IPAZIA

Sara Josephine Baker, pioniera della sanità pubblica

Specializzata in medicina preventiva, Sara Josephine Baker ha dimostrato che una corretta educazione alla prevenzione può essere decisiva nel combattere le malattie.

Il modo migliore per non far morire le persone di malattia, capii all’improvviso, era impedire loro di ammalarsi. Gli individui sani non muoiono. Oggi questa può apparire un’osservazione banale, ma a quel tempo era un’idea sorprendente. La medicina preventiva era appena nata e non era ancora stata promossa nell’ambito della sanità pubblica.

Questa citazione – tratta da Fighting for Life, l’autobiografia di Sara Josephine Baker – racchiude il senso di una vita. Pioniera della sanità pubblica agli inizi del XX secolo, Baker ha dimostrato che una corretta educazione alla prevenzione può essere decisiva nel combattere le malattie quanto e in alcuni casi più dello sviluppo di nuove cure. Grazie a lei, nell’arco di pochi anni il tasso di mortalità infantile nelle zone povere di New York è letteralmente crollato. Si calcola che nel corso della sua vita abbia impedito che morissero circa 90000 bambini, ma la diffusione dei suoi programmi di medicina preventiva nei decenni successivi ha consentito di salvare milioni di persone.

Baker è stata una convinta femminista e un’attivista per l’estensione del voto alle donne, tanto da partecipare come suffragetta alla storica marcia lungo la Fifth Avenue, nel 1915. Mossa da uno spirito autenticamente progressista, nel suo lavoro ha agito sempre con l’intento di portare alla luce problematiche sociali e politiche e si è adoperata per aiutare le persone delle classi più disagiate. 

Oggi è ricordata come una figura storica della comunità LGBTQ+. Conosciuta col soprannome di “Dr. Joe”, indossava spesso abiti maschili e scherzava sulle difficoltà dei colleghi a identificarla come una donna. Ha trascorso gran parte della sua vita con la scrittrice Ida Wylie, con cui ha partecipato agli incontri del celebre Heterodoxy Club, un gruppo di discussione per femministe, libere pensatrici e donne fuori dagli schemi. Molto probabilmente Wylie è stata la sua compagna, ma è impossibile dirlo con certezza: in quegli anni il coming out non era contemplato. 

I primi anni

Sara Josephine Baker nasce nel 1873 a Poughkeepsie, cittadina nello stato di New York. I genitori, entrambi quaccheri, sono colti e benestanti: la madre è stata una delle prime donne a frequentare il Vassar College – prestigioso istituto femminile fondato nel 1861 – mentre il padre è un noto avvocato locale. Da bambina ama leggere storie d’avventura, andare a pesca e giocare a baseball, tutte attività normalmente associate ai maschi; al contempo – racconta nella sua autobiografia – viene “perfettamente addestrata nell’attività di essere una donna”. La strada sembra spianata: frequenterà il Vassar College, come la madre, quindi si sposerà e metterà su famiglia. All’età di sedici anni, però, accade qualcosa che la spingerà a imprimere una direzione diversa alla sua vita. Il fratello e il padre muoiono di tifo, lasciando la famiglia in notevoli difficoltà economiche. Sara deve escogitare un modo per mantenere se stessa, sua madre e sua sorella. Studia da autodidatta biologia e chimica e decide di iscriversi al New York Infirmary Medical College, all’epoca l’unica istituzione universitaria medica aperta alle donne assieme al Philadelphia’s Female Medical College. 

Ispettrice medica a New York

Quando Sara Baker si laurea, nel 1898, alle donne è proibito lavorare negli ospedali aperti a tutti i cittadini, così la giovane dottoressa trascorre un anno come tirocinante in un ospedale esclusivamente femminile, il New England Hospital for Women and Children di Boston. Rientrata a New York, nel 1901 supera un esame che le consente di operare come ispettrice medica per il Dipartimento di Salute del comune. 

Nel Lower East Side e a Hell’s Kitchen, le zone più povere della città, muoiono per malattia 1500 bambini a settimana, quasi tutti per dissenteria; la causa è, nella maggior parte dei casi, l’ignoranza delle più elementari norme igieniche da parte delle famiglie. I bambini vivono in appartamenti fatiscenti e invasi dai topi, giocano nelle latrine, vengono nutriti con latte non pastorizzato e con alimenti contaminati. Profondamente colpita da questa strage silenziosa, Baker decide di mettere a punto un programma di medicina preventiva. 

