La pillola della longevità

crediti: Sukanto DebnathUn farmaco comunemente usato per ridurre i fenomeni di rigetto nei trapianti rallenta l’invecchiamento dei topi di mezza età

La buona notizia è che in laboratorio il farmaco rapamicina aumenta la durata media di vita dei topi fino al 14%. Quella cattiva è che in ogni caso questo medicinale non potrà venire facilmente usato – a questo scopo – sull’essere umano. La rapamicina infatti è un farmaco che viene comunemente somministrato per diminuire la risposta immunitaria nelle persone che hanno subito un trapianto d’organo. Per questo motivo tende a indebolire le difese immunitarie e quindi potrebbe avere più effetti avversi che benefici.

Il dato positivo sui ratti, pubblicato sulla rivista Nature è stato ottenuto da tre laboratori distinti – l’ Health Science Center dell’Università del Texas di San Antonio, l’Università del Michigan di Ann Arbor e il Jackson Laboratory di Bar Harbor, nel Maine – che hanno eseguito in contemporanea i test sperimentali su un totale di 2000 ratti.

Il trattamento a base di rapamicina è iniziato quando i roditori erano già piuttosto vecchi – venti settimane d’età, l’equivalente di circa 60 anni nell’uomo-. La rapamicina è stata scelta dai ricercatori perché è nota avere effetti su un particolare percorso cellulare implicato anche – in ratti, mosche e vermi – negli effetti anti-invecchiamento della dieta ipocalorica, che molti studi hanno confermato essere una delle strategie più efficaci per ritardare gli effetti dell’età.

Potrebbe dunque darsi che l’effetto del farmaco sia quello di mimare un dieta povera di calorie, ma David Harrison che ha condotto la parte dell’esperimento eseguita al Jackson Laboratory non ne è così sicuro, perché nessuno dei topi ha perso peso corporeo durante gli esperimenti, e comunque la dieta ha il suo effetto maggiore se iniziata presto nel corso della vita degli animali.

Harrison comunque mette in guardia dai pericoli dell’uso nell’uomo della rapamicina: ci vorrà ancora molto prima di poter ipotizzare una sperimentazione umana. Probabilmente la soluzione sarà trovare una versione di questo principio attivo con effetti ridotti sul sistema immunitario, ma a questo punto della ricerca “io non ne farei uso e non incoraggerei nessuno a farlo,” ha dichiarato secco Harrison.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

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