AMBIENTECRONACA

Un mostro per amico

Lo spiaggiamento di capodogli nei pressi del lago di Varano (Foggia) avvenuta lo scorso dicembre ha colpito l’opinione pubblica, che ha dimostrato la propria empatia per la loro sorte. Ma è sempre stato così? Ne parliamo con Giovanni Bearzi, biologo marino e presidente dell’Istituto Tethys, che – assieme ai suoi collaboratori – ha recentemente pubblicato un articolo scientifico sull’argomento

AMBIENTE – Mattina brumosa di metà dicembre 2009. Sette capodogli vengono trovati spiaggiati sulla costa garganica, nei pressi del lago di Varano (Foggia). Due animali sono inizialmente ancora vivi, agonizzanti. Moriranno qualche giorno dopo il ritrovamento, nonostante i molteplici tentativi di salvarli. Molti i curiosi e i fari accesi dei media. Gli esperti brancolano nel buio, difficile dare una causa certa all’evento. Intanto cresce una generale impressione di cordoglio. Non è forse un caso che il ministro Prestigicomo affermi ‘l’eutanasia era impossibile’, quasi si trattasse di esseri umani. Ed è proprio all’emergere di questa diffusa sensazione di compassione che pongono la loro attenzione Giovanni Bearzi e i suoi collaboratori in un articolo pubblicanto recentemente su Aquatic Conservation.

Giovanni, qual’era lo scopo del lavoro e come mai dei biologi marini hanno pensato di svolgere questo tipo di studio?

Silvia Bonizzoni ed io siamo andati a Foce Varano un po’ da turisti, per vedere i capodogli e renderci conto della situazione, al di là delle notizie contraddittorie che circolavano nel periodo immediatamente successivo allo spiaggiamento. C’erano già molti esperti in zona, accorsi per effettuare le dissezioni e prelevare campioni. Noi dell’Istituto Tethys in genere non ci occupiamo di cetacei spiaggiati e di certo non volevamo interferire.
Tuttavia, la notte successiva alla prima ricognizione non riuscivo ad addormentarmi. Qualcosa mi aveva colpito, anche se non sapevo focalizzare di cosa si trattasse. All’epoca non potevo camminare per via di un problema alla gamba, ma Silvia — che aveva percorso a piedi tutta la spiaggia e filmato gli animali morenti — mi aveva riferito di uno strano atteggiamento da parte delle persone. A un certo punto, verso le 4 del mattino, mi resi conto che questo aspetto meritava di essere adeguatamente documentato. Presi il telefono e chiamai Nino Pierantonio, un collega di Tethys, chiedendogli se poteva precipitarsi sul posto. Alle 8 del mattino successivo Silvia e Nino erano già sulla spiaggia a fare interviste, sulla base di un semplice protocollo che avevo redatto durante la notte.
Si è quindi trattato di uno studio improvvisato, svolto sulla base di una curiosità e di una intuizione. Abbiamo poi scoperto che indagini di questo tipo non erano mai state svolte prima di allora. Intervistare le persone direttamente sul luogo di uno spiaggiamento di massa per studiarne le reazioni ed interpretarne le emozioni era un nuovo modo per studiare un fenomeno tanto interessante quanto poco approfondito.

I risultati evidenziati erano prevedibili o c’è stato qualcosa che vi ha colpito particolarmente ?

Che l’atteggiamento delle persone nei confronti degli animali e del mondo naturale fosse in fase di rapido cambiamento era un fatto noto. Tuttavia, la magnitudine di tale cambiamento non è stata molto studiata, meno che mai dalle nostre parti. Il lavoro pubblicato su Aquatic Conservation mostra che per almeno cinque secoli i capodogli spiaggiati vivi, in massa o singolarmente, sono stati invariabilmente visti come mostri marini e risorse da sfruttare. Fino agli anni ’70 gli animali venivano accolti a colpi di arpione, accetta, fucile, cannone o mitragliatrice. Esistono resoconti impressionanti di capodogli e altri cetacei macellati mentre erano ancora vivi. A nessuno veniva in mente che questi animali potessero soffrire, figuriamoci provare dei sentimenti. Si trattava di orrendi mostri che potevano venire utili per ricavarne olio combustibile o altre risorse. Poi è successo qualcosa e nel giro di pochi anni l’atteggiamento è cambiato — al punto che molte delle persone da noi intervistate nel Gargano descrivevano lo spiaggiamento come una tragedia e riferivano sentimenti come cordoglio, tristezza e dolore. Alcuni non riuscivano a trattenere le lacrime. Tutti volevano che i capodogli venissero salvati.

A che cosa è ascrivibile il mutamento delle attitudini emotive umane verso i grandi cetacei ?

