POLITICA

L’Aquila: l’università e la ricerca un anno dopo

La ripresa record della didattica, la ricerca che arranca ma non si ferma, un cantiere di idee per la ricostruzione. Ma anche studenti senza alloggi e una città intorno che stenta a ripartire. Un’inchiesta di OggiScienza a un anno dal terremoto.

POLITICA – Didattica? Bene. Ricerca? Così così. Servizi per gli studenti? Malissimo. A un anno dal terremoto che, la notte del 6 aprile 2009, ha distrutto il centro dell’Aquila (e diverse località vicine), OggiScienza ha cercato di capire come stanno andando le cose all’ateneo del capoluogo  abruzzese. L’impressione, confermata da numerose interviste a docenti e studenti (soprattutto di facoltà scientifiche), è che, pur in mezzo a enormi disagi e non senza conflitti, tutti si siano rimboccati le maniche e abbiano rimesso in moto in tempi record la didattica e, almeno in parte, la ricerca. Dopo tanta fatica, però l’università rischia di non avere futuro, se non si trova una soluzione alla drammatica carenza di alloggi e servizi per gli studenti. E se non si ricostruisce il centro, cuore pulsante della città .

“Le attività didattiche sono riprese subito e bene; non abbiamo perso sessioni di esami o di laurea”, dichiara Michele Di Biase, studente di informatica e membro del direttivo del sindacato studentesco Udu (Unione degli studenti). Ovviamente, con il 100% delle sedi universitarie inagibili, questo è stato possibile al costo di profonde riorganizzazioni. In un primo momento le lezioni sono state improvvisate in tenda, poi i corsi di laurea si sono trasferiti, non senza tensioni e disagi per la difficoltà dei trasporti, in strutture messe a disposizione nel resto d’Abruzzo o anche fuori regione.

Fondamentale nelle primissime fasi post terremoto è stata la rete: Internet ha permesso alla comunità di studenti e di docenti di ritrovarsi e di comunicare, come racconta Debora Amadori, ricercatrice del Dipartimento di matematica.

Ascolta il racconto di Debora Amadori

Amadori parla anche della realizzazione di una piattaforma web di e-learning, in cui i vari docenti potevano caricare i materiali delle lezioni. “Un’ottima idea, che in molti casi ci è stata di aiuto”, commenta Di Biase. “Non tutti i professori, però, si sono dimostrati disponibili a utilizzarla, e spesso bisognava sollecitarli”.

Di fatto, comunque, ci si è arrangiati a lavorare e a studiare, mentre all’Aquila si cominciava a ristrutturare, grazie anche ai 70 milioni di euro stanziati dal Ministero della pubblica istruzione e della ricerca (e ai rimborsi di alcune assicurazioni). In alcuni casi i lavori sono stati più “leggeri”: uno degli edifici del polo scientifico di Coppito, per esempio, è stato rimesso a nuovo in pochi mesi. In altri casi, invece, si sono dovute cercare nuove soluzioni: è accaduto alla facoltà di lettere, ora dislocata in un capannone industriale alla periferia ovest della città. Ed è accaduto anche per molti laboratori didattici di scienze: solo la prossima settimana verrà inaugurato un nuovo polo laboratoriale indipendente per esercitazioni biologiche e chimiche.

E la ricerca? Qui molto è dipeso dalla “fortuna” dei singoli gruppi. Subito dopo il terremoto la maggior parte si è organizzata trovando ospitalità altrove: lo racconta anche Anna Maria Teti, ricercatrice Telethon del dipartimento di medicina sperimentale, dove dirige un gruppo di ricerca sulla biopatologia dell’osso.

Ascolta il racconto di Anna Teti

Teti è rientrata presto nel proprio laboratorio, ma non sempre è andata così: a chimica, per esempio, molti sono ancora senza sede fissa.

La ricerca, poi, non ha bisogno solo di strutture, ma anche di strumentazioni, reagenti, campioni da analizzare. “Chi lavora in ambito biomedico ha perso tutti i reagenti e i campioni”, racconta Rodolfo Ippoliti, vicepreside della facoltà di biotecnologie. C’è chi ha visto sfumare il lavoro di anni e tutti devono ricomprarsi i reagenti. Nessuno, però, ha previsto finanziamenti a questo scopo: il Ministero li ha stanziati solo per le strutture e non per la ricerca. E a farne le spese sono anche gli studenti di dottorato, costretti a interrompere o a ritardare l’attività in un momento fondamentale per un’eventuale carriera da ricercatore. La soluzione? Fai da te. “Si cerca di mandarli il più possibile all’estero”, dice Ippoliti, “ma anche per questo non ci sono fondi dedicati”.

Nonostante le mille difficoltà, però, la ricerca non si è mai fermata del tutto: il gruppo di Teti, per esempio, ha già sottoposto a riviste scientifiche un paio di nuovi articoli, mentre il dipartimento di informatica ha vinto due progetti di ricerca europei sulle ICT. E ancora: due ricercatori aquilani erano tra le firme di un articolo pubblicato pochi giorni fa su Nature in cui si annunciava il sequenziamento del genoma del tartufo nero.

Insomma, un impegno a tutto campo, che si è tradotto in un premio da parte degli studenti. In molti si aspettavano un crollo delle iscrizioni per l’anno accademico post terremoto, che invece tutto sommato non c’è stato. Se nel 2008/2009 gli iscritti ai corsi di laurea erano 23.235, in quello successivo sono stati 21.647. Forse ha inciso il fatto che l’iscrizione era gratuita (a meno di una piccola tassa regionale, di circa 90 euro) e lo sarà per i prossimi tre anni, e c’è anche chi, come Di Biase, sostiene che le fila dei nuovi immatricolati siano ben alimentate anche da iscritti a seconde lauree, ma è un dato di fatto che quest’anno l’Università ha retto. C’è il rischio, però, che il futuro sia meno roseo del presente. Perché, come hanno confermato tutte le voci sentite da OggiScienza e come dimostrano anche alcune prese di posizione del rettore, Ferdinando di Orio, la situazione logistica per gli studenti, a un anno dal sisma, è ancora insostenibile.

