AMBIENTE

La carta d’identità del Mediterraneo

Uno studio  pubblicato su PLoS One censisce la biodiversità del Mare Nostrum

AMBIENTE – Jacques Cousteau, l’indimenticabile oceanografo e pioniere subacqueo, non fu grande profeta quando negli anni Sessanta dichiarò che il Mediterraneo si sarebbe ridotto a una palude senza vita entro la fine del secolo. I problemi certamente c’erano e ci sono ancora oggi; dall’inquinamento da idrocarburi, al degrado degli habitat costieri, al cambiamento climatico e l’arrivo di nuove specie eppure lo studio pubblicato su Plos one “La biodiversità in Mediterraneo”, al quale hanno collaborato alcuni ricercatori italiani, rivela che questo mare tanto povero non è. Sono infatti 16 mila le specie presenti tra fauna e flora. Gli autori, nelle fasi preliminari del lavoro, erano stati “cauti”: si aspettavano di trovare 8-12 mila specie. E rispetto al 1992, quando venne effettuato un censimento simile, il numero è aumentato e a tutti gli effetti stiamo assistendo a una tropicalizzazione del Mediteranno.

Alcuni nomi a molti diranno poco o nulla. Nelle acque del Mediterraneo vivono 165 specie diverse di cianobatteri (batteri fotosintetici procarioti), 673 di dinoflagellati (alghe microscopiche) e più di 600 specie di Foraminiferi (protozoi eucarioti).

Il regno delle piante conta 854 specie, la maggior parte delle quali appartengono al gruppo tassonomico Rhodophyta (657), note come alghe rosse anche se il simbolo verde del Mediterraneo è la Posidonia oceanica, presente unicamente in questo mare (specie endemica); ricopre circa il 3% dei bassi fondali di questo bacino che rifornisce di prezioso ossigeno. A farla da padroni sono gli animali con quasi 12 mila specie. Dalle spugne (681) ai platelminti (1000) dai crostacei (2239) agli echinodermi (154) ai pesci (650) e agli uccelli, pochi in verità con una dozzina di specie e con popolazioni mai significativamente numerose.

Il numero di specie di elasmobranchi è molto interessante; 80 delle 650 specie di pesci sono squali o razze. Le cattive notizie riguardano però il livello di protezione di questi animali. A essere protette sono lo squalo bianco, il cetorino e la mobula. Il primo, lo squalo per antonomasia, è in drastica riduzione in tutto il suo areale di distribuzione. Ritenuto comune in tutto il Mediterraneo fino agli anni trenta del secolo scorso, compreso il golfo di Trieste, è oggi ridotto a pochi esemplari, uno dei quali, una femmina immatura di 1,5 metri di lunghezza, è stata pescata poche settimane fa in Sicilia. Anche il cetorino, uno squalo che può raggiungere e superare gli 8 metri, finisce spesso nelle reti dei pescatori come cattura accessoria (by-catch).

Infine ci sono i mammiferi; dalla sempre più rara foca monaca, di cui ci sono stati sporadici avvistamenti negli ultimi mesi lungo le nostre coste, ai cetacei che sono presenti con 9 specie. Il Mediterraneo ospita una popolazione residente e geneticamente separata da quella atlantica di balenottera comune. 14 sono le specie occasionali, ovvero che visitano il nostro mare sporadicamente. I più attenti si ricorderanno la Balena grigia che sguazzava davanti alle coste d’Israele e la Megattera che a lungo ha frequentato le coste della Slovenia.

E le profondità cosa nascondono? Nessun mostro marino come il leggendario Kraken ma 20, forse 30 specie abissali di pesci, più abbondanti a Est dove ci sono le profondità maggiori. Sono rari gli endemismi ed è elevata l’affinità genetica con le specie del vicino oceano Atlantico; in realtà degli abissi si conosce davvero ben poco vista la profondità media del Mediterraneo e la difficoltà di osservare ambienti così profondi.

La fotografia di questo studio è quella di un Mediteranno con una biodiversità in continuo cambiamento: il fenomeno delle specie aliene che qui trovano un luogo ideale per riprodursi a scapito delle specie autoctone è in aumento. Sono 116 quelle che sono arrivate dal canale di Suez, dalle acque calde e ricche di vita del vicino Mar rosso e dell’oceano Indiano.

2 Commenti

  1. Quella di Cousteau voleva essere una provocazione e un campanello d’allarme piu’ che una convinta previsione

  2. Ovviamente Alberto, il mio era un tributo all’uomo che ha fatto più di tutti per studiare e far amare alle persone il Mediterraneo. Il senso del mio attacco era questo; già quaranta anni fa qualcuno lanciava campanelli d’allarme che sembrano essere però rimasti inascoltati.
    Se fosse stata una convinta previsione ne avrebbe sofferto lui per primo.

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