Le informazioni sempre più precise su questi animali e le bellissime immagini di cetacei pubblicate sulle riviste e mostrate nei documentari hanno sicuramente contribuito ad aumentare l’apprezzamento del pubblico, riducendo l’antipatia verso animali non più percepiti come mostri. La ricerca scientifica ha alimentato questo processo attraverso la scoperta dei canti delle megattere, la documentazione delle notevoli capacità cognitive dei delfini, la descrizione delle migrazioni oceaniche delle balene e di numerosi altri aspetti affascinanti del comportamento dei cetacei. I documentari televisivi hanno iniziato a raffigurare balene e capodogli come animali pacifici e innocui, altamente evoluti e intelligenti. L’apprezzamento è stato ulteriormente rafforzato da splendidi libri divulgativi e da foto e video mozzafiato che ritraggono i cetacei nel loro ambiente naturale. Anche le campagne per i diritti degli animali e le organizzazioni ambientaliste hanno svolto un ruolo importante per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni. Come conseguenza di questi e altri fattori, invece che subire un cambiamento progressivo, la risposta allo spiaggiamento di grandi cetacei ha visto una svolta straordinaria negli anni ’70 e ’80 — svolta dettata da una maggiore consapevolezza, da un utilizzo ormai limitato o nullo dei cetacei come risorsa, e dall’emergere della “biofilia”, l’innata tendenza dell’uomo a provare interesse e amore per la natura, ben descritta dal biologo E.O. Wilson. Vanno anche ricordate le pressioni nazionali e internazionali che hanno portato alla tutela giuridica dei cetacei, avvenuta in Italia nel 1980.

È quindi una storia a lieto fine o c’è ancora molto da fare ?

La storia sottolinea l’esistenza di sentimenti compassionevoli che, qualora risvegliati e alimentati, potrebbero portare a un atteggiamento diverso nei confronti del mondo naturale, e quindi della sua conservazione. Il problema è che al momento sembra esserci ben poco interesse nei confronti di questo processo. Sono particolarmente in voga programmi televisivi che, neanche fossimo nel medioevo, ritraggono gli animali selvatici come creature intente solo a distruggere, azzannare, pungere o stritolare. E’ ancora lontana l’idea che gli animali — belli o brutti che possano sembrarci — sono amici che condividono le nostre stesse esigenze di base. Ancora più lontana la consapevolezza che siamo noi stessi degli animali e che le somiglianze con i nostri cugini sono a volte più sorprendenti delle differenze (si legga ad esempio “La scimmia che siamo: il passato e il futuro della natura umana” di Frans De Waal). Tuttavia, il caso dei capodogli di Foce Varano indica che questo tipo di consapevolezza si sta sviluppando e che a volte il cambiamento può essere imprevedibilmente rapido — anche se certo non rapido abbastanza da scongiurare il declino o la scomparsa di intere popolazioni e specie animali.

E infine… ad oggi si sa qualcosa su quali siano state le cause dello spiaggiamento ?

Non so se al momento sia possibile fare delle ipotesi sulle cause di morte. Un altro nostro lavoro in corso di stampa mostra che in Adriatico si sono sempre verificati spiaggiamenti di capodogli vivi. Le cause di tali spiaggiamenti possono essere tante, e di certo nel 1600 non si facevano prospezioni petrolifere o trivellazioni, né esisteva la plastica. Autorevoli colleghi sono ancora al lavoro per identificare le ipotesi più verosimili che possono aver provocato o contribuito a provocare lo spiaggiamento di Foce Varano. Io non sono in grado di pronunciarmi, ma sono convinto che non sia necessario andare a cercare collegamenti ancora remoti fra l’impatto delle attività umane e il danno per i cetacei, quando esiste una dovizia di casi in cui il nesso è chiaro. Meglio quindi dedicarsi alla denuncia dei casi certi e ben documentati, senza voler trovare a tutti i costi la notizia e sollevare il clamore. Ad esempio, lanciare allarmi come quello della plastica nello stomaco serve solo a confondere le idee a un pubblico che le ha già poco chiare. Quanto alle ipotesi sui rumori causati da varie attività umane, di certo tali rumori non sono graditi ad animali che vivono in un mondo di suoni e ad esso affidano la propria soppravvivenza. Tuttavia, affermare che i capodogli di Foce Varano sono morti per quel motivo richiederebbe un’evidenza scientifica della quale al momento non sono a conoscenza. Forse si tratta solo di avere pazienza e di non voler trovare delle risposte a tutti i costi, o prima del tempo.

Articoli di riferimento:

– Bearzi G., Pierantonio N., Bonizzoni S., Notarbartolo di Sciara G., Demma M. 2010. Perception of a cetacean mass stranding in Italy: the emergence of compassion. Aquatic Conservation: Marine and Freshwater Ecosystems. DOI: 10.1002/aqc.1135
– Bearzi G., Pierantonio N., Affronte M., Holcer D., Maio N., Notarbartolo di Sciara G. In stampa. Overview of sperm whale Physeter macrocephalus mortality events in the Adriatic Sea, 1555–2009. Mammal Review.

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