giovedì, Dicembre 9, 2021
CERVELLI ARTIFICIALI

Spostare l’intelligenza artificiale dal cervello al corpo

È questa la proposta di Cecilia Laschi, esperta di bio-robotica attualmente in forze all’Università di Singapore. L’esperta invita a ripartire dai bisogni, mettendo l’essere umano al centro della progettazione tecnologica e non viceversa. “I robot, a differenza dei computer, hanno il movimento. Usiamolo”.

“Tutti mi chiedono quale sarà il ruolo dei robot in futuro. Io credo che dovremmo iniziare a pensare a quale sarà quello delle persone”. Cecilia Laschi, ordinario di Bioingegneria industriale all’Istituto di Biorobotica del Sant’Anna di Pisa e adesso Full Professor alla National University of Singapore, ha un mantra: “Dobbiamo spostare l’intelligenza artificiale dal cervello al corpo”. Cosa questo significhi è presto detto: “A differenza dell’intelligenza artificiale che sta dentro al telefonino o al computer, il robot ha il movimento. Secondo me è lì che noi robotici dovremmo provare a dare un contributo”.

Laschi è pioniera a livello mondiale per quanto riguarda la bio-robotica, ovvero la robotica che imita gli animali. È il suo gruppo del Sant’Anna ad aver realizzato Octopus, un polpo-robot in grado di muoversi anche in acqua.

Cecilia Laschi, professore associato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, assieme al suo progetto del polpo robotico.

Negli anni le applicazioni non sono mancate e l’algoritmo sviluppato ha permesso ai vari prototipi di adattarsi al contesto in cui si trovavano. L’idea è quella di avere a disposizione un robot in grado di esplorare gli ambienti più estremi, quelli proibitivi per un essere umano.

Ma non ci si ferma qui: “Penso che la soft robotics, cioè quella branca che riguarda i robot “morbidi” possa avere un’ampia applicazione in medicina e più in generale nell’assistenza alle persone. Quello che secondo me è sbagliato è che oggi i processi tecnologici si facciano guidare dalla tecnologia stessa: dobbiamo partire dai bisogni delle persone, non da quello che sappiamo fare a livello tecnico”. Altrimenti, il paradosso è avere App e robot efficientissimi ma che si rivelano poco utili alla prova dei fatti.

Ripartire dai bisogni

“Il problema dell’assistenza agli anziani qui a Singapore è molto sentito – prosegue l’esperta –. Il Paese, poi, rappresenta una realtà avanti di qualche anno rispetto a noi. Non è quindi raro, in ospedale, vedere robot su ruote che girano tra i letti informandosi sulla salute dei pazienti e misurando loro la temperatura. Si tratta senza dubbio di mansioni utili, che però potrebbe fare, con soddisfazione, un essere umano. Perché lasciamo le parti più empatiche ai robot e quelle più pesanti fisicamente, come alzare e girare una persona che ha poca mobilità, agli esseri umani?”.

E il paradosso si vede anche al di fuori dell’ospedale: “Mi chiedo se davvero oggi serva una persona per raccogliere i pomodori sotto il sole cocente, o per lavare una cisterna. Sono azioni che potrebbe compiere un robot in modo più efficiente e senza mettere in pericolo la vita dei lavoratori”. E ancora: “Nell’e-commerce tutta la parte stimolante del commercio è in mano agli algoritmi, mentre l’uomo è colui che ci consegna a casa i pacchetti che ordiniamo. Credo che non abbia molto senso”.

A Singapore Laschi sta per iniziare uno studio in collaborazione con alcuni centri medici: “A breve partiremo con le interviste a pazienti, cargiver e operatori sanitari, per capire davvero quali sono i loro bisogni e per provare a costruire una tecnologia che risolva i problemi e semplifichi il quotidiano”, spiega. L’idea è quella di utilizzare le conoscenze applicate al polpo robot per ottenere un braccio morbido che possa svolgere compiti come imboccare, ma anche spostare la persona. In generale, azioni meccaniche o faticose per l’assistente umano. Oppure, per le persone più autosufficienti, che sia un supporto durante la doccia. “In questo modo gli operatori e i caregiver si potrebbero occupare degli aspetti che hanno a che vedere con il contatto umano, quelli più empatici e che danno anche maggior soddisfazione reciproca”, afferma Laschi.

Il collo di bottiglia post-dottorato

Dalla sua esperienza internazionale, Laschi guarda all’Italia come a uno Stato che “investe tantissimo in formazione e poi “regala” il capitale umano all’estero. L’università e il dottorato sono investimenti importanti per il nostro Paese: quando i ragazzi hanno finito di studiare e potrebbero iniziare a restituire qualcosa, però, scoprono che per loro non ci sono posizioni aperte e vanno altrove”.

Il problema per l’esperta esiste nel pubblico come nel privato, anche se in quest’ultimo ambito le cose stanno migliorando: “Oggi per molti è chiaro il valore aggiunto che può portare un dottore di ricerca rispetto a un semplice laureato, per esempio”.

Il problema, secondo Laschi, è da cercare però al di fuori dei laboratori: “I cittadini non hanno idea del valore della ricerca, sembra quasi che si buttino via i soldi. Non capiscono che la ricerca invece è innovazione, significa posti di lavoro. In Italia non è facilissimo far passare questo messaggio, ma credo che sia fondamentale perché solo cittadini più informati possono chiedere alla politica di finanziare la ricerca”.


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Michela Perrone
Appassionata di montagna e di tecnologia, scrivo soprattutto di medicina e salute. Curiosa dalla nascita, giornalista dal 2010, amo raccontare la realtà che mi circonda con articoli, video e foto. Freelance dentro e fuori, ho una laurea in Comunicazione e un master in Comunicazione della Scienza.
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