Assieme alle infermiere al servizio del Dipartimento si reca nelle abitazioni in cui sono presenti neonati e spiega alle madri quali sono le pratiche igienico-sanitarie da seguire per prevenire le malattie: lavarsi spesso le mani, allattare al seno, evitare di somministrare alimenti non adatti. L’idea è semplice, ma a suo modo rivoluzionaria, perché nasce e si sviluppa in un contesto in cui manca del tutto la cultura della prevenzione. 

Typhoid Mary e il Bureau of Child Hygiene

Nel 1907 la popolarità di Baker cresce in seguito al caso di Typhoid Mary. Quell’anno oltre tremila newyorkesi contraggono il tifo, malattia che all’epoca ha un tasso di mortalità del 10%. Il focolaio principale è causato da una portatrice sana, Mary Mallon, immigrata irlandese che lavora come cuoca per alcune famiglie della città, divenuta nota col soprannome di Typhoid Mary (“Mary la tifica”). Baker, in qualità di assistente al commissario alla salute, contribuisce a rintracciarla, rischiando la sua incolumità. Quando si reca in una delle case in cui lavora la donna per raccogliere alcuni campioni biologici, infatti, Mallon – che non accetta di essere messa in isolamento – tenta di pugnalarla con una forchetta.

L’anno successivo Baker viene messa a capo del Bureau of Child Hygiene, il primo ente governativo al mondo dedicato alla salvaguardia della salute infantile. Dopo la nomina, sei suoi colleghi rassegnano le dimissioni per la “disgrazia di dover lavorare per una donna”, ma la neodirettrice li convince a fare un mese di prova, al termine del quale tutti e sei si rendono conto di aver espresso un giudizio privo di fondamento e decidono di restare.

Sara Baker si fa promotrice di moltissime iniziative; tra queste, ricordiamo la creazione di una serie di “stazioni del latte” in cui viene fornito latte sicuro alle madri che non possono allattare, la battaglia per far sì che le ostetriche, all’epoca prive di qualsivoglia nozione medica, siano adeguatamente formate e possano operare solo dopo aver conseguito una licenza, e la creazione di un team di “infermiere scolastiche” per contrastare le infezioni batteriche tra gli studenti. In appena tre anni la mortalità dei bambini dei quartieri poveri di New York diminuisce del 40%.

All’epoca è molto diffusa la cecità infantile; provocata dalla gonorrea congenita, viene curata con gocce di nitrato d’argento contenute in boccette conservate spesso in modo poco igienico o contenenti dosi troppo elevate del principio attivo. Per risolvere il problema, Baker progetta dei piccoli contenitori monodose, realizzati in cera d’api con proprietà antibatteriche naturali. Grazie a questo espediente, in un anno i casi di cecità infantile passano da 300 ad appena 3.

Baker fa parlare ancora di sé nel 1917, quando – intervistata dal New York Times dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti – dichiara che i soldati corrono meno rischi rispetto ai bambini americani, visto che il tasso di mortalità di questi ultimi è tre volte superiore rispetto a quello di chi combatte al fronte (il 12% contro il 4%). Le sue parole smuovono la coscienza collettiva e spingono le autorità locali ad accelerare l’applicazione del suo programma di medicina preventiva. Quello stesso anno è la prima donna a ottenere un dottorato in sanità pubblica presso la New York University Medical School.

Dopo essere andata in pensione, nel 1923, acquista una fattoria nel New Jersey. Qui trascorre il resto della sua vita in compagnia di Ida Wylie e della dottoressa Louise Pearce. Muore nel 1945.


Leggi anche: “In altre parole”, di Fabrizio Acanfora

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Condividi su
Simone Petralia
Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla paleontologia ai gender studies, dalla cartografia all’ermeneutica – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Vice Italia, Scienza in Rete, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui affronto il tema dell'uguaglianza di genere in ambito scientifico attraverso le storie di scienziate del passato e del presente.