazione politica non accessibile a tutti, dall’altro un problema di competenze cognitive della popolazione, che è andato peggiorando e che andrebbe indagato, sempre che si intenda risolverlo. E qui ritorno ancora alle parole di Tullio De Mauro: “L’Italiano sta benissimo, gli italiani molto meno”. Forse un popolo bue, per tanti versi, fa anche comodo.

Anche la scuola si è scontrata, gioco o forza, con un inatteso lessico digitale e con nuovi strumenti, manifestando lacune che oggi più che mai è necessario colmare.

Sostengo da tempo, dopo anni di esperienza di educazione digitale in ambito scolastico, che, di contro a quanto si sia pensato, dotare la scuola di strumenti digitali non equivale assolutamente a digitalizzarla. Quello che manca alla scuola italiana è la forma mentale per integrare il digitale nella didattica. Non si tratta di rendere le lezioni multimediali. Già il concetto di multimedialità, in sé, sa di muffa, è obsoleto. Occorre portare in primis i docenti e poi gli studenti ad avere una visione del mondo che tenga conto della complessità portata dal digitale. I corsi di coding, spesso organizzati, sono interessanti ma non bastano. Il digitale è descritto solo come un ambiente pericoloso ma nessuno parla di “come vivere felici e connessi”.

Ho cercato di portare un cambiamento di paradigma per il quale basta uno smartphone – i ragazzi spesso non hanno un pc – senza demonizzare questo strumento ma integrandolo. No alle scuole “decellularizzate”, non è un vantaggio ma mera cecità di fronte a quella che è la realtà quotidiana ma che la scuola ignora. Non si possono non conoscere le logiche dei social, si rischia di restare lontani anni luce dal linguaggio e dalla realtà digitale degli studenti, senza comprendere come fare di uno strumento prezioso un volano per la cultura.

Qui potete ascoltare l’intervista a Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e autrice del recentissimo libro Parole contro la paura, edito da Longanesi.


Leggi anche: Covid-19: la fase 2 e i benefici della mobilità attiva

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay

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Milly Barba
Science Writer e Marketing Communications Director in ambito Informatico e tech. Copywriter e event planner, con oltre dieci anni di esperienza nell'organizzazione e promozione di festival ed eventi quali il Festival della Scienza di Genova. Activist @SingularityU Milan. Laureata in Letteratura Italiana e Linguistica, sono specializzata in Comunicazione della Scienza. Per OggiScienza curo la rubrica #SenzaBarriere dedicata a inclusione, accessibilità e ricerca.
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