martedì, Luglio 27, 2021
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Katalin Karikó, la scienziata dietro al vaccino anti Covid-19

La biochimica ungherese, oggi vicepresidente senior di BioNTech, ha dedicato la sua carriera alla messa a punto di una terapia genica basata sull’mRNA 

L’mRNA, o RNA messaggero, è la molecola che codifica le informazioni genetiche contenute nel DNA e le trasporta alle fabbriche di produzione di proteine ​​della cellula. A differenza dei vaccini tradizionali, che utilizzano una versione indebolita del virus, quelli prodotti da Pfizer-BioNTech e Moderna contro il SARS-CoV-2 contengono frammenti di mRNA che inducono le cellule a produrre antigeni, ovvero proteine riconosciute come estranee e quindi in grado di attivare il sistema immunitario.

Grazie a questa tecnica, innovativa e per certi versi rivoluzionaria, è possibile abbattere i costi di produzione e distribuire grandi quantità di vaccini in tempi rapidi. 

Dietro alla sua realizzazione c’è il lavoro di una vita della biochimica ungherese Katalin Karikó. Oggi vicepresidente senior di BioNTech, studia da decenni le applicazioni terapeutiche dell’mRNA, ma non ha avuto sempre vita facile.

La possibilità di una terapia genica basata sull’RNA messaggero è stata a lungo ignorata dalla comunità scientifica. La carriera di Karikó è stata segnata da numerose battute d’arresto, ma lei non si è mai data per vinta e ha continuato a portare avanti le sue ricerche. Alla fine, l’ha avuta vinta. 

Dall’Ungheria agli Stati Uniti

Katalin Karikó nasce nel 1955 a Szolnok, città a circa 100 chilometri da Budapest. Figlia di un macellaio e di una contabile, si appassiona alla scienza mentre frequenta le scuole elementari. A otto anni vince un concorso sullo studio della fauna selvatica e durante il liceo ottiene un riconoscimento come migliore studentessa di biologia. Nel 1973 si iscrive  all’Università di Seghedino. Dopo la laurea, conseguita nel 1978, si specializza in biochimica presso il Centro di Ricerca Biologica della stessa città. 

Qui inizia a condurre le prime ricerche sull’mRNA. Per alcuni anni lavora grazie a una borsa di studio dell’Accademia ungherese delle scienze, ma nel 1985 è costretta a lasciare il Centro a causa dei tagli al personale. Decide quindi di partire per gli Stati Uniti con il marito e la figlia di appena due anni. Per affrontare il viaggio, vendono l’auto e conservano i soldi – equivalenti a circa 1200 euro – nell’orsacchiotto della bambina

“Ho pensato di mollare”

Ottenuto un incarico presso la Temple University di Filadelfia, Karikó prende parte a una sperimentazione clinica in cui pazienti con AIDS e malattie ematologiche vengono trattati con RNA a doppio filamento (dsRNA). 

Nel 1989, dopo una discussione con il suo capo, la scienziata è costretta a lasciare la Temple ed entra a far parte della Scuola di Medicina dell’Università della Pennsylvania. L’anno successivo presenta la sua prima domanda di finanziamento per condurre uno studio sulla terapia genica basata sull’mRNA. L’idea è quella di verificare la possibilità che l’mRNA possa essere utilizzato nel trattamento degli ictus, del cancro e di malattie come la fibrosi cistica. 

Karikó fa diversi tentativi, ma ottiene solo rifiuti. La comunità scientifica dell’epoca considera il progetto poco interessante e troppo rischioso. Frustrata e avvilita, nel 1995 deve sottostare anche all’umiliazione di un demansionamento da parte dell’Università della Pennsylvania. In quel periodo le viene diagnosticato un tumore, mentre il marito è bloccato in Ungheria per sei mesi a causa di problemi col visto.

“Ho pensato di mollare”, ha dichiarato in un’intervista al magazine scientifico STAT, “mi sono anche detta che forse non ero abbastanza intelligente per questo lavoro”. Nonostante tutto, Karikó stringe i denti e va avanti. Accetta il demansionamento, ma non rinuncia alla speranza di poter condurre le sue ricerche sull’mRNA.

La scoperta

La svolta avviene nel 1998, quando Drew Weissman, immunologo del National Institutes of Health, inizia a lavorare per la Università della Pennsylvania. I due entrano subito in sintonia e iniziano a lavorare insieme alla messa a punto di una terapia genica basata sull’mRNA. Weissman, a differenza di Karikó, ha la possibilità di accedere ai fondi per finanziare vari esperimenti. 

