CRONACA

Born to run (possibilmente scalzi)

Se vedete qualcuno fare jogging scalzo, non pensate che sia un po’ matto: potrebbe avere ragione

NOTIZIE – “Ho sempre pensato che correre scalzi fosse pericoloso, oltre che una cosa da pazzi”. Daniel Lieberman, biologo evoluzionista della Harvard University, si sbagliava. E lo ha provato a se stesso e ai milioni di appassionati di corsa nel mondo in un articolo pubblicato venerdì scorso sulla rivista Nature: correre scalzi è più sano che con le scarpe da ginnastica.

“Volevamo capire come gli esseri umani abbiano corso per milioni di anni prima che fossero inventate le scarpe da ginnastica,” racconta lo scienziato. Questo tipo di calzatura infatti è apparsa per la prima volta all’inizio del ventesimo secolo, ma si è diffusa solo negli anni ’70 del secolo scorso. Eppure l’uomo nel corso della sua storia per sopravvivere ha sempre contato sulla sua abilità di corridore. Circa 2 milioni di anni fa, i nostri antenati hanno sviluppato l’”equipaggiamento” fisiologico per una corsa perfetta: gambe lunghe, natiche possenti e strutture scattanti nel piede. Nella savana dove i nostri parenti hanno dimorato a lungo essere in grado di mantenere un’andatura veloce per lunghi tratti faceva la differenza fra catturare una gazzella e restare a pancia vuota. È dunque necessario un paio di scarpe ginniche per farsi una bella corsetta o ne possiamo tranquillamente fare a meno?

Lieberman e colleghi hanno esaminato la corsa di oltre 200 individui (con e senza scarpe) provenienti dagli Stati Uniti o dalla provincia della Rift Valley in Kenya (zona nota per i suoi corridori di grande resistenza). I corridori avevano diverse esperienze con la corsa: alcuni avevano sempre corso con le scarpe, altri erano cresciuti correndo scalzi ma ora usavano le scarpe, altri ancora avevano sempre corso a piedi nudi. Durante gli esperimenti i volontari correvano su un tapis roulant che ne misurava velocità, ritmo e impatto dei piedi sulla superficie.

“A piedi nudi si corre in modo radicalmente diverso,” spiega Lieberman. “La scarpa da ginnastica ha un tallone grosso e ammortizzato, che rende molto confortevole atterrare col piede proprio sul calcagno, per solo successivamente appoggiare il resto della pianta.”
A piedi nudi invece si tende ad appoggiare prima la parte anteriore del piede, e solo alla fine il tallone. L’impatto del tallone con la scarpa da ginnastica è traumatico. Le curve di forza misurate durante gli esperimenti mostrano un chiaro scalino: all’improvviso su questa ristretta parte del nostro corpo viene a gravare un peso che sfiora il doppio della nostra massa corporea (per la precisione da 1,5 a 2 volte il nostro peso). A piedi nudi invece le curve di potenza dell’impatto sono più dolci, attutite, e il peso che viene a gravare sul piede si aggira fra lo 0,5 e lo 0,7 della nostra massa.

Nella corsa a piedi nudi il lavoro di ammortizzazione compiuto dalla suola delle nostre scarpe da ginnastica supertecniche viene fatto invece dall’articolazione del piede che compie un movimento circolare. Ne deriva che a piedi scalzi si sollecitano di meno talloni, ginocchia, anche e schiena. Un bel vantaggio.

“L’ipotesi è che l’impatto intenso che si ha con le scarpe possa essere dannoso, e sia una delle cause di tendiniti e altre patologie a carico dell’apparato muscolo-scheletrico,” avverte Lieberman, che da qualche tempo ha preso l’abitudine di fare la sua corsa quotidiana sempre a piedi nudi.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

5 Commenti

  1. Come ex-giocatore di calcio posso dire, con cognizione di causa, che la corsa fatta con scarpe per essere efficace non deve affatto avvenire posando prima il tallone (!) e poi il resto del piede. Tra le altre consegunze, la velocità e lo scatto sarebbero enormemente frenate. Io propongo – al massimo – di insegnare a camminare a chi indossa le scarpe e vuole correre. Il tragico è ben altro: nella mia esperienza, non supera il 20% la popolazione che cammina “avvertendo” di poggiare il piede per terra. In altre parole, manca al viandante la sensazione del contatto col suolo, con la natura, con il cosmo e le sue numerose ed ignorate forze.

  2. Ma effettivamente io non ho mai visto un corridore professionista, che sia scattista o fondista, correre poggiando prima il tallone.

  3. In realtà la corsa a piede nudo è un importante mezzo allenante. Il suo utilizzo, infatti, favorisce lo sviluppo priopriocettivo i cui segnali diventano afferenze al snc per migliorare lo schema corporeo. E’ grazie ad una migliorata percezione segmentaria che si riesce a produrre un gesto motorio funzionale.

  4. Penso che il problema sia mal posto, perchè non tiene conto dell’altro arto. In altri tempi, alla televisione hanno presentato un programma di atletica, dove si sosteneva che nella corsa era opportuno appoggiare per primo il calcagno, perchè trovandosi il piede in flessione, era già pronto a distendersi, assieme al ginocchio e all’anca, per produrre il massimo della propulsione. Anche la violenza di un pugno può partire da un piede. L’appoggio della punta, col piede in estensione, costringe il muscolo gastrocnemio a rimanere contratto per fungere da ammortizzatore, mediante la tensione del tendine di Achille, con spreco di energia e ritardo per la successiva contrazione. Il meccanismo andrebbe approfondito mediante riprese al rallentatore e con uno studio comparato con le protesi usate dal velocista australiano. Bisogna inoltre distinguere fra scatto, corsa e marcia. In linea di massima è privilegiato chi riesce a mantenere sempre allo stesso livello il proprio baricentro, perchè sollevare anche di soli pochi centimetri il proprio peso, dopo 40 chilometri significa aver sollevato diversi quintali. Bisogna tenere sotto controllo la postura, il movimento delle anche e la giusta flessione dell’arto di appoggio. Non credo tuttavia che l’uomo sia stato programmato per la corsa, e tantomeno per il nuoto. Al massimo poteva sperare di andare per rane e per lumache, o di raccogliere bacche ferme sui cespugli. Per il resto ha provveduto col cervello e con le mani, oltre che con l’organizzazione sociale. Le olimpiadi sono nate grazie al benessere già raggiunto, quando la pancia era già piena.

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