SALUTE

Virus e virologia senza frontiere

SALUTE – Sul prato dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Tre Venezie a Legnaro, vicino a Padova, martedì la virologa Ilaria Capua ha brindato con un bicchiere di bianco frizzante a due container bianchi, che compongono un laboratorio attrezzato per prelevare campioni da animali di allevamento e diagnosticare la presenza di patogeni (virus ma non solo) che possono infettarne altri, noi compresi, senza rischi di contaminazione. Prima dell’estate arriverà un terzo modulo, “di sostegno”, dove ci saranno il generatore, il carburante e la riserva d’acqua per un’autonomia di due mesi.

Il lab si può smontare, caricare su un aereo o una nave, e mandare insieme a tre o quattro specialisti in un paese del terzo mondo, dove caricarlo su un camion e rimontarlo sul campo seguendo le istruzioni del manuale. Come un mobile dell’Ikea. Non c’è un posto per dormire, presumo che i ricercatori lo facciano nel camion.

È il primo laboratorio del genere. Alle autorità locali potrà fornire le informazioni necessarie per decidere come arginare un’epidemia e, volendo, formare del personale specializzato. Finanziato in gran parte dalla fondazione Monte dei Paschi di Siena, deve trasferire il sapere dove serve, non importa se in Italia o in Indonesia. Realizza un’idea cara a Ilaria Capua, detta in USA “la mente rivoluzionaria” anche se di solito agli estranei lei si presenta come “veterinaria del servizio pubblico”. Il servizio pubblico lo intende senza confine di nazioni o di specie e di brevetti, come i virus che combatte. Perciò negli USA dove la sanità pubblica è dura da concepire, l’hanno decretata “mente rivoluzionaria“.

Una svolta, dopo mezzo secolo

Ho visitato il lab da camion,  e quello molto più grande di Ilaria C., dopo la conferenza internazionale in cui sono stati presentati i risultati dei progetti europei contro le influenze aviarie (e non solo) conclusi nel 2009 e quelli varati quest’anno. I primissimi erano nati con il Mercato Comune per facilitare le esportazioni tra i vari paesi di quella che sarebbe diventata l’Unione. All’epoca bisognava unificare standard, procedure, norme di sicurezza, ha ricordato Isabel Minguez Tudela della DG Ricerca della Commissione Europea. Come oggi con i paesi che hanno raggiunto l’Unione da poco. Fatto questo, resta il lavoro mai finito di rafforzare la sorveglianza, la prevenzione e anche la “gestione di focolai umani”.

Le iniziative di quest’anno sono accomunate dal motto “One Health”, con grande soddisfazione di Ilaria C. Da anni, lei proclama urbi et orbi, cioè alle tre organizzazioni dell’Onu per la salute animale (OIE), per quella umana (Oms) e per l’agricoltura e l’alimentazione (Fao), e in ogni sede nazionale e internazionale che la salute è una sola. Almeno da queste parti, veterinari e medici cominciano a lavorare di concerto, finalmente.

L’Unione fa la scienza

Si sente spesso dire peste e corna di Bruxelles, ma a volte fa la cosa giusta e alla conferenza l’ha dimostrato con i suoi dati il virologo nigeriano, Tony Joannis. Nel suo paese ci sono 140 milioni abitanti e ancora più polli. Quando c’è stato la prima infezione di aviaria da H5N1 (quella letale per sette persone infette su dieci) nei primi mesi del 2006, non c’era nessuno in grado di occuparsene. Anche perché in tutta l’Africa non c’era mai stata un’influenza aviaria. Con il progetto europeo FluTrain, è venuto a formarsi a Legnaro, rientrato a casa ha formato altri a sua svolta e a Vom, dove c’è l’Istituto nazionale di veterinaria, il governo federale nigeriano ha costruito un laboratorio che, dalle foto, pare ben attrezzato. Oggi è diventato quello di riferimento per altri 24 paesi africani.

A ricambiare le conoscenze ricevute, Tony Joannis e i suoi colleghi hanno in pubblicazione una ricerca in cui hanno rintracciato l’origine di alcune infezioni in uccelli migratori. Così i paesi sulla loro rotta sapranno quali tenere sotto sorveglianza per identificare nuove forme del virus.

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Come si può vedere dai link alle organizzazioni dell’Onu, noi dell’influenza aviaria ci siamo scordati, ma nei paesi poveri fa ancora vittime.

4 Commenti

  1. Il FluTrain di Ilaria Capua mi ricorda le Petit Curie di Marie Curie, automobili attrezzate con apparecchi a raggi X per aiutare i medici negli ospedali di campo al fronte durante la Prima guerra mondiale.

  2. Anche a me, e gliel’ho detto!Ma il paragone non regge fino in fondo perché Ilaria C. non potrà farsi dare il cambio alla guida da sua figlia (che va all’asilo…)
    s.

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