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Perché una Giornata mondiale dell’acqua?

Nel mondo da diciassette anni ogni 22 marzo si celebra l’acqua, un bene essenziale, ma che sta diventando sempre più un lusso

SPECIALE ORO BLU – Era il 1992 quando, durante la Conferenza delle Nazioni Unite su Clima e Sviluppo (UNCED) di Rio de Janeiro, si decise di istituire una giornata dedicata al tema dell’acqua. Venne scelto il 22 marzo quale data per ricordare alla popolazione mondiale le raccomandazioni dell’Onu contenute nel capitolo 18 dell’Agenda 21, riguardanti, appunto l’acqua come risorsa per l’umanità.

In sostanza, l’organizzazione internazionale invita i governi, le associazioni e i cittadini a riflettere sull’uso e sul consumo delle risorse idriche stimolando iniziative specifiche sull’argomento, adatte ai vari contesti nazionali.

Ma perché affannarsi tanto a evidenziare un tema così apparentemente banale? In fondo siamo noi stessi acqua, nel nostro corpo è presente in una quantità che varia dal 60 e il 70%, la beviamo quotidianamente, ci laviamo, cade dal cielo, la ritroviamo nei laghi, nei fiumi e quando tiriamo lo sciacquone. È proprio perché la percepiamo come un elemento ovvio che forse vale la pena, almeno una volta all’anno, soffermarci a guardare la realtà globale, per renderci conto che purtroppo niente è scontato, tanto meno l’acqua.

Per molti Paesi l’accesso all’acqua potabile è un vero e proprio lusso; la sua mancanza è alla base di emergenze sanitarie e conflitti armati, con conseguenze a livello globale sull’economia, sulla società e sugli equilibri politici. Diarrea, colera, dissenteria, tifo, epatite, poliomielite, tenia: queste sono solo alcune delle conseguenze direttamente imputabili alla mancanza di acqua pulita nelle regioni più povere dell’Africa e dell’Asia. Le Nazioni Unite stimano in due milioni le persone, soprattutto bambini sotto i cinque anni, che muoiono ogni anno a causa della mancanza d’acqua, e una cifra incalcolabile di debilitati. Gli ultimi dati a disposizione, risalenti al 2005, registrano una presenza di circa mezzo miliardo di persone in nazioni con gravi carenze idriche, una cifra destinata a raggiungere i 2,4 o i 3,4 miliardi entro il 2025 solo nel Nord Africa e in Asia Occidentale. E poi chiediamoci come mai tanti immigrati “invadono” le nostre strade.

Se non è ancora chiaro che un problema globale non conosce i confini nazionali, pensiamo che nel mondo la stima di crescita produttiva di cibo nel 2030 sarà del 60% rispetto a quella del 2000; ciò comporta un aumento del 14% di acqua solo per irrigare i campi.

Circa il 96% dell’acqua dolce ghiacciata si trova ai due Poli terrestri, e il 4% rimanente è distribuito sui vari ghiacciai, che, notoriamente, si stanno drasticamente e velocemente sciogliendo. Dal momento che in genere l’umanità trova scomodo abitare sul ghiaccio, la maggior parte dell’acqua dolce utilizzata è ricavata dai fiumi, dai laghi e dal sottosuolo; per farlo c’è però bisogno di opere di ingegneria, quindi di risorse economiche, quindi di una situazione politica stabile in grado di garantire un approvvigionamento sufficiente alla popolazione. È perciò fin troppo banale collegare l’importanza del controllo delle risorse idriche con gli equilibri nazionali e internazionali, non solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche nell’industrializzato Occidente. A ben vedere un consumo consapevole dell’acqua non è una pratica chic, ma semplicemente una forma di sopravvivenza.

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