AMBIENTE

Se l’aneddoto diventa scienza

Una ricerca condotta da OGS e ISPRA, recentemente pubblicata su PlosOne, mostra come, attraverso aneddoti, dipinti, racconti locali e interviste a pescatori che risalgono all’Ottocento si possano ottenere dati scientificamente validi sui cambiamenti delle popolazioni di pesci nell’Alto Adriatico.

AMBIENTE – Se volessimo dare un’occhiata al mondo marino al tempo dei nostri nonni per vedere com’era la vita nel Mediterraneo del passato, dovremmo spulciare tra documenti scientifici contenenti numeri e dati veramente affidabili, ma non riusciremmo a superare i 50 anni. Un po’ poco, in effetti, per poter fare valutazioni sull’impatto di eventi antropici nel lungo periodo. Ma di ciò che riguardava la vita delle comunità ittiche di 100 o anche 200 anni fa non rimane altra indicazione se non quella riscontrabile in documenti d’archivio difficili da trattare perché ben lontani dall’essere fonti scientifiche. Si tratta infatti di aneddoti, racconti e interviste fatte ai pescatori, disegni o dipinti.

Come ricavare dunque informazioni (semi)quantitative rilevanti da fonti aneddottiche e descrizioni qualitative fatte dai naturalisti dell’Ottocento sulle comunità ittiche del passato?

Per rispondere a questi interrogativi e scoprire i segreti degli organismi marini in funzione delle implicazioni che tali dati possono avere per le politiche di conservazione, un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (OGS) e dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ha lavorato ad un progetto mirato alla mesa a punto di un metodo scientifico che rendesse comparabili le fonti di oggi e quelle di ieri. La finalità, dunque, era tradurre in numeri quello che nasceva come racconto o disegno: un’idea che è diventata metodo vero e proprio, condiviso dalla comunità scientifica internazionale.

Punto di partenza sono stati le descrizioni e i rapporti ricavati dagli archivi storici, dai musei o da testi pubblicati a partire dall’Ottocento fino ad oggi; un secondo gruppo di dati è stato ricavato poi dalle statistiche di sbarco dei principali mercati ittici delle aree costiere dell’Alto Adriatico per il periodo tra il 1874 e il 2000. In sostanza è stato ideato un metodo che si basa sull’intercalibrazione delle scale di misura utilizzate con i dati attuali e quella usata per le descrizioni qualitative effettuate nel passato; in questo modo, è stato possibile ottenere dei dati numerici concreti e quindi mettere a confronto la situazione marina degli ultimi duecento anni.

Uno studio complesso, quello di OGS, che ha potuto prendere forma solo dopo un lungo lavoro (di almeno un anno) tra le scartoffie degli archivi, ma dal quale emerge chiaramente come la struttura della comunità ittica dell’Alto Adriatico sia profondamente cambiata negli ultimi due secoli: “Oggi ci sono in proporzione meno squali, razze e pesci di grandi dimensioni che nel passato – precisa Cosimo Solidoro, coordinatore della ricerca realizzata da Tomaso Fortibuoni e Simone Libralato di OGS, insieme a Sasa Raicevich e Otello Giovanardi dell’ISPRA di Chioggia – Di converso, è aumentata la proporzione delle specie di piccole dimensioni e a breve ciclo vitale. Questi cambiamenti si sono manifestati in modo più netto nel secondo dopoguerra, periodo in cui si è assistito a un intensificarsi delle principali forme di disturbo ecologico (pesca, inquinamento, eutrofizzazione e anossie, cambiamenti climatici, ecc). Tuttavia, da questo studio emergono chiari segnali di cambiamento già per il periodo precedente compreso tra il 1800 ed il 1950, quando la forzante principale che agiva sulla comunità ittica era la pesca. Questo importante risultato dimostra come anche la pesca condotta con metodi ‘tradizionali’ (imbarcazioni a vela), in aree principalmente costiere, ma con un numero elevato di natanti abbia modificato le popolazioni marine. Per trovare un sistema non disturbato dall’attività dell’uomo bisogna quindi risalire ad un periodo ancora precedente”.


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