AMBIENTE

Una pesca molto INN

nullAMBIENTE – Colombia, Ecuador, Panama, Portogallo, Venezuela e Italia. Cosa li accomuna? Secondo un rapporto biennale della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Admistration) si tratta di Stati la cui pesca è molto, anzi troppo INN. Che non sia un gran complemento lo si comprende dal significato dell’acronimo: INN sta per pesca Illegale, Non dichiarata e Non documentata.

Le principali accuse mosse dall’Agenzia federale statunitense al nostro Paese riguardano un uso generalizzato di reti derivanti illegali (come la spadara) e derivanti legali (come la ferrettara) usata illegalmente oltre ad uno sovra-sfruttamento degli stock di specie ittiche protette a livello internazionale e l’utilizzo non consentito di piccoli aerei per individuare e poi pescare l’ormai raro – e quasi estinto – tonno rosso.

Si tratta di accuse che riguardano gli ultimi due anni, eppure Italia e Panama hanno già fatto il bis perchè presenti anche nella medesima ‘lista nera’ del 2009, che includeva inoltre Cina, Francia, Libia e Tunisia, ora prontamente ‘rientrati nei ranghi’ della legge vigente.

A fronte di un processo avviato nel 2008 dalla Comunità Europea per prevenire e frenare a livello giuridico la pesca INN, la mancanza di vere sanzioni che scoraggino questi abusi rappresenta uno dei punti chiave che rendono l’Italia recidiva.

Nel 2010 un rapporto prodotto da LAV, Marevivo e Legambiente indicava l’importo di 4.000 euro come la multa massima (massima!) prevista per le flotte ‘pirata’, sottolineando inoltre come il dovuto sequestro delle reti il più delle volte non venisse confermato dai giudici. Se ciò non bastasse la sospensione dell’autorizzazione di pesca dai 3 ai 6 mesi, misura punitiva ben più ‘importante’ definita da un Decreto Ministeriale del 1998, non è stata mai applicata nonostante le molteplici infrazioni riscontrate (si legga qui per capirne di più ). Per i pirati del mare i rischi quindi sono davvero minimi a fronte di un volume d’affari mondiale che nel 2008 è stato calcolato essere pari ad oltre 10 miliardi di euro.

Trattandosi di un’attività clandestina, la pesca illegale ‘sommersa’ – è proprio il caso di dirlo – è molto difficile da rilevare, così che il rapporto NOAA suggerisce violazioni, specie in acque internazionali, ben più rilevanti di quelle conosciute. Le voci di rottura, che denunciano uno status quo spesso sotto gli occhi di tutti, derivano per lo più da associazioni non governative, come ad esempio Greenpeace che nel 2009 fermava nelle acque prossime a Pantelleria il peschereccio Federica II con 10/15 Km di rete spadara completamente illegale, tanto per fare un esempio, ma se ne potrebbero fare altri.

La pesca INN costa molto alla comunità e all’ambiente e per questo è necessario trovare delle vie d’uscita. Eppure l’auspicabile ritorno alla legalità non rappresenta la “soluzione finale” di un problema le cui radici fondano sulla verità ormai – ahimè – lapalissiana che non ci son più pesci nel mare (da pescare) poiché l’ 80% dei pesci di interesse commerciale è completamente o eccessivamente sfruttato (dati FAO).

Una gestione delle risorse rimanenti, che miri al miglioramento dell’ecosistema mare ma non di meno alla ristrutturazione dell’ecosistema sociale che sottende al mondo ‘pesca’, ivi inclusi gli operatori così come le lobby multinazionali, i consumatori e gli enti scientifici e le commissioni di gestione, sarebbe necessaria. E il caso “tonno rosso” e tutte le sue vicissitudini recenti ne sono un esempio lampante.

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