ECONOMIA

Le locuste erano poche

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Tre specialisti dell’analisi del rischio sistemico all’ETH di Zurigo cercano di valutare chi detiene più potere sui flussi finanziari e può creare più problemi all’economia globale.

Viene chiamato “capitalismo delle locuste” o “delle cavallette” quello degli investitori che preferiscono guadagni immediati alla sicurezza di quelli futuri, propri e della collettività. Tuttavia le locuste si spostano a centinaia di migliaia o a milioni. Se hanno ragione Stefania Vitali, James Glattfelder e Stefano Battiston, la descrizione è sbagliata per vari ordini di grandezza. In un articolo di prossima pubblicazione su PLoS One, mappano le proprietà incrociate di 43 mila multinazionali classificate come tali dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Anche se i dati sono del 2007, quindi precedenti alla crisi, non si tratta di un esercizio puramente teorico. Come scrivono gli autori

La struttura della rete di controllo delle multinazionali influisce sulla competizione e la stabilità finanziaria del mercato globale…

Dagli anni Novanta se ne preoccupavano alcuni economisti, la minoranza, che vedevano un rischio per il sistema mondiale del credito nell’accoppiamento tra la globalizzazione in corso e la deregolamentazione decisa dal governo statunitense, per primo. L’ipotesi dei governi occidentali era che gli agenti finanziari fossero numerosi, indipendenti e che lasciati liberi di competere tra loro avrebbero evitato di correre rischi eccessivi. Ma il fallimento di una singola banca, la Lehman Brothers, ha messo in crisi le altre e bloccato il flusso del credito indispensabile alla produzione, al mercato sia delle merci che finanziari e anche ai privati. (1) Stefania Vitali e i suoi colleghi spiegano perché l’ipotesi non era realistica. Hanno ricostruito per la prima volta

l’architettura della rete internazionale di proprietà azionarie, e calcolato il controllo esercitato da ogni attore globale. Risulta che le multinazionali formano una gigantesca cravatta a papillon e che gran parte del controllo fluisce verso un piccolo nucleo strettamente collegato di istituti finanziari…

La novità sta nel fatto che i tre ricercatori hanno associato due tipi di analisi matematica, la topologia e la teoria dei grafi, per identificare la forma della rete intessuta dalle multinazionali, e il “peso” del nodo rappresentato da ciascuna in base al maggior o minor controllo sulle società compartecipate. Un esempio del processo iniziale di analisi si trova nella figura S1 (riguarda Benetton).

Hanno trovato che attraverso proprietà incrociate, 787 multinazionali controllavano l’80% del valore delle 43 mila e che un nucleo di 147 “intermediari finanziari” – banche, assicurazioni, fondi d’investimento ecc. –  controllava i 3/4 di quel valore a cominciare dal proprio. I cinquanta intermediari  più importanti sono elencati in fondo all’articolo; Unicredit, il primo degli italiani, è al 43mo posto.

Non è una mappa completa, precisano gli autori, le aziende quotate in borsa sono circa trenta milioni. E non sono quotate quelle lecite per esempio appartenenti a una famiglia che non ha bisogno di capitali esterni. Né quelle illecite delle organizzazioni criminali…

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(1) Chiedo scusa per la semplificazione, ma presumo che i lettori di questo post s’interessino di economia. Per l’analisi delle reti complesse, segnalo a chi fosse arrivato fin qui due bei libri – tecnico il primo, divertente e inatteso il secondo – di Albert-László Barabási: La scienza delle reti e Lampi, entrambi da Einaudi.rganiz

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Immagine di Stefania Vitali et al. I pois rossi rappresentano i 147 controllori, i pois gialli i controllati e le righe grigie i “viticci” allungati dai primi verso i secondi.

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