mercoledì, Gennaio 26, 2022
AMBIENTE

COVID-19, quanta plastica ha portato in mare la pandemia?

È stato di recente pubblicato il primo studio che offre delle stime accurate sull’aumento della plastica dovuto alla pandemia e sul suo destino negli oceani

Quello dei rifiuti marini è un problema noto da anni: trasportata dai fiumi o dal vento, o abbandonata volontariamente o meno, la spazzatura che si accumula in mare anno dopo anno mette a serio rischio gli ecosistemi marini. La grande maggioranza dei rifiuti marini è rappresentata da plastica e, purtroppo, diversi autori stimano che la quantità, nei prossimi anni, andrà aumentando. Anche la pandemia ha un ruolo in questa scena, e non solo perché ha portato a un aumento nella produzione e nell’uso degli strumenti di protezione contenenti plastica ma anche perché ha incrementato gli acquisto online (per i quali gli imballaggi contengono spesso plastica) e ha al contempo rallentato o bloccato le misure legislative volte alla riduzione della plastica, in particolare monouso.

Sebbene questo sia un tema di cui si è iniziato a parlare già nei primi mesi di pandemia, mancavano quantificazioni del fenomeno. Queste sono arrivate invece con un recente studio pubblicato su PNAS, nel quale gli autori (un team di ricercatori della Nanjing University e dell’Università della California San Diego), attraverso un approccio modellistico, hanno prodotto le prime stime dell’aumento della produzione di plastica associato alla pandemia di COVID-19. 

Plastica e pandemia

La pandemia ha dimostrato una volta di più quanto, al momento, la plastica abbia un ruolo di primo piano nelle nostre vite. Mascherine, guanti, schermi per il viso e altri strumenti di protezione individuale hanno avuto (e hanno) un ruolo importantissimo nella prevenzione dell’infezione, ma la tutela della nostra salute ha avuto il risvolto negativo nell’aumento di prodotti monouso contenenti plastica. Inoltre, proprio allo scopo di agevolare la produzione di strumenti così importanti per la sanità pubblica, molte legislazioni nazionali hanno ritardato o eliminato le strategie volte a limitarne la produzione. Allo stesso tempo, la pandemia ha portato a un aumento della produzione di plastica anche per altre ragioni: per esempio, l’aumento degli acquisti online e il takeaway nei locali di ristorazione ha aumentato l’impiego di imballaggi che frequentemente sono o contengono plastica, come evidenziava già un articolo pubblicato a marzo 2021.

Avere una misura di questo fenomeno sarebbe di enorme importanza per poter mettere in atto strategie che possano mitigare il problema; tuttavia, finora l’aumento della produzione di plastica dovuto alla pandemia era rimasto in gran parte sconosciuto e non erano disponibili stime accurate.

Il nuovo studio fornisce le prime: secondo gli autori, ad agosto 2021 sono stati prodotti circa 8,4 milioni di tonnellate di plastica, da parte di 193 Paesi, a causa della pandemia. Di questi, 25,9 migliaia di tonnellate sono finite in mare, tra micro- e macroplastiche.

Quali rifiuti?

I ricercatori non si sono limitati a quantificare il fenomeno, ma hanno anche cercato di comprendere meglio le sue dinamiche: da dove viene la maggior parte della plastica? E qual è il suo destino? Rispondere a queste domande è fondamentale per riuscire a identificare gli hotspot del problema su cui lavorare per trovare soluzioni. Dai risultati dello studio emerge che il grosso della plastica che finisce in mare (il 46%) proviene dall’Asia, seguita dall’Europa (24%); e quasi il 90% di essa proviene dai rifiuti delle strutture ospedaliere, più che dagli abbandoni individuali che rappresentano il 7,6% dei rifiuti in eccesso. Questa situazione, scrivono gli autori, riflette una minor capacità di trattamento dei rifiuti ospedalieri da parte di alcune nazioni come la Cina e l’India.

Gli autori hanno anche analizzato i fiumi che fanno da principali vettori della plastica dalla terraferma al mare, individuandone alcuni particolarmente significativi: tra questi, il Shatt al Arab (l’importante fiume asiatico che sfocia nel Golfo Persico), che ha scaricato 5,2 milioni di tonnellate di plastica, e l’Indo, che termina in Pakistan e ha scaricato 4 milioni di tonnellate. Ancora, il fiume Yangtze e il Gange-Brahmaputra, sempre in Asia; in Europa, la “strada” della plastica verso il mare è rappresentata dal Danubio, che ha scaricato circa 1,7 milioni di tonnellate. In tutto, scrivono i ricercatori, sono una decina i fiumi che, insieme, contribuiscono a portare negli oceani il 79% della plastica originata dalla pandemia e, aggiungono, “Questi risultati evidenziano i fiumi e gli spartiacque sono hotspot che richiedono un’attenzione speciale nella gestione dei rifiuti di plastica”.

Dai fiumi al mare

Ma che fine fa tutta questa plastica? Le simulazioni prodotte dallo studio tengono in considerazione i principali processi che avvengono in mare: parte della plastica finisce spiaggiata, parte rimane alla deriva, parte viene frammentata e così via. E, secondo i ricercatori, nell’arco di tre anni, di quei quasi 26 milioni di plastica prodotti dalla pandemia e finiti negli oceani, la gran parte finirà deposta sul fondale oppure sulle spiagge; alla fine del secolo, il 70% sarà sulle coste e circa il 30% sui fondali, dove rappresenterà un potenziale rischio per l’ecosistema bentonico. Inoltre, se nel breve termine i flussi di movimento della plastica sembrano mantenerla vicina alle zone di scarico, e dunque gli impatti saranno limitati agli ecosistemi costieri, nell’arco di tre o quattro anni questi potrebbero espandersi nel mare aperto, con un accumulo di rifiuti nella zona dell’Artico – che rappresenta una particolare preoccupazione, se si considera quanto fragile sia l’area, già molto vulnerabile agli effetti dei cambiamenti climatici.

Insomma, se già la plastica in mare rappresentava un problema ben noto e non semplice da arginare, il quadro che emerge dallo studio (che pure, avvertono gli stessi autori, deve tenere in conto alcune incertezze) evidenzia come la pandemia abbia ulteriormente peggiorato la situazione. È evidente, però, che serve un cambiamento sostanziale nella gestione dei rifiuti, e un focus importante potrebbero essere quelli ospedalieri; inoltre, concludono gli autori ribadendo una necessità espressa da molti altri esperti, è necessario promuovere tecnologie innovative per una migliore raccolta, trattamento e riciclaggio dei rifiuti in plastica, così come lo sviluppo di materiali più ecologici.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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