Prima di tutto i ragazzi non hanno dove dormire. I posti letto pubblici sono 291, tutti all’interno dell’ex scuola Reiss Romoli, che ospita anche rettorato e facoltà di economia. I 16 milioni di euro stanziati dal Ministero della pubblica istruzione per la realizzazione di una nuova casa dello studente sono fermi in Regione e la situazione non si sblocca. La casa dello studente realizzata dalla Regione Lombardia è già al centro di polemiche giudiziarie; “Per di più, è stata data in gestione alla Curia per cui quei posti letto non vengono assegnati in base alle graduatorie pubbliche dell’Adsu (Azienda per il diritto agli studi universitari)”, afferma Michele Di Biase. A marzo, infine, avrebbero dovuto essere assegnati 444 posti presso l’ex Caserma Campomizzi, che però è ancora occupata da cittadini aquilani in attesa di ricevere una nuova abitazione nell’ambito del progetto C.A.S.E. “Non intendiamo affatto metterci contro i residenti, ma rimane il fatto che anche per noi non ci sono posti”, commenta il rappresentante Udu. E anche la soluzione privata è poco praticabile: le case disponibili sono poche e gli affitti elevati.

E non è tutto: gli studenti hanno pochissimi posti dove mangiare (le mense sono ridotte all’osso; quella principale è ancora in una tensostruttura), non hanno aule studio, non hanno luoghi di incontro e socializzazione. “Il problema grosso è che il centro dell’Aquila non c’è più”, afferma Giuseppina Pitari, docente della facoltà di biotecnologie e membro dell’osservatorio universitario permanente sul terremoto. E L’Aquila era una città profondamente “centripeta”. Nel centro c’erano tutte le istituzioni, le attività commerciali e artigianali, i locali per il divertimento, le case (di residenti e studenti), le biblioteche, le chiese. Adesso non c’è più niente. “Tra le prossime attività dell’osservatorio abbiamo in programma un libro in cui si racconti finalmente la verità sul’Aquila. E cioè che non siamo una new town. Siamo una no town”, insiste Pitari. “Se non si ricostruisce il centro della città, il suo tessuto sociale, la città muore. E muore pure l’Università, nonostante tutto quello che è stato fatto finora”.

La richiesta d’aiuto è forte e chiara. Come dire: “noi dell’Università – docenti e studenti – abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Adesso tocca ad altri costruire il futuro della città”. Le idee non mancano. Paola Inverardi e alcuni colleghi hanno addirittura pensato a un cantiere di proposte. L’idea principale di Inverardi, infatti, è quella di trasformare L’Aquila in un enorme laboratorio sperimentale, che possa attirare l’attenzione di tutta la comunità scientifica nazionale. “Dobbiamo ricostruire una città completamente nuova. Perché non immaginarcela con il suo patrimonio storico, ma con le caratteristiche e attrattività di una città del 2050, per esempio con sistemi energeticamente efficienti, sistemi resources-aware e così via? Il punto è che o in questo disagio emergono elementi di attrazione e di interesse oppure siamo destinati a far prevalere il disagio”.

Ascolta la proposta di Paola Inverardi

Perché questo non succeda, perché L’Aquila torni a volare, qualcuno deve ancora darsi molto da fare.

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

5 Commenti

  1. Buonasera.
    Pur condividendo le posizioni espresse nell’articolo, tengo a precisare che l’edificio di Coppito 1, presso il quale lavoro dal 2001, prima come dottorando, poi come post-doc e ora come assegnista di ricerca, è stato sì messo a posto per primo perché risultato il meno danneggiato, tuttavia è stato anche uno stabile utilizzato per ospitare professori e colleghi, sia universitari che esterni, rimasti senza sede. Tale sovraffollamento ha necessariamente richiesto una profonda riorganizzazione del lavoro e degli spazi disponibili. Fenomeno, questo, che ha rallentato le attvitià di ricerca e didattica (tesi e tirocini) svolti in tali spazi. A questo va aggiunto che il ripristino del funzionamento di un ascensore è stato portato a termine da una settimana, ossia a distanza di 12 mesi dal terremoto che ha devastato la mia città.
    Il ripristino di un ascensore sembra poca cosa ma provate a immaginare cosa significa dover trasportare una bombola di gas compresso, a mano, per le scale piene di studenti, cosa significa essere costretti a tenere il contenitore di azoto liquido dietro le macchinette del caffè al piano terra, frequentate da ragazzi e ragazze.
    Insomma, ciò che vorrei si comprendesse è che la ricerca e la didattica non si sono fermate soprattutto grazie a uno sforzo immane messo in atto dal personale strutturato e non strutturato, il quale, nonostante le immense difficoltà, con grande spirito di sacrificio e di attaccamento al lavoro ha continuato a dare il possibile e l’impossibile per far sì che l’università, motore primo del nostro territorio urbano, non si spegnesse.

    Stefano Falone
    Ricercatore precario

    1. Gentile Stefano Falone, la sua testimonianza è preziosa e spero tanto stimoli anche altri, che come lei questa situazione la vivono sulla pelle, a raccontarci la loro esperienza.
      Ancora grazie,
      Federica Sgorbissa

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