AMBIENTESALUTE

Immondizi@ 2.0

Guiyu, in Cina

La chiamano “e-waste”, ed è l’immondizia tecnologica del nuovo millennio.

AMBIENTE, SALUTE – Gordon Moore, co-fondatore di Intel, già negli anni Sessanta teorizzò che le prestazioni dei processori raddoppiano ogni diciotto mesi, il che significa, in sostanza, che se state leggendo questo articolo da un computer acquistato più di un anno e mezzo fa, state utilizzando un dispositivo obsoleto. Ne deriva poi il fatto che il mercato si è adeguato a tale assunto, rendendo la tecnologia, a parità di prestazioni, sempre meno costosa, stimolando l’acquisto a discapito della riparazione. Spesso, infatti, è più conveniente sbarazzarsi del vecchio televisore/telefonino/lettore Mp3 e comprarne uno nuovo, piuttosto che ripararlo.

Questa logica ha portato a una domanda inevitabile: che farsene degli hardware rottamati? Sì, perché anche se il mondo tecnologico appare sempre più immateriale, per farlo funzionare c’è pur sempre del metallo, dei cavi, della plastica, e decine e decine di altri elementi tutt’altro che virtuali.

Ora un rapporto dello United Nations Environment Programme (UNEP), intitolato “Riciclaggio – dall’e-waste alle risorse”, ha fatto il punto della situazione sui rifiuti derivanti dallo smaltimento di prodotti tecnologici, in inglese “e-waste”. Lo studio ha esaminato soprattutto i paesi emergenti, in particolare la Cina, l’India, il continente africano e l’America latina, dove il problema è particolarmente grave. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, se non si elaborerà un’azione decisa per migliorare lo smaltimento di questo tipo di immondizia, ci saranno gravi conseguenze globali per l’ambiente e per la salute.

Si prevede che entro il 2020 l’immondizia derivata dai computer obsoleti in Cina e in Sud Africa crescerà del 400% in più rispetto ai livelli del 2007, mentre in India crescerà addirittura del 500%.

In Cina, in particolare, ci sono interi villaggi che si occupano di smaltire “in casa” i vecchi componenti informatici, per recuperare principalmente l’oro e il rame, contenuti in minima parte. Per farlo, spesso bruciano in discariche improvvisate montagne di rifiuti, e questo provoca pericolosi fumi tossici. La Cina è il secondo paese al mondo per ammontare di e-waste: 2,3 milioni di tonnellate stimate per il 2010, e globalmente questo tipo di rifiuti cresce di circa quaranta milioni di tonnellate l’anno.

Il Direttore esecutivo dell’UNEP, Achim Steiner, sottolinea che non è solo la Cina a dover affrontare la sfida dei rifiuti; anche l’India, il Brasile, il Messico e molti altri devono affrontare il problema, ma da soli non ce la potranno fare. Occorre infatti pensare a un programma globale di smaltimento, che potrebbe portare a notevoli benefici: oltre a frenare l’emissione di gas serra e l’insorgenza di malattie, si riutilizzerebbero metalli altrimenti provenienti da miniere (spesso altamente inquinanti), creando nel contempo posti di lavoro dignitosi ed eco-compatibili.

Ogni anno, infatti, il tre percento di tutto l’oro e l’argento estratto dalle miniere del mondo serve alla fabbricazione di cellulari e personal computer, che utilizza anche il tredici percento di palladio e il quindici percento di cobalto globale.

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