mercoledì, Dicembre 19, 2018
SALUTE

Qualche precisazione sul vaccino HIV

SALUTE – La pubblicazione dei risultati della sperimentazione sul vaccino anti HIV a base di proteina Tat, condotta dal gruppo di Barbara Ensoli dell’Iss, ha suscitato nei media molti entusiasmi. Ma è ancora presto per cantare vittoria.

La notizia non è delle più fresche, ma vale la pena riprenderla a freddo dopo qualche giorno. Parliamo del famoso vaccino Tat contro l’HIV sviluppato dal gruppo di ricerca dell’immunologa Barbara Ensoli dell’Istituto superiore di sanità. Una decina di giorni fa, la rivista PLoS One ha pubblicato un articolo in cui Ensoli e colleghi riportano i risultati di uno studio clinico di fase II su questo vaccino. I risultati sembrano effettivamente promettenti, e diversi mezzi di comunicazione non hanno esitato a riferire con enfasi la notizia, applaudendo al funzionamento del vaccino. Insieme agli entusiasti, però, sono arrivati anche scettici e critici, come l’immunologo Fernando Aiuti, che in alcune dichiarazioni ha contestato il valore scientifico dello studio, e Vittorio Agnoletto, ex europarlamentare e medico impegnato sul fronte della lotta all’Aids. Cerchiamo allora di capire meglio che cosa dice questo studio e perché alcuni lo criticano .

Un discusso vaccino terapeutico
Per cominciare, puntualizziamo che stiamo parlando di vaccinazione terapeutica e non preventiva. In genere, usiamo il termine vaccinazione per indicare quella procedura che porta a proteggerci da una malattia infettiva in caso di esposizione all’agente responsabile: ci vacciniamo per proteggerci dal morbillo, dalla rosolia, dal tetano, dall’influenza. In alcuni casi, invece, la vaccinazione è usata non per prevenire ma per curare una malattia già presente, ed è quello che si propone di fare il vaccino di Ensoli e colleghi. Vaccino a cui gli immunologi dell’istituto superiore di sanità stanno lavorando da anni, tra mille polemiche: nel 2008 ci fu anche un’interrogazione parlamentare di alcuni deputati del PD e dei Radicali/PD per chiedere chiarimenti su presunte “anomalie” nel lavoro sperimentale dei ricercatori, sull’ammontare esatto dei fondi pubblici destinati alla ricerca sul vaccino e sulla gestione di questi fondi.
Ora, comunque, siamo di fronte a una nuova pubblicazione, e su una rivista scientifica giudicata sufficientemente autorevole (anche se non sempre questo è garanzia assoluta di validità scientifica). Che dice dunque questa pubblicazione? In breve, che la vaccinazione con proteina Tat attiva (una proteina del virus HIV) migliora alcuni parametri e alcune funzioni del sistema immunitario in pazienti con infezione da HIV trattati con terapia antiretrovirale HAART (High Active AntiRetroviral Therapy). E quindi? Diamo qualche dettaglio in più.

Una proteina pericolosa
Come sappiamo, l’AIDS è una malattia ancora non curabile definitivamente. L’introduzione delle terapie antiretrovirali ha però migliorato notevolmente l’aspettativa e la qualità di vita dei pazienti, anche se rimangono alcuni aspetti critici. In particolare, rimane uno stato di alterazione di alcune caratteristiche del sistema immunitario (riduzione di alcuni tipi di cellule che lo compongono e generale attivazione aspecifica del sistema stesso), che sono associate a un aumento del rischio di andare incontro a patologie di vario tipo: dall’aterosclerosi a tumori, a patologie del fegato e dei reni. Secondo l’ipotesi di lavoro di Barbara Ensoli e colleghi, almeno parte della responsabilità di questa situazione andrebbe imputata alla persistenza, in molti pazienti in terapia HAART, di una proteina virale, la proteina Tat, che è una molecola chiave del virus, coinvolta nell’infezione di nuove cellule e nella replicazione del virus stesso. Da qui l’idea di una vaccinazione con Tat, che dovrebbe indurre il sistema immunitario del paziente ad attaccare e neutralizzare per quanto possibile la Tat stessa. Quindi si tratta di aggiungere a pazienti con HIV in terapia con HAART anche la vaccinazione e vedere se questo migliora le cose e, a lungo andare, riduce quei rischi di malattia di cui dicevamo.

