martedì, Dicembre 1, 2020
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Sversamento di gasolio, il disastro ambientale in Siberia

Il 29 di maggio è collassata una cisterna in prossimità della città di Norilsk, in Siberia, riversando migliaia di tonnellate di gasolio sui terreni circostanti

È stato definito uno dei più gravi sversamenti della storia della Russia moderna, con il rilascio nell’ambiente di oltre 20.000 metri cubi di gasolio, quello che ha interessato la zona in prossimità della città di Norilsk, nel circolo artico. È iniziato a fine maggio e ai primi di giugno il presidente Putin ha dichiarato lo stato d’emergenza per l’area: il gasolio si è riversato sui terreni circostanti e nel fiume Ambarnaya e nel suo affluente Daldykan. E nonostante le misure di contenimento adottate, il 9 giugno The Moscow Times ha riportato che è arrivato anche al lago Pyasino, nel quale si riversa l’Ambarnaya e dal quale parte il fiume omonimo, che raggiunge l’Oceano Artico.

Intercettare gli idrocarburi del petrolio

Il serbatoio al cui collasso è dovuto lo sversamento fa parte della centrale termoelettrica di Norilks-Taimyr, appartenente a una società del gruppo Norilsk Nickel, un colosso dell’estrazione e della lavorazione di nickel e palladio che non è nuovo ai disastri ambientali (la compagnia è stata infatti responsabile anche di un altro sversamento, sempre nella stessa area anche se di portata minore, nel 2016). Le immagini raccolte dal satellite Sentinel-2 ed elaborate dall’ESA mostrano l’avanzata del gasolio al primo di giugno lungo l’Ambarnaya, con un impressionante colore rosso. Le barriere di contenimento sembrano non essere riuscite ad arrestare del tutto la sua avanzata verso il lago Pyasino.

«I sistemi per minimizzare la dispersione degli idrocarburi del petrolio o suoi derivati in un corpo idrico superficiale non sono diversi da quelli impiegati per gli sversamenti in mare e si basano su barriere fisiche che intercettano l’inquinante in modo da poter poi essere raccolto con macchinari specifici », spiega Ezio Amato, responsabile per le emergenze ambientali in mare del Centro Nazionale per le crisi e le emergenze ambientali e il danno dell’ISPRA. «La differenza è che nei fiumi c’è sempre corrente, a volte anche molto forte, cosa che rende difficile, per esempio, fissare gli ancoraggi per quelle barriere con la giusta angolazione». Aleksey Chupriyan, vice-ministro per le emergenze, ha spiegato su Euronews che il versamento si sposta costantemente, anche a causa dei venti, rendendo difficile i lavori di raccolta e contenimento.

Tossicità a breve e lungo termine

«Inoltre dobbiamo ricordare che questi sistemi di contenimento e raccolta ci consentono d’intercettare solo le frazioni che galleggiano, non i residui che scendono in profondità: questi continueranno a viaggiare, anche per chilometri, conservando tutta la loro nocività», continua Amato. Nocività che in parte si manifesta con effetti acuti e può uccidere nell’immediato gli organismi con cui il prodotto entra in contatto. Una parte delle molecole che compongono un idrocarburo del petrolio, comprese alcune con effetti cancerogeni, mutageni e teratogeni, è però persistente e resta nociva per tempi lunghi; la proporzione delle una e delle altre è diversa in funzione del tipo di composto. Un comunicato del WWF Russia ha ricordato i rischi per la fauna, pesci e uccelli innanzitutto, ma anche mammiferi e altre specie; il New York Times riporta le parole della vice-ministra Elena Panova, secondo la quale saranno necessari almeno dieci anni prima che l’ecosistema locale possa riprendersi.

“ … Almeno”, è infatti difficile stimare con precisione per quanto tempo quel che è stato riferito come gasolio ed è stato riversato nell’ambiente continuerà a produrre i suoi effetti. «Quando il petrolio o un suo derivato viene esposto alle condizioni dell’ambiente in cui viene riversato, intervengono fenomeni diversi che lo modificano ed, eventualmente, contribuiscono ad attenuarne l’impatto: evaporazione, dispersione, foto-ossidazione e vari altri processi fisico-chimici che degradano le molecole dell’idrocarburo del petrolio rendendole, per esempio, più facilmente disponibili alla degradazione batterica», spiega Amato. «Ma ciò non significa che tutti gli idrocarburi spariscano: il danno che si causa agli ecosistemi acquatici, costieri e anche terresti, soprattutto a lungo termine, è un effetto la cui quantificazione può essere molto difficile, ma è comunque indelebile».

«E se per gli inquinanti riversati nei fiumi o in mare esistono metodi di contenimento fisici, per quanto riguarda la contaminazione del terreno – che pone anche il rischio di interessare la falda acquifera – esistono dei metodi di bonifica, come il soil washing, nel quale il terreno contaminato viene “lavato” con l’ausilio di tensioattivi, biosurfattanti o solventi organici e l’allestimento di biopile, dove coltivare batteri in grado di degradare alcuni contaminanti», continua Amato. «Ma dobbiamo tenere a mente che non esistono bacchette magiche per rimuovere tutto e subito e ricreare quanto perso irrimediabilmente. Inoltre, questi sono interventi molto costosi e non sempre facili da intraprendere. Per esempio, il catrame depositatosi sugli alti fondali del Mar Ligure dopo il disastro della petroliera Haven, nel 1991, è rimasto lì da allora».

Lo scioglimento del permafrost

La Norilsk Nickel ha attribuito il collasso del serbatoio allo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato tipico delle regioni all’estremo nord del mondo, e su cui sorge la centrale termoelettrica da cui è partito lo sversamento. Secondo la compagnia, le temperature atmosferiche sopra la media avrebbero fatto cedere il terreno su cui poggiavano le fondamenta del serbatoio.

Lo scioglimento del permafrost, dovuto al riscaldamento globale, è un fenomeno ben noto agli scienziati, soprattutto a causa delle possibili conseguenze in termini di rilascio nell’atmosfera del carbonio che, immagazzinatosi nel terreno a seguito della decomposizione della materia organica, può essere disperso con lo scioglimento del ghiaccio. Inoltre, come ha scritto un gruppo di ricercatori su Nature nel 2019, il permafrost tiene fisicamente insieme il paesaggio e il suo scioglimento porta alla formazione di laghi e zone paludosi laddove un tempo erano assenti.

È allo scioglimento del ghiaccio e ai suoi effetti sul terreno che la Norilsk Nickel ha attribuito il cedimento dei pilastri del serbatoio – con il conseguente sversamento di gasolio. La BBC ricorda che, nel 2017, un report dell’Arctic Council avvertiva come le fondamenta delle costruzioni edificate sul permafrost siano più vulnerabili rispetto al passato. «Tuttavia, quello dello scioglimento del permafrost è un problema noto, e questo significa anche che la compagnia non aveva preso misure per mitigare il rischio per la centrale», commenta Amato. Anche Greenpeace Russia la pensa così e, sul suo sito, scrive che già nel 2009 aveva pubblicato, con l’Istituto Idrologico statale, un rapporto sui rischio dello scongelamento per le infrastrutture petrolifere e per il gas, e che la società non poteva ignorare i rischi. Inoltre, citando un articolo pubblicato nel 2018 su Nature Communication, Greenpeace avverte anche che la maggior parte delle infrastrutture che sorgono su terreno di permafrost sono in aree a rischio.


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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine di copertina: The Siberian Times

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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