Il problema principale dell’utilizzo dell’mRNA a fini terapeutici consiste nello sviluppo di una reazione infiammatoria da parte dell’organismo. Tutti gli animali sottoposti a trattamento muoiono immediatamente. La sperimentazione sull’essere umano appare impossibile, ma Weissman e Karikó scoprono che modificando uno dei quattro blocchi costitutivi dell’mRNA, chiamati nucleosidi, è possibile scongiurare la risposta infiammatoria. Nel 2005, i risultati dello studio sono pubblicati sulla prestigiosa rivista Immunity

Gran parte del mondo accademico, però, reagisce con scetticismo e diffidenza. Dopo aver depositato un brevetto e cercato inutilmente di coinvolgere l’Università della Pennsylvania, che addirittura si rifiuta di reintegrarla nel ruolo che aveva prima del demansionamento del 1995, nel 2013 Karikó accetta un’offerta di lavoro da parte di una piccola azienda tedesca, la BioNTech.

La persona più famosa della famiglia

Nel 2018, la BioNTech ha stretto un accordo con l’americana Pfizer per lo sviluppo di vaccini a mRNA. Oggi ha 1500 dipendenti e dopo la prima pubblicazione degli esiti dei test vaccinali per COVID-19 – l’efficacia del vaccino è superiore al 90% – il suo valore di mercato ha raggiunto la cifra record di 25 miliardi di dollari.

“Non ho mai dubitato che avrebbe funzionato”, ha dichiarato in un’intervista la scienziata, oggi vicepresidente senior di BioNTech. “Ho sempre voluto aiutare le persone”, ha aggiunto. “Questo è ciò che mi ha spinto ad andare avanti. Sono sempre stata ottimista, ma non avrei mai immaginato di poter aiutare così tante persone. Sono molto felice di sapere di aver avuto un ruolo in questa storia di successo”.

Fino a pochi mesi fa, la persona più famosa nella famiglia di Katalin Karikó era la figlia, Susan Francia, vincitrice di due ori olimpici con la nazionale statunitense di canottaggio. Oggi sono in tanti a sostenere che la madre meriterebbe il premio Nobel.


Leggi anche: La scienza che verrà nel 2021

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Wikipedia CC BY-SA 4.0

1 Comment

  1. “Alla fine, l’ha avuta vinta”. Probabilmente a Katalin Karikó è stato riconosciuto il lavoro di una vita – altrimenti destinato a rimanere nell’oblio- proprio grazie all’emergenza coronavirus. E grazie a questa emergenza si riescono a intuire- sempre ammesso che ce ne fosse stato il bisogno- anche le strategie e gli interessi delle grandi industrie farmaceutiche; cioè il loro scopo vitale, prima il profitto con il rapido recupero dei costi sostenuti per lo sviluppo del nuovo farmaco, e dopo la salute e la vita dei consumatori. In questo contesto si potrebbe dubitare fortemente che lo sviluppo di nuovi e magari più economici farmaci sia condizionato esclusivamente dal profitto. Inimmaginabile la situazione che si verrebbe a creare nel caso le case farmaceutiche riuscissero a mettere le mani sui brevetti per curare le malattie neurodegenerative e i tumori. Per il momento sembra che questi obiettivi siano ancora lontani. Sebbene si sia sviscerato tutto sulla composizione e struttura delle varie proteine, componenti e DNA di una cellula, non si conosce ancora il loro funzionamento, specialmente nel loro complesso. La biologia attuale, a causa di “vecchi preconcetti duri a morire” non è ancora in grado di indicare la strada per riuscire a spiegare il funzionamento di una cellula. Forse per baipassare il problema si potrebbe cercare di capire il funzionamento del DNA indirettamente, ricercandone in toto la sua componente “sana”, e utilizzando questa in seguito come punto di riferimento per individuare quella meno “sana” o malata, responsabile delle patologie. La tecnologia esiste già, e se esistesse anche la conoscenza, si potrebbe tentare di creare un programma di AI in grado di individuare uno o più tipi di DNA “sano”, da utilizzare come punto di riferimento concreto per scovare, geni, gruppi di geni e zone di DNA patologici. Il difficile dovrebbe essere, individuare i dati da inserire nel programma, praticamente, selezionare i dati giusti da mettere nella posizione giusta; se questo non fosse possibile si dovrebbero testare un numero infinito – impossibile- di combinazioni.

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Simone Petralia
Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell'uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.
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