Valutare sicurezza e interazioni fisiologiche
Ovviamente, un tale obiettivo non si raggiunge dalla sera alla mattina. Come per tutti i trattamenti terapeutici, bisogna passare attraverso una sperimentazione clinica, che si compone tipicamente di 3-4 fasi. Fase 1: studi condotti su un piccolo numero di volontari sani per valutare la sicurezza del nuovo farmaco e le sue interazioni fisiologiche con l’organismo. Fase 2: studi condotti su un piccolo numero di pazienti per valutare alcuni effetti del farmaco (ma non l’efficacia) e la sua sicurezza su malati. Fase 3: studi condotti su un ampio numero di pazienti per valutare efficacia e, di nuovo, sicurezza del farmaco. Fase 4: il farmaco è ormai in commercio, ma continua a essere monitorato in tutta la popolazione di utilizzatori.
Ecco: quella di cui sono stati riportati i risultati su PLoS è una sperimentazione di fase II, progettata  per valutare non l’efficacia del vaccino sui pazienti, ma la sua sicurezza e la sua interazione con il sistema immunitario. Al termine degli esperimenti condotti, Ensoli e colleghi concludono che il vaccino ha avuto davvero un effetto sul sistema immunitario, modulando la quantità di alcuni tipi cellulari e riducendo lo stato di attivazione aspecifica: esattamente quello che si desiderava facesse. Sembra una buona notizia, dunque, ma è comunque solo un primo passo nella lunga strada della dimostrazione che il vaccino serva davvero. Per questo titoli come “Funziona il vaccino della Ensoli” se non completamente scorretti sono quantomeno fuorvianti.

Sperimentazione senza controllo
Anche perché è vero che la modalità con cui è stata condotta la sperimentazione presta il fianco a qualche sensata critica. A partire dal fatto che manca un controllo rispetto a un placebo. In effetti, le sperimentazioni cliniche di fase 2 e 3 prevedono in genere il confronto tra il farmaco che si sta testando e un placebo, per assicurarsi che un eventuale effetto osservato sia dovuto specificamente al farmaco e non al semplice fatto di intervenire con un gesto terapeutico. Ebbene, questo controllo nello studio di Ensoli & Co. non c’è. E questo è un grosso limite, come hanno sostenuto Aiuti e altri immunologi. Noi per esempio abbiamo sentito in proposito Lucia Lopalco, responsabile dell’Unità di immunobiologia di HIV del San Raffaele di Milano, che ha confermato una certa perplessità su questo punto. “La presenza di un controllo avrebbe dato molto più valore a questo studio, che per il resto mi sembra comunque ben strutturato. Si vede che chi lo ha condotto ha una solidissima base immunologica”.

Si riaccende la speranza
Insomma: nonostante qualche lancio sensazionalistico, non è che siamo esattamente a un passo dal vaccino, anche “solo” terapeutico. E del resto, la strada della vaccinazione con Tat continua a essere  poco battuta nel resto del mondo. “Ai congressi scientifici internazionali non ne parla mai nessuno”, sostiene Lopalco. “Piuttosto si parla di altri vaccini, di tipo preventivo, come il vaccino cosiddetto Thai che, in alcuni studi clinici preliminari, ha mostrato una certa efficacia nel ridurre il rischio di infezione. Ancora non abbiamo trovato la soluzione, ma queste esperienze ci dicono che – a differenza di quanto i ricercatori avevano cominciato a sospettare dopo gli infiniti fallimenti degli anni passati – la strada di un vaccino contro l’Aids è ancora aperta